Rav Sierra

 

Ricordi d’infanzia

di Anna Segre

 

I ricordi di Rav Sierra nella mia infanzia sono infiniti: la fila per ricevere la berakhà, i suoi discorsi, le sue lezioni; è stato anche per un anno (in prima media) il mio insegnante di ebraico - l’unica volta in cui qualcuno mi abbia spiegato sistematicamente i verbi irregolari. Tuttavia il mio ricordo più curioso risale alla prima elementare, quando veniva a rimproverarci se facevamo troppo chiasso: non entrava dalla porta come tutti gli altri, ma appariva dalla finestra, molto al di sopra delle nostre teste e sembrava essere arrivato in volo. Forse anche per questo modo peculiare di manifestarsi le sue apparizioni non ci lasciavano indifferenti, per cui capitava che ci dicessimo spesso “zitti, se no arriva il rabbino!” Perché temevamo le sue apparizioni? Forse ci sentivamo in colpa per averlo disturbato al punto da costringerlo ad uscire dal suo ufficio e attraversare il tetto, forse ci dispiaceva di non aver dimostrato abbastanza rispetto per la nostra maestra, sua figlia. Certamente non poteva essere il suo atteggiamento a preoccuparci, perché i suoi rimproveri erano estremamente pacati e, per quel che ricordo, vertevano sul tema del rispetto reciproco, con riferimenti alla storia e alla tradizione ebraica.

Per me questo ricordo è sintomatico del modo di essere di Rav Sierra: prima di tutto la sua autorevolezza e la sua immagine severa, che nascondeva però una gentilezza di fondo. In secondo luogo, la sua capacità di inquadrare la nostra banale esuberanza in un contesto generale di rapporti umani e di far leva, anche di fronte a bambini di sei anni, sul senso di responsabilità individuale, non limitandosi ad affermare che non si deve fare chiasso ma cercando di spiegare perché non si deve fare chiasso. Infine la sua tendenza a ricercare nella cultura ebraica i fondamenti dei rapporti tra individui, calando i valori ebraici nella vita di tutti i giorni.

Da lì deriva la fiducia in un positivo rapporto di reciproca influenza tra la tradizione ebraica e la società in cui viviamo, che si ritrova nel discorso che mi avrebbe rivolto anni dopo per il mio bat mitzvà:

Se la donna ebrea vuole, può liberamente approfondire i valori umani dell’ebraismo e può così facilmente rendere la sua azione sempre più aderente alle esigenze ed ai doveri che comporta una vita vissuta di fronte ai problemi familiari e sociali … Potrai così recepire e riesprimere a tua volta, in chiave ebraica, quanto di meglio la società potrà offrirti.

Questa fiducia, insieme all’attenzione costante ai valori etici dell’ebraismo, è la caratteristica più evidente e che più mi è rimasta impressa del suo insegnamento.

 Anna Segre