Rav Sierra

 

Aperto al mondo

di Reuven Ravenna

 

Rav Sierra ci ha lasciati. Dalla mia biografia riemergono persone che nei diversi suoi capitoli hanno contato a volte direttamente, o spesso, senza che ne intuissi l’influenza al momento, hanno poi lasciato una traccia di lunga portata. Rivivo nei ricordi fasi che mi hanno fatto incontrare il maestro scomparso, dalle visite nelle nebbiose giornate invernali, dopo aver frequentato i corsi dell’ateneo felsineo, in via Gombruti, per ritrovare un’eco dell’ebraicità che il mio primo soggiorno israeliano mi aveva fatto conoscere, spinto da una intima esigenza, spirituale e culturale ad un tempo.

Erano gli anni memorabili dell’impegno nella FGEI e nel sionismo italico. Per vicinanza geografica era naturale che i coetanei bolognesi fossero da me i più frequentati. Nacquero le amicizie che si sono consolidate via via fino al presente. E in quei giorni due parole sentite più di una volta, “Rav Sierra”, con un tono di affetto e di rispetto dalla bocca degli amici, che valevano più di mille manifestazioni esteriori. E ne scorgevo i frutti nei loro scritti, forse ancora acerbi, qua e là, negli interventi nei congressi e nei raduni, nell’entusiasmo che era connaturato con la giovinezza. E ne ebbi la conferma definitiva nelle battaglie agli inizi degli anni sessanta per lo svecchiamento dell’organizzazione comunitaria della penisola e contro un sionismo di routine, “di dinosauri”, come lo definimmo con una certa impertinenza di ventenni. Rav Sierra era con noi. Poi mi laureai e tornai definitivamente in Erez Israel e, da lontano, continuai costantemente a seguire le vicende della mia diaspora natale, ricollegandomi con altri fgeini, con i torinesi dei campeggi e delle tenzoni congressuali, che avevano allora come guida il Rav che avevo conosciuto nelle angustie ben note delle piccole comunità, a volte unico punto di riferimento di Israel, popolo, tradizione e cultura.

Rafforzando la mia ebraicità, in primis appropriandomi della lingua dei Padri, moltiplicai le letture di testi e di saggi e nuovamente ritrovai Rav Sierra, che nel frattempo aveva aggiunto al suo magistero la docenza nell’università genovese, seguendo con dedizione ed ec­cellenza l’insegnamento dei suoi maestri del collegio rabbinico risorto dalla tragedia e la severità accademica degli studi di semitistica di Della Vida e di Moscati. Ho sfogliato in questi momenti di tristezza quella eccellente miscellanea Hebraica uscita nel 1998 in onore di Rav Sierra, e vi ho ritrovato a tutto tondo il rabbino della migliore tradizione italiana, dei Cassuto e degli Artom, nell’ampiezza degli interessi e nella profondità del pensiero, sempre aperta al mondo e ai suoi problemi, sorretta dall’emunà che non diventa mai fanatismo e chiusura fondamentalista. Ma soprattutto scorgo l’uomo che ci ha impartito una lezione di eticità che deve impregnare la nostra condizione ebraica, per illuminare il mondo dei nostri valori specifici.

L’ultima fase della sua vita si è svolta nella città sacra, apice di un’ascesa, attorniato dagli affetti dei suoi cari fino alla terza generazione, attivo nelle manifestazioni della Keillah degli Italkim gerosolomitani e fino al giorno che la malattia lo afferrò immerso nello studio. Il mio ultimo ricordo è la tefillà nel Sacrario della Memoria allo Yad va-Shem, che egli recitava, nella commozione di tutti, a ricordo dei martiri nostri e di Israel ogni 16 ottobre. Mi rammarico che, non abitando io nella capitale, non lo abbia frequentato negli ultimi anni e soprattutto non abbia adempiuto alla grande mizvà della visita agli ammalati.

Va in pace Rav Yosef ben Ghershom, che la terra di Gerusalemme ti sia leggera fino al giorno del giudizio!

 

Reuven Ravenna