Storie di ebrei torinesi

 

Stefan Hirsch

 

Incontro il signor Hirsch in Comunità, un pomeriggio come tanti. Delle molte lingue che conosce, mi spiega da subito che l’inglese è quella che parla meglio: “my first language”. Così tutto il resto dell’intervista si svolge nella lingua del bel paese dove il “yes” suona. Parliamo di Frank Sinatra, di Dean Martin e di Gene Kelly, sulla cui grandezza ci troviamo entrambi concordi: il signor Hirsch ama la musica e adora cantare. Naturalmente, però, parliamo anche della sua vita, che è stata decisamente fuori del comune.

 

- La sua famiglia è di origine tedesca, vero?

Sì, io sono nato ad Hamburg (Amburgo) nel 1924. In quella città c’era una grande comunità ebraica, con varie sinagoghe. Il mio nome è Stefan, anche se in Italia mi chiamano “Stefano” e in America “Steven”… Invece il mio nome ebraico è Shimshon Raphael Ben Aharon, in onore del mio bis-bisnonno da parte di madre, Rabbi Samson Raphael Hirsch. Fu un rabbino molto importante, viene citato ancora oggi. Visse tra il 1808 e il 1888.  [Mi mostra un libro, che ha portato apposta, dedicato al suo avo]

 

- Alla fine degli anni Venti e all’inizio dei Trenta si aveva sentore, in Germania, di quello che sarebbe successo?

Noi stavamo bene, ma mio padre già sentiva che qualche cosa non andava, che l’antisemitismo si stava diffondendo. Nel 1933 – io avevo otto anni – eravamo in vacanza in Svizzera, in uno stadio a vedere una partita di hockey su ghiaccio, quando durante l’intervallo all’altoparlante annunciarono che il Partito Nazionalsocialista aveva vinto un’elezione. Ricordo che mio padre si alzò, bianco in faccia: “Questo è il principio della fine”, disse. Tornammo immediatamente ad Hamburg e pochi giorni dopo partimmo.

A noi bambini – io, mio fratello e mia sorella – fu detto che andavamo a trovare i nonni a Frankfurt, ma non era vero. Mio padre non voleva che nessuno sapesse che stavamo partendo, così portammo pochi bagagli.

 

- Dove andaste, in realtà?

In verità non scendemmo a Frankfurt, ma proseguimmo in treno per Parigi, perché mio zio e sua moglie vivevano laggiù. Per noi bambini fu eccitante, fantastico: a quell’età non sapevamo niente di politica, di antisemitismo.

Mio padre doveva decidere dove stabilirsi: era convinto che l’antisemitismo, i nazisti, sarebbero arrivati in tutta Europa. Era un uomo molto intelligente. Una grande compagnia commerciale inglese, con la quale lui aveva fatto affari, saputo che aveva lasciato la Germania gli offrì un ottimo posto di lavoro in Palestina, con il compito di gestire i loro uffici e i loro interessi laggiù.

Mio padre, oltre ad essere un uomo d’affari di successo, era anche un uomo religioso: osservava lo Shabbath, insegnò ai suoi figli e lui stesso tutte le domeniche prendeva lezioni da un rabbino, continuava ad imparare. Mia madre avrebbe voluto che ci stabilissimo in America, a quei tempi in Palestina c’erano più distese di sabbia che città. Mio padre però voleva prima vedere la Palestina.

Così andò a vedere il posto, con un amico, e poi si trasferì con tutta la famiglia a Haifa. Eravamo stati a Parigi più o meno sette mesi.

 

- All’epoca lo Stato di Israele non esisteva ancora, si parlava di “Palestina”…

Gli Arabi oggi accusano gli Israeliani di aver OCCUPATO la loro terra, ma questo non è vero. C’è solo una piccola fascia che è stata occupata: il Golan, nel nord, per ragioni strategiche. Quando fu dichiarato lo Stato di Israele i paesi arabi vicini attaccarono: volevano ricacciare gli Ebrei in mare. Ma persero ogni volta che attaccarono. Ora sostengono che gli Ebrei abbiano occupato le loro terre, ma non è vero: quelle terre furono comprate a caro prezzo dagli immigranti, che arrivarono in Palestina anche prima che Theodor Herzl fondasse il Sionismo moderno, nel 1902. E gli Arabi erano contenti di venderle, convinti che alla fine avrebbero cacciato fuori gli Ebrei e le avrebbero recuperate.

 

- E lì a Haifa com’era la vita?

Quando arrivammo vivemmo per un anno in hotel, poi ci trasferimmo in una casa. Noi bambini andavamo a scuola e imparammo l’ebraico. La compagnia per cui mio padre lavorava ad un certo punto decise di lasciare la Palestina, a causa dell’inizio dei problemi tra Arabi ed ebrei: offrirono tutti i loro interessi a mio padre, e lui ne trasse vantaggio. Nel 1937 costruì nella zona industriale della città un mulino per il riso, che era il più moderno in tutto il Medio Oriente: egli vendeva riso in Palestina e a tutti i paesi arabi attorno.

