Martin Buber

 

La terra promessa e l’anarchia

di Manuel Disegni

 

Martin Buber, filosofo e teologo ebreo nato nella Vienna asburgica nel 1878, è un pensatore affascinante, oscuro, uno di quelli che guardano ai recessi più profondi dell’anima umana, che ne svelano le più intime istanze. Partendo dall’analisi della crisi dell’uomo e della società nel Novecento, con i mattoni della tradizione ebraica insieme a quelli della cultura filosofica europea, Buber edifica una grande e visionaria alternativa sia all’individualismo estremo e antisociale del sistema capitalista, sia al collettivismo illiberale e statalista del socialismo reale.

Si riallaccia alla tradizione dell’utopismo, duramente ostracizzato dall’ortodossia marxista, ripresa invece da Buber anche in forza della sua incrollabile fede in Dio e nell’uomo.

La realtà da cui muove Buber è quella del fallimento dei due grandi sistemi che si erano spartiti il pianeta, il capitalismo e il totalitarismo sovietico. Di fronte a questa gravissima crisi, l’utopia si configura per Buber come un’imprescindibile esigenza: contrastare il trionfo del prosaico, del cinico concreto. Il ruolo prezioso dell’immagine utopica, per Buber, è quello di uno spazio comune. C’è l’esigenza, per l’uomo, di ritrovare un sogno comune, unica dimensione che consente la fuga dall’esasperato individualismo, atroce piaga della società.

L’utopia si coniuga in Buber con l’escatologia e con il messianesimo ebraico. Nella concezione ebraica la storia non è un progresso lineare, bensì è contemplata la possibilità dell’interruzione del tempo, l’avvento dell’Altro. È questa la forma che assume il rinnovamento, il riscatto dell’umanità.

L’attesa del Messia è la condizione specifica di ogni ebreo nel mondo. Buber, tentando teoreticamente e prati­camente di sposare la tradizione ebraica con le istanze libertarie dei movimenti anarchici e sociali, ha conferito un carattere attivo a quest’attesa, fornendo così un’interpretazione del compito mondano dell’ebreo.

Secondo Buber c’è un paradosso alla base del messianesimo ebraico: una tensione costante tra l’attendere e l’agire, tra la fede in Dio e la fede nell’uomo e nella sua partecipazione alla propria salvezza. La salvezza dell’umanità è l’instaurarsi di un ordine sociale giusto, senza oppressori né oppressi. Egli sogna una Comunità fondata su rapporti umani autentici, sul mutualismo e sulla reciprocità, sul riconoscimento completo dell’Altro. È qualcosa che deve costruire l’uomo, è l’uomo che deve conquistarsi la sua libertà, dove per libertà non s’intende la vuota libertà borghese dell’individuo, ma la libertà delle masse di affrancarsi dai vincoli del capitalismo, di sconfiggere il processo di atomizzazione, “la solitudine collettivizzata”, di vivere spontaneamente associati in una Comunità.

La forma di governo specifica che Buber teorizza per questa Comunità utopica è la teocrazia anarchica. Si badi che la teocrazia non è una ierocrazia, non è il potere di una casta sacerdotale (più o meno il regime dell’attuale Iran). Non si deve fraintendere. La teocrazia anarchica di Buber riconosce la sovranità solo a Dio: questo è il patto teologico-politico che segna la storia d’Israele. Il Regno di Dio guarda all’Israele premonarchico, anteriore a Salomone. Le tribù in viaggio dalla terra d’Egitto verso Canaan, conferirono il titolo di Melekh, Re, a Dio stesso, non all’uomo che le guidava. È la prima e unica volta nella storia di tutti i popoli. Se Dio è Melekh, a chiunque altro è vietato essere sovrano. È questo il paradosso della teocrazia anarchica: l’accettazione della regalità celeste risponde all’istinto indomabile di autonomia dell’uomo, la sua naturale indole anarchica. È in questo legame la libertà cui mira Israele.

Il nesso tra il socialismo e l’utopia ebraica è l’aspirazione alla logica messianica della giustizia sociale.

D’altronde la giustizia sociale è un valore fondamentale anche nella Torà, che in questo precorre i tempi di alcuni millenni.“Non farai alcun lavoro nè tu [...], né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame né il forestiero nelle tue città”, recita il comandamento dello Shabbat. Il significato dello Shabbat, per Buber, è prettamente politico. Lo Shabbat è inteso come irruzione di un tempo altro, come rivoluzione. Ad ogni Shabbat, nel ricordo dell’uscita dall’Egitto (zecher letzijat Mitzraijm), si rivive la liberazione. Sta qui il nesso tra mosaismo e socialismo. Martin Buber lesse, tra le righe della Torà, una sorta di sediziosa “nostalgia per ciò che è giusto”.

Sion quindi, la Terra Promessa, nella prospettiva religiosa e insieme antistatalista di Buber, non è solo l’aspirazione ad uno stato, è qualcosa di più, è un ideale universale.

Buber aderì da subito al movimento sionista, ma presto assunse posizioni critiche verso Herzl: il suo sguardo a Sion è più sociale e culturale che politico-nazionalistico. Il progetto di Buber era quello di un sionismo fedele alla Torà, e quindi la realizzazione del Regno di Dio, la teocrazia anarchica. Volle fare di Gerusalemme un polo alternativo a Mosca nell’universo socialista, il polo libertario, comunitario, in cui non vi è il momento statalista e centralista, in cui non vi è proprio alienazione di sovranità. Questo programma politico ed etico fu poi mutuato dai primi kibbutzim. È il tentativo di ripristinare, nella Terra Promessa, il principio comunitario e libertario, in un mondo in cui esso è cancellato dalle burocrazie centraliste e dai loro apparati repressivi.

“Israele perde se stesso se sostituisce la Palestina con un’altra terra, e perde se stesso se sostituisce Sion con la Palestina”, afferma Buber. Lungi dall’accontentarsi della fondazione dello stato, Israele dev’essere l’araldo e il preparatore del mondo redento. È diversa anche l’idea del rapporto con la Terra: l’uomo è ospite sulla terra, essa appartiene a Dio (Levitico - 25;23), ogni appropriazione è espropriazione. Questo insegna, soprattutto oggi, nel mondo globalizzato, attraversato ovunque da flussi migratori, che non ha senso la rivendicazione di un diritto naturale sulla terra. Il sionismo di Buber dunque è un ideale che va ben oltre il rapporto di possesso con una terra: è la realizzazione, su scala mondiale, del Regno di Dio, la ristrutturazione della società, la riconquista della libertà. È la più intima di tutte le rivolte, che lentamente cresce nei recessi dell’anima umana, la rivolta contro la solitudine massificata o collettivizzata. È la terra promessa, è l’anarchia.

Manuel Disegni