Israele

 

Tra fondamentalismi e modernità

di Reuven Ravenna

 

Presi come siamo, specialmente in Golà, dalla geopolitica, per buone ragioni, si è spesso all’oscuro, o perlomeno, non si dà sufficiente attenzione a diversi aspetti della scena israeliana, non meno rilevanti per il futuro dello Stato ebraico. Nel primo decennio del terzo millennio, in una ampia e complessa visione d'insieme, la società di Erez Israel appare quanto mai caratterizzata da contrasti e contraddizioni, che avvincono e preoccupano, ad un tempo.

Non possiamo guardare alla realtà attuale con i parametri di solo qualche lustro addietro. Non mi stancherò di rilevarlo, per una informazione il più possibile ampia e corretta, con le sue luci e le sue ombre. Mi soffermo sulla ebraicità (ideologie, fenomeni e folclore) che sarebbe riduttivo definire come “stato della religione ebraica” tra il Mediterraneo e il Giordano. Le grandi divisioni non solo ideologiche, ma soprattutto culturali, con forti componenti socioeconomiche sono, senza dubbio, frutto della storia dello Stato, che ha visto ondate di immigrazione (alyot) da mondi di diversissimi livelli di sviluppo, di mentalità e di tradizioni.

Ho già trattato degli spartiacque che hanno modificato equilibri e le forze in campo. Tramontata, per evoluzione storica, la aspirazione verso un ebraismo rinnovato, con radici nel retaggio millenario di Israele, rivissuto su modelli nazionali e “laici”, con forti elementi di socialità progressista, e con la graduale crisi dei movimenti politici che li rappresentavano, dai margini della società si sono imposte tendenze, largamente seguite, che pur condizionate dalle élites preesistenti e dalle influenze esterne (consumismo e mode del mondo globale) sono attualmente fattori non trascurabili per l’avvenire di tutti noi.

Come reazione al tentativo di livellamento della “fusione delle diaspore” del laburismo sionista, le masse orientali si sono rivolte di nuovo alle radici culturali e religiose delle comunità di provenienza, sotto la guida di rabbini carismatici, reagendo alla disgregazione della modernità, con forme di culto ancestrali (per esempio le celebrazioni presso le tombe di Hachamim), recependo, spesso, l’influenza dell’ortodossia ashkenazita, a sua volta, in crescita demografica e di sempre maggiore influenza poltica.

Il Sionismo religioso, o meglio l’ortodossia moderna, frantumata, è allo stato attuale un concetto più teorico che consistente. Al più si mettono a confronto gli ultraortodossi “nazionali”, i “haridim leumiim”, le forze trainanti degli insediamenti nella Giudea e Samaria, in lotta costante contro le aperture verso l’esterno, siano verso gli “ismaeliti” (gli arabi in genere, e i palestinesi, in ispecie) o i non-ebrei, ostili per lo più e gli ebrei “ellenizzanti” (laici o semplicemente moderati) e i gruppi dei datiim che ancora brandiscono la bandiera della “Torà e la modernità” nei kibuzim e in determinati batei keneset e circoli accademici, fautori di sintesi tra la Tradizione halachica e le sfide impellenti del mondo moderno. In questo ultimo contesto possiamo collocare il trend del femminismo religioso, caratterizzato dalla richiesta crescente di riconoscere il ruolo della donna nella comunità religiosa, nel culto e nello studio, affrontando problemi di non facile soluzione halachica, come nelle cause di divorzio.

Pur conscio che la Diaspora sia più che mai alle prese con i problemi della identità, all’interno, e con i pericoli crescenti dell’antisemitismo, tradizionale o etichettato in antisionismo, io ritengo che sia di primaria importanza studiare con coraggio, senza reticenze e sconti di quieto vivere, l’agenda dell’Israele 5770, se intendiamo che la centralità di Gerusalemme non resti una pura espressione di ovvia retorica, ma baricentro concreto e basilare della condizione di ogni ebreo cosciente, dovunque egli viva.

Reuven Ravenna

Rehovoth, Cheshvan 5770