Prima pagina

 

Quali riforme per quale Statuto

di Guido Neppi Modona

 

Mi è stata chiesta una sintetica presentazione delle proposte di modifica dello Statuto dell’Unione delle Comunità, elaborate da una commissione nominata alla fine del 2008 e trasmesse nel luglio 2009 alle comunità e a tutti gli organismi dell’ebraismo italiano per raccogliere osservazioni e valutazioni. In numerose comunità sono state appunto indette assemblee per discutere le proposte di modifica: il metodo si sta rivelando di grande utilità e interesse, sia perché consente una effettiva e diffusa discussione su proposte che sono sinora state elaborate da un gruppo assai ristretto, sia per la ricchezza e varietà di contenuti che sta emergendo da questi confronti.

Prenderò lo spunto da un recentissimo incontro tra gli iscritti della Comunità di Torino per svolgere alcune riflessioni su due temi centrali delle modifiche statutarie: i sistemi elettorali dei consigli delle comunità, con particolare riferimento alle sedi con più di 4000 iscritti (e cioè Roma e Milano); il nuovo assetto degli organi di indirizzo e di governo dell’Unione, e cioè le forme e i canali di collegamento e di comunicazione tra le comunità distribuite sul territorio e gli organismi centrali dell’ebraismo italiano.

In realtà le proposte di modifica vanno ben al di là di questi due temi centrali, in quanto toccano la metà degli articoli dello Statuto (29 su 58, di cui 16 relativi alla prima parte, dedicata alle Comunità, e 13 alla seconda parte, relativa agli organi dell’Unione). Alcune concernono materie assai delicate e controverse, quali la sorte delle piccole comunità, i rapporti tra gli organi laici di governo e l’autorità religiosa, le varie cause di ineleggibilità, incompatibilità, decadenza, i conflitti di interessi e l’obbligo di astensione dei consiglieri e dei componenti delle giunte. Ma i due temi prescelti sono emblematici delle scelte, sia di metodo che di contenuto, che possono essere seguite per realizzare la riforma dello Statuto.

 *** *** ***

Lo Statuto in vigore non assume posizioni rigide sui sistemi elettorali: da un lato si limita a stabilire che i regolamenti interni delle comunità con più di 4000 elettori possono prevedere che le elezioni si svolgano sulla base di liste elettorali e che i seggi vengano attribuiti con criterio proporzionale ai voti ottenuti da ciascuna lista (art. 16, comma 4); dall’altro detta, a garanzia delle minoranze, il principio generale che l’elettore può votare per un numero dei candidati non superiore ai due terzi dei consiglieri da eleggere (art. 17, commi 1 e 2).

Varie disfunzioni che si sono verificate nelle due comunità maggiori stanno alla base delle proposte di modifica, sintetizzabili nella diversa disciplina rispettivamente prevista per le comunità inferiori e per quelle superiori a 4000 iscritti.

Per le comunità con meno di 4000 iscritti è prevista la facoltà di votare per i singoli candidati ovvero di raggruppare le candidature per liste, ammettendo il c.d. panachage, cioè il voto a favore di candidati appartenenti a liste diverse. Viene comunque ribadita, a garanzia delle minoranze, la regola che ciascun elettore può esprimere un numero di preferenze non superiore ai due terzi dei componenti del consiglio (art. 17, comma 1, modificato).

Per le due comunità maggiori è stato invece proposto un sistema rigido, che si basa sul voto per liste elettorali, nelle quali deve essere indicato il candidato alla carica di presidente. Al fine di prevenire all’interno delle liste la formazione di cordate precostituite, gli elettori possono esprimere un massimo di preferenze non superiore a un terzo dei componenti del consiglio e non è ammesso il panachage; sono escluse dalla distribuzione dei seggi le liste che non superano la soglia di sbarramento del 5%, per evitare una eccessiva proliferazione di liste marginali; alla lista che ottiene più del 40% dei voti e meno del 50% è attribuito un premio di maggioranza, in modo da assicurare la metà più uno dei seggi; in tale caso risulta eletto presidente il candidato designato nella lista; i rimanenti seggi vengono assegnati con metodo proporzionale alle liste che hanno superato la soglia di sbarramento del 5%; ove nessuna lista ottenga più del 40% dei voti, i seggi sono ripartiti con metodo proporzionale e il presidente viene eletto dal consiglio a maggioranza assoluta dei componenti (art. 17, commi 2, 3 e 4 modificati).