 

- Quanto tempo rimaneste in Palestina?

Io fino al 1940, quando i miei genitori mi mandarono in America: avevo quindici anni. I miei zii avevano lasciato Parigi e si erano stabiliti a New York; non avevano figli, così praticamente mi adottarono. Parlavo un po’ di inglese, perché in Palestina si imparava a scuola. Finii il liceo in America, ma poi, dal momento che a causa della guerra mio padre non poteva mandarmi denaro, cominciai a lavorare per conto mio: avviai un piccolo business di produzione di materiali da imballaggio, che divenne un grande affare. Sono vissuto a New York per ventisette anni.

 

- Come si inserì nella comunità ebraica a New York?

Divenni membro della “Spanish and Portuguese Synagogue”, sefardita, perché parlavo ebraico moderno abbastanza bene e i Sefarditi anche parlavano in ebraico moderno. È una bellissima sinagoga, ne sono ancora membro: nel giugno del 2008 sono andato fino a New York apposta per cantare l’Haftarah. Anche qui a Torino quando la canto lo faccio alla maniera sefardita…

 

- La comunità ebraica newyorkese dei primi anni ’40 era al corrente di quanto avveniva in Europa, delle deportazioni, dei lager?

Sì, si sapeva delle deportazioni, dei campi di concentramento. In America si era al sicuro, ma si cercava di aiutare, si facevano collette, si mandavano in Europa abiti smessi e cibo… Noi avevamo cibo a sufficienza, ma in Europa scarseggiava.

 

- C’era antisemitismo, in America, a quei tempi?

Ci sono sempre antisemiti, in tutto il mondo. A mio parere questo succedeva perché gli Ebrei riuscivano a ricevere un’ottima educazione e a fare strada in campo medico, letterario, giuridico, di relazioni internazionali, musicale, ecc., e questo creava antisemitismo tra coloro che non ci riuscivano.

 

- E come fu che lei venne in Italia?

A New York incontrai una famiglia di Torino. Dopo la guerra loro tornarono qui, e io d’estate venivo a trovarli per due o tre settimane: andavamo in giro per l’Italia, un anno a Positano, un anno all’isola d’Elba, un’altra volta a Cervinia… Durante una di queste gite incontrai una ragazza torinese, che sposai due anni dopo, nel 1967, nella sinagoga di Torino. La portai con me a New York, ma dopo un anno decidemmo di trasferirci qui.

Cominciai a lavorare qui anche se non conoscevo la lingua. Negli Stati Uniti vendevo imballaggi di plastica a fabbricanti di camicie, calze, pantaloni, ecc.: quando dissi loro che mi sarei trasferito a Torino mi offrirono di provare a vendere in Italia i loro articoli. Mi diedero alcuni campioni, e la cosa funzionò: c’erano persone interessate a comprare capi d’abbigliamento americani, che erano di moda, e pian piano estesi gli affari a tutta l’Europa; ma evitavo di andare in Germania a causa di quello che i Tedeschi avevano fatto agli Ebrei. Mandai però qualche campione ad una compagnia tedesca che mi contattò; mi chiesero di far loro visita, cosa che feci: volevo anche rivedere la villa dove ero nato. Durante questa visita di quattro giorni trovai che la gente era cambiata, erano gentili, pronti ad aiutare ed interessati al mio passato. Questa compagnia di Norimberga cominciò a mandarmi grandi ordini e divenni ottimo amico dei proprietari, amicizia che dura ancora oggi. Mi ricordo che loro sono venuti qui a Torino per il Bar Mitzvah di nostro figlio.

Per quanto riguarda la mia attività, gli affari andavano bene, ma con il passar del tempo il valore del dollaro aumentò fino a quando non potei più reggere la concorrenza dei prodotti italiani, e dovetti smettere.

 

- Quali differenze trovò tra le comunità ebraiche di Torino e di New York?

A Torino c’è una sola comunità, a New York ci sono forse cinquanta sinagoghe. Quando venni qui mi adattai velocemente alle preghiere, alle melodie.

 

- Lei ha avuto una vita veramente densa di esperienze. Se dovesse tirarne le somme che cosa direbbe?

Ho vissuto la vita di un romantico. In ogni luogo in cui sono stato la mia religione ebraica è sempre stata importante, per me. Mi sono ritirato dagli affari nel 2005, e adesso dedico il mio tempo ad aiutare in casa e a dare consigli ai miei figli, se me li chiedono. Ho uno studio in casa nostra che uso per lavorare e scrivere; appesa sulla porta c’è un targa con su scritto: “I refuse to grow up”.

Ma come disse il vecchio generale americano MacArthur, “Old soldiers never die; they just fade away.”

 

Intervista realizzata da Sara Caputo