Solo Dieci

 

Vieni o amico

di Beppe Segre

 

Camicia bianca, cravatta, cappello nero, rigido, a larghe tese, scarpe lucide, ce l’ho fatta e sono qui, appena in tempo: sembra incredibile ma a qualunque ora inizi lo shabbat, il venerdì pomeriggio è sempre troppo breve per preparare tutto quanto occorre. Sono sull’uscio per aprire il grande portone di ferro battuto per le persone che entreranno a celebrare le lodi del Signore. Sono sulla porta nel ruolo che a me sembra il più importante della comunità: osservante di precetti e contemporaneamente controllore all’ingresso.

- Buona sera, signor rabbino! Buona sera signora, come sta? Tutto bene? Shabbat shalom!

Sono qui, seduto, ad aspettare gli altri nell’ultimo banco, a me il tempo non manca, sono anziano e solo. Quando ero giovane e fino a quando fui scacciato dal pogrom del ’67 avevo una casa a Bengasi, di fronte al mare, e il frangersi delle onde non mi lasciava dormire. Ora, quanto darei per riascoltare il suono della risacca e risentire il profumo dei gelsomini e degli eucaliptus e rivedere gli amici di allora!

Anch’io sono anziano e vengo da lontano ma non mi piacciono le domande del tipo "Da dove vieni, dove sei nato?" Posso parlare di filosofia, di Talmud e di tecnologia in sei lingue: mi giudichino da questo e non mi classifichino per il paese dove ho avuto la ventura di nascere. La mia storia può interessare soltanto me e i miei figli, forse, e vorrei raccontarla ai miei nipotini ché sappiano come il nonno sia riuscito, per caso, a sopravvivere in un mondo dolente, devastato, desolato, dato in mano ai barbari, calpestato dal piede degli assassini. Agli altri mi limito a rispondere che sono un ebreo, un ebreo dell’Europa dell’Est. Là dove nacqui c’erano solo due popoli: gli ebrei e gli antisemiti ed ora gli ebrei non ci sono più.

Io sono venuto in questa città per frequentare l’Università come tanti studenti israeliani. Studio Veterinaria e mi piacerebbe diventare esperto di cavalli e di mucche per poter sviluppare ulteriormente gli allevamenti ed essere utile al mio paese e al mio kibbutz in mezzo al Negev. È buffo: mi capita di risentire qui, dalle ragazze, alcune parole di quel dialetto che aveva portato con sé mia nonna. Mio nonno era un combattente del ghetto e per imbarcarsi era riuscito ad attraversare l’Europa in fiamme e ad arrivare fino a Genova. La nonna era una lavandaia occupata nel porto ed aveva gli occhi tanto belli da conquistare quell’uomo che veniva dall’altra parte dell’Europa e da una guerra atroce. Il nonno le chiese, con le poche parole di italiano che conosceva, se voleva partire con lui per fondare una patria ove gli ebrei potessero vivere come un popolo libero, ove fossero raccolti insieme tutti i nostri esiliati dai quattro angoli della terra, per costruire un mondo nuovo basato sulla giustizia e sul socialismo, e lei, senza forse comprendere bene tutti quei concetti, accettò, insieme al suo innamorato, di vivere in Palestina ed in kibbutz.

Ero un bambino, allora, e adesso ho più di settant’anni ma ricordo ancora la maestra che ci insegnava lo Scema’. Tutta la vita ho riflettuto sul concetto di unità e di unicità, sul mistero di un Kadosh Baruchù che regna sull’Universo, che ha sempre regnato e che sempre regnerà, e sul dovere della solidarietà verso gli uomini, ché tutti discendono da una sola creatura e nessuno può dire "Mio padre è più importante del tuo". E adesso che sono anziano il bisogno di sapere e la voglia di studiare diventano sempre più pressanti.

Io non conto e per un semplice motivo: sono una donna. Quando il Parnàs si gira e inizia a contare silenziosamente fino a dieci, il suo sguardo non arriva neppure ai nostri posti, come se noi proprio non esistessimo. Eppure sono sempre la prima ad arrivare, puntuale, dopo aver preparato la cena del venerdì sera ed i pasti dello shabbat per tutta la famiglia ed aver acceso le candele.

Io non dovrei essere qui. Non sono neppure ebrea! Sono venuta perché ho conosciuto Davide alla facoltà di Veterinaria di fronte a quella di Lingue Orientali che frequento io. Siamo diventati subito molto amici, lui mi ispira una profonda fiducia e mi piace in tutto, soprattutto per la voglia di costruire un mondo nuovo, in cui non ci siano ingiustizie. Sono venuta per fargli piacere, perché so che per lui si tratta di un momento importante e che è contento di condividerlo con me, anche se non possiamo sederci vicini. Mi racconta a volte massime di saggezza e insegnamenti dei grandi rabbini del passato. Vorrei sapere di più, poter partecipare a questi canti melodiosi, entrare in questo mondo di antica saggezza.

A me piace leggere là dove è scritto: "Benedetto tu o Signore che benedice il popolo Suo Israele con la pace". E anche là dove si benedice il Signore che distrugge i nemici e sottomette gli arroganti. Abbiamo patito nella nostra generazione sofferenze che i giovani non possono capire. Io ho avuto la fortuna di conoscere i nostri partigiani e di imparare da loro il dovere dell’impegno ed il coraggio di combattere, non per odio ma per dignità, ho anche vissuto lo strazio di vedere i miei compagni torturati e impiccati. Ed oggi altri dittatori folli lanciano i loro programmi di genocidio da altre parti della terra. Potrà mai il nostro popolo essere un giorno finalmente benedetto con la pace?