Ebbene, questo sistema pensato e scritto per fronteggiare problemi e difficoltà nella formazione del consenso e nella governabilità delle due comunità maggiori ha sollevato un vespaio di critiche: alcuni ritengono che la soglia di sbarramento del 5% sacrifichi eccessivamente i gruppi minoritari; altri contestano il premio di maggioranza, giudicato una brutta copia del mito della governabilità diffuso nel mondo politico italiano; altri ancora ritengono che il divieto del panachage sia una inammissibile limitazione della libertà degli elettori; alcuni pensano che la designazione del presidente congiunta al voto di lista riecheggi una pericolosa tendenza verso un presidenzialismo autoritario; altri infine ritengono che non sia compito dello Statuto disciplinare i sistemi elettorali, che dovrebbero essere lasciati all’autonomia delle singole comunità.

Questo coro di critiche, emerse anche nell’assemblea della Comunità di Torino, ha rafforzato la mia personale convinzione che le norme statutarie non dovrebbero mai essere ispirate da situazioni di disagio e difficoltà contingenti, bensì dettare principi e indirizzi di carattere generale destinati a lunga durata; in particolare la disciplina dei sistemi elettorali dovrebbe essere lasciata alla sfera di autonomia e autodeterminazione delle singole comunità, alla stregua delle tradizioni e delle specifiche esigenze locali. Al riguardo, lo Statuto dovrebbe limitarsi a stabilire: i requisiti personali necessari per l’esercizio dell’elettorato attivo e passivo; le garanzie idonee a tutelare, quale che sia il sistema elettorale adottato dalle singole comunità, una adeguata rappresentanza delle minoranze e la libera espressione del diritto di voto; le regole nel caso in cui si debba procedere alla sostituzione di uno o più degli eletti; le cause di decadenza dalle cariche elettive, di incompatibilità, di astensione e di ricusazione in caso di conflitti di interessi.

È possibile, anzi auspicabile, che il sistema elettorale proposto per le comunità maggiori abbia effettiva ap­plicazione, ma dovranno essere le comunità interessate a deciderne l’adozione con appositi regolamenti elettorali, nel rispetto dei principi generali - questi sì disciplinati dallo Statuto - posti a tutela delle minoranze, della libertà di scelta e di autodeterminazione dei singoli elettori, delle esigenze di governabilità degli organi locali.

 *** *** ***

Il secondo aspetto di cui intendo occuparmi è relativo al governo dell’Unione.

Attualmente sono organi centrali dell’Unione il Congresso, composto da oltre 90 delegati, in parte eletti ogni quattro anni a suffragio diretto dagli iscritti alle comunità e dall’Assemblea Rabbinica, in parte designati dai consigli delle comunità. Oltre a varie funzioni di indirizzo e di impulso e all’approvazione delle modifiche dello Statuto, il Congresso elegge il Consiglio, formato da 18 membri, di cui 3 componenti della Consulta Rabbinica; a sua volta il Consiglio elegge la Giunta dell’Unione, composta di sei componenti, compresi il presidente, il vicepresidente e un rabbino della Consulta rabbinica; il Consiglio si riunisce almeno tre volte all’anno e gli sono attribuiti, tra l’altro, i compiti di approvare i bilanci preventivo e consuntivo dell’Unione e le linee programmatiche elaborate dalla Giunta. In sostanza il Congresso esaurisce le sue funzioni in occasione della nomina del Consiglio e nella formulazione delle linee programmatiche e di indirizzo dell’Unione per i successivi quattro anni, salva la possibilità di riunirsi annualmente, recentemente introdotta nell’art. 41-bis dello Statuto (articoli da 39 a 47 dello Statuto).

Il Congresso non assicura quindi un canale continuativo e permanente di collegamento, di impulso e di controllo tra il corpo elettorale, i consigli delle comunità e gli organi centrali di governo dell’Unione; è appunto questa la ragione principale per cui sono state avanzate proposte di modifica tendenti a istituire un organo permanente capace di assicurare un costante canale di comunicazione tra le comunità e la Giunta dell’Unione.

