Quattro Gatti

 

Gatti e conversioni

di Gilberto Bosco

 

A casa abbiamo una vecchia gatta. È l’ultima sopravvissuta di un gruppo di quattro, poi decimati dall’età e dalle malattie. Chi mi conosce (e la conosce), non ha bisogno di dettagli, chi non ha la fortuna di aver visto Lotti (Liselotte, in realtà: ma il nome più breve è quello a cui risponde, quando vuole) mi scuserà se non mi dilungo. Poche settimane fa decidemmo che due gattini piccoli piccoli, destinati forse a una vita miserevole, potevano ricostituire la nostra repubblica a quattro zampe, e li portammo in casa. La vecchia gatta finge di non vederli, se si avvicinano troppo soffia, non mangia con loro e, soprattutto, non li invita per shabbàth. Sostiene che lei non sa da dove arrivano, forse sono di un’altra razza, non sono dei veri gatti di casa, al massimo sono dei convertiti: meglio tenersi alla larga.

Dico questo non per esperienza personale (io, in qualità di convertito, sono stato ricevuto in molte case in un modo veramente splendido, ed ho trovato e ritrovato amici straordinari), ma perché il problema esiste (voglio ripeterlo, non nel mio caso!). Ed è doloroso, in più di una direzione.

Accanto a questo esiste il problema – forse più importante – di chi gatto di casa non è ancora (mi scuso: di chi non è ancora ebreo con tutti i crismi), sta solo cercando di diventarlo; studiando, sforzandosi a una presenza partecipe, a una osservanza cui non tutti arrivano, fingendo di non accorgersi delle piccole trascuratezze degli altri, tacendo o, assai di rado, scherzando sulla sua situazione. Anche intristendosi: raramente ho invitato qualche "aspirante" nella mia casa, ma l’esperienza è stata illuminante. Riesce a farti sentire in colpa, non si sa bene di cosa, ma è così.

Poco più di un anno fa (avevo ancora due gatti adulti, all’epoca!) a Viareggio il Mokèd (traduco – un poco liberamente – dato che molti lettori lamentano l’uso eccessivo di termini in ebraico: il consueto raduno degli ebrei italiani) era dedicato proprio al tema delle conversioni. Anna Segre ne ha già scritto su queste pagine, ma vorrei richiamare un paio di temi.

Prendo da un intervento (a mio parere molto bello) di rav Arbib la distinzione tra le conversioni "disinteressate" (quelle di chi si avvicina all’ebraismo di sua iniziativa, per una curiosità e un interesse spontanei) e le altre (quelle che nascono, spesso, da matrimoni misti e da situazioni familiari complicate). A entrambe le categorie, dopo la conversione, si applica il principio di "amare il gher, il convertito"; la Torà ripete più volte il precetto, forse proprio per sottolineare la difficoltà di questo "amore" (sto parafrasando a memoria, sperando di non tradire il senso).

E inoltre (parafraso qui altri interventi), chi si avvicina, "disinteressato" o no, ha il diritto di sapere qualcosa sul tipo di corsi che dovrà frequentare, quali insegnamenti dovrà apprendere, e – soprattutto – quale durata anche approssimativa questi studi avranno (molti rabbini a Viareggio proponevano un termine di due anni, eventualmente un poco – un poco! – prolungabile: quanti aspiranti alla conversione ci metterebbero la firma, su questi termini temporali?). E, ancora e forse di più, si proponeva a Viareggio il diritto di sapere che ogni caso sarà giudicato con una qualche uniformità con gli altri casi analoghi, in tutta Italia.

Nessuno, né tra i relatori, né tra gli interventi del pubblico, metteva in dubbio il diritto dei rabbini e del tribunale rabbinico a pronunciarsi – positivamente o negativamente – secondo la legge e la tradizione ebraica. Ma pareva di cogliere la generale opinione che chi si presenta ha diritto a una risposta netta, anche eventualmente negativa, entro un lasso di tempo ragionevole, e con motivazioni anche dure, ma chiare e sincere.

Confesso che queste idee, se realizzate, attenuerebbero i miei sensi di colpa; ma purtroppo circolano solo voci – su quello che starebbe per fare Milano, oppure Roma – senza per ora un chiaro riscontro pratico. E trovo tutto questo un poco umiliante, sia per chi ebreo lo è già, sia per chi non lo è ancora (e forse non lo sarà, la decisione dipende dal tribunale rabbinico).

I tempi per queste decisioni sono sempre lenti, è ovvio e perfino ragionevole. Però qualcosa possiamo fare, io che scrivo, voi che leggete. Lo so, lo sappiamo: il sabato ciascuno riceve i suoi amici o i parenti più cari, quelli con cui condivide affetti e aspirazioni, quelli con cui sa di poter parlare di Torah e di temi detti così tante volte da essere sicuri e "importanti" (che sabato sarebbe, altrimenti?). Ma forse possiamo provarci, almeno qualche volta, e invitare chi è entrato da poco o non sa ancora se riuscirà ad entrare. Nell’accoglienza – è stato sottolineato a Viareggio – è implicita anche una parte didattica: se stai cercando di convertirti, ora ti faccio vedere cosa è il sabato per noi, imparalo e decidi poi consapevolmente. Sia detto senza offesa per chi non desidera cambiare il suo sabato: proviamoci, almeno qualche volta, basta deciderlo.

Anche la mia gatta forse si convincerà. Se qualcuno è così pazzo da voler diventare gatto di casa, questo non è certo un motivo sufficiente per accettarlo; ma possiamo dargli un’occasione – provarlo, studiarlo, farlo studiare, metterlo alla prova, perfino farlo miagolare – prima di decidere per il sì o per il no. Proverò a parlarle, poi vi racconto.

Gilberto Bosco