Io non conosco l’ebraico, nel paese dove sono cresciuto non c’erano scuole ebraiche. Ma ricordo che il venerdì sera ci riunivamo nella casa dell’anziana figlia dell’ultimo rabbino di quella comunità, nella casa dell’unica persona che fosse in grado di leggere la tefillà e cantare secondo le melodie tradizionali. Per questo sono qui, per riascoltare le melodie che sentivo da bambino e per rivivere nel cuore, insieme, la malinconia di quella comunità oramai finita e la gioia della pace del sabato. Mi piace venire ad osservare e ricordare lo Shabbat, come faceva il mio papà. Di molti discorsi non so che dire ma quando, insieme a tutte le persone presenti, intono i canti del venerdì sera e rifletto sulla settimana di lavoro passata e sul giorno speciale che ci attende, ebbene, mi sembra di capire appieno il significato delle parole "ci rallegreremo e gioiremo". Sarò una persona semplice ma, in questo momento, mi sento felice così.

Sono venuto qua in Sinagoga con mia moglie e il mio bambino, che in questo momento si infila sotto i banchi a quattro gambe spingendo il suo piccolo trattore giallo. Come sarà questa Comunità tra dieci o vent’anni? Sarà ancora aperta una scuola ebraica? Mio figlio avrà dei compagni con cui studiare, troverà una ragazza con cui condividere un progetto di vita? O non è forse meglio pensare di trasferirci, subito, in Israele?

Ho fatto molte cose nella vita, ho svolto lavori importanti e guadagnato bene, ho viaggiato, ho amato molte donne, ma poi ho anche letto e studiato con i nostri maestri che hanno saputo farci comprendere la sola cosa importante della vita: temere il Signore e osservare i Suoi precetti. Questo è tutto per l’uomo e questo cercherò di insegnare ai miei figli.

Io sono in questa città di passaggio, sono cresciuto in un moshàv ed ho sempre vissuto in Israele. A diciotto anni, come tutti, entrai nell’esercito pensando di lasciarlo al più presto per andare all’università e invece sono diventato ufficiale e ci sono rimasto per trenta anni. Non ne avevo ancora venti quando il mio elicottero è stato colpito e una folata di vento ha spinto il mio paracadute verso il confine del Libano. Non voglio ricordare cosa è successo, della battaglia, e della prigionia porto ancora i segni indelebili nel corpo e nell’anima. Io non credo in Dio, se certe cose possono accadere Dio non può esistere. Eppure sono qui! Ho dedicato la mia vita a difendere la terra d’Israele, sono ormai un cinquantenne e ogni tanto mi piace viaggiare. A volte provo la sensazione che non sia ancora finita, presto gli arabi ci muoveranno una nuova guerra, al comando avranno bisogno anche di me ed io indosserò di nuovo la nostra divisa. Quando arrivo in una città sconosciuta, il venerdì sera, cerco la Sinagoga e mi sento pieno di gioia quando ne trovo una aperta. È bello poter celebrare il sogno della pace e della fratellanza accanto ad altri ebrei.

Il sorvegliante sulla porta aveva contato fino a dieci ed era soddisfatto. Forse sarebbe arrivato ancora qualcuno, certo non molte persone, il numero era comunque raggiunto e questo era l’importante, ora tutto poteva procedere secondo l’ordine prescritto, anche questa sera sarebbe stato possibile celebrare pubblicamente il Nome Santo e invocare il riconoscimento del Suo Regno e pregare per la pace. Ne era contento: era solo il sorvegliante sul cancello e il suo compito si limitava ad aprire la porta ma a volte sentiva di contribuire, anche solo con il suo modesto servizio, all’armonia dell’Universo.

La moglie del rabbino, dietro la grata del matroneo, osservava quel gruppo di ebrei. Erano la Comunità ma per lei rappresentavano un po’ la sua famiglia: di ognuno conosceva la storia, i nomi dei figli, i crucci e le gioie. Se ci si chiedeva quando era successo un certo fatto non aveva dubbi: sì certo, questo avvenne nell’anno in cui si erano sposati Daniele e Sara, questo nell’inverno in cui si era ammalato Reuben. Quella era la sua Comunità, quella la sua famiglia e sentiva di amare tutti come fratelli.

Il rabbino stava ricontrollando e uno per uno passava rapidamente in rassegna le persone che si erano radunate nella sala di preghiera per l’inizio dello Shabbat. Dieci persone, soltanto, e quanto diverse l’una dall’altra! Sarebbe stato capace di parlare ad ognuno secondo la sua specifica sensibilità, in modo che tutti capissero e fossero consapevoli del sacro servizio cui erano chiamati a partecipare? Non sarebbe stato facile, ognuno aveva la propria personalità, parecchi erano vecchi e sfiduciati, alcuni non erano osservanti come richiede la tradizione ebraica ma ce la doveva fare, ce l’avrebbe fatta, ne era sicuro, sarebbe riuscito a far comprendere a tutti l’insegnamento della Torà e dei profeti!

Nell’alto dei cieli gli angeli si invitano reciprocamente a proclamare la Santità del Creatore.

Stanno scendendo le prime ombre della sera ed anche nella nostra piccola Comunità, come in tutto il mondo, il popolo santo attende l’appuntamento con il giorno della gioia e della pace per celebrare il Nome del Signore.

Beppe Segre