Tale organo, denominato “Assemblea dei delegati” (artt. 40, 47-bis modificati), dovrebbe essere formato da 60 delegati, così distribuiti: 23 componenti di diritto (21 presidenti delle comunità, nonché i rabbini capo di Roma e di Milano); 35 delegati eletti a suffragio universale e diretto, di cui 20 dagli iscritti della Comunità di Roma, 9 dagli iscritti della Comunità di Milano, 6 dagli iscritti al collegio formato dalle altre comunità, 2 rabbini eletti dall’Assemblea Rabbinica. All’Assemblea, che dovrebbe riunirsi due-tre volte all’anno, sarebbero attribuite le competenze oggi distribuite tra il Congresso e il Consiglio: per quanto qui interessa, l’assemblea elegge il presidente della giunta (che è anche il presidente dell’Unione) e su sua proposta altri 8 componenti della Giunta, tra cui un rabbino facente parte della Consulta.

Da un punto di vista generale, la proposta di creare un organismo largamente rappresentativo delle comunità, capace di assicurare un costante collegamento tra gli elettori e la giunta esecutiva dell’Unione e di riequilibrare i rapporti di forza tra le Comunità di Roma e Milano e le altre 19 comunità distribuite sul territorio, oggi nettamente sbilanciati in favore delle prime, ha incontrato vasto consenso.

Le modalità proposte per realizzare questi obiettivi hanno invece suscitato vivaci critiche. Non è in genere piaciuta la proposta di inserire nell’Assemblea quali componenti di diritto i 21 presidenti delle comunità, e si vorrebbe che i delegati fossero tutti eletti a suffragio diretto o, quantomeno, designati dai consigli; l’eccessivo numero dei delegati renderebbe macchinoso e antieconomico il funzionamento dell’Assemblea; la nomina in due tempi da parte dell’Assemblea prima del presidente e poi, su proposta di quest’ultimo, dei componenti della giunta, costringerebbe l’Assemblea ad eleggere il presidente “al buio”, senza sapere chi saranno gli altri componenti della giunta.

E così, di critica in critica, mi sono reso conto che la proposta di un’Assemblea, sia pure permanente e con­ti­nua­ti­va, quale organo di secondo grado chiamato ad eleggere il presidente e la giunta dell’Unione, è ancora troppo vin­colata al modello basato sul Congresso, e in quanto tale eccessivamente complessa e macchinosa.

È a questo punto che, quasi per caso, alla fine della riunione del 3 dicembre presso la Comunità di Torino, un partecipante all’assemblea ha posto la domanda se non sarebbe stato più semplice e lineare chiamare tutti gli elettori ad eleggere in un colpo solo a suffragio universale e diretto, sulla base di liste contrapposte, il presidente dell’Unione e la giunta, nonché un consiglio di una trentina di componenti. Un consiglio, aggiungo io, che do­vrebbe riunirsi almeno tre volte all’anno per creare un costante canale di collegamento tra la base degli elettori e la giunta, composto in modo da assicurare un corretto equilibrio tra le due maggiori comunità di Roma e di Milano e le medie e piccole comunità, fondamentale e tradizionale nucleo storico dell’ebraismo italiano. Un consiglio che dovrebbe comunque sempre assicurare, attraverso opportuni meccanismi elettorali, la rappresentanza dei gruppi e delle opinioni di minoranza.

Ma era già mezzanotte passata e non vi è stato il tempo di approfondire la proposta. Ora posso solo dire che la proposta non si pone come una alternativa radicale e antitetica allo schema elaborato dalla commissione per la riforma. La commissione forse è ancora rimasta soverchiata dal peso incombente di un rapporto eccessivamente macchinoso tra corpo elettorale, consigli delle comunità, congresso, consiglio, giunta e presidente dell’Unione, con qualche spruzzo di Assemblea e Consulta Rabbinica.

Troppi organi per riuscire in prima battuta a semplificare il complesso groviglio istituzionale in cui è venuto a trovarsi l’ebraismo italiano. Ma sono già state poste buone premesse per raggiungere il risultato.

 

Torino, 6 dicembre 2009

                        Guido Neppi Modona