Storie di ebrei torinesi

 

Josette Chamla

 

Josette mi ha accolto nella sua graziosissima casetta con l’esuberanza e il calore che la contraddistinguono. Sono arrivata nel primissimo pomeriggio e sono stata subito catapultata in una atmosfera di pace e tranquillità confidenziale, rendendomi conto a stento, fra una tisana e un biscotto, che il tempo passava.

Impedendomi di usare un registratore Josette ha impresso fin da subito un tono amichevole e familiare alla conversazione, abbiamo spaziato da un argomento all’altro ed ogni tanto si aggiungeva anche la Signora Caterina con degli appetitosi consigli culinari.

Josette nasce nel 1950 a Bone, in Algeria, un piccolo paesino sul confine con la Tunisia che dopo l’indipendenza ha preso il nome di Annaba. Ora insegna francese al Politecnico.

 

- La tua famiglia era di origine algerina?

Dunque mia nonna materna Hassid (nome la cui radice deriva da Hassidim) abitava a Tunisi, ma era di origine livornese, infatti si diceva che nella bottega di suo papà, che fondeva l’oro, si parlava italiano. Poi, sposandosi con mio nonno si è trasferita a Bone. Mio nonno era molto alto e con gli occhi azzurri, forse aveva origini dal nord della Francia, non lo so però in famiglia siamo divisi: mio fratello ha gli occhi chiari, mia sorella più scuri e io metà e metà.

 

- Come è stata la tua infanzia in Algeria? C’era una grande comunità ebraica?

Sono cresciuta felice, mi piaceva molto. Noi ebrei eravamo una comunità molto folta, non saprei dirti il numero preciso, frequentavamo tutti una grande sinagoga che era sempre piena. Era una comunità allegra e tutto era motivo per fare festa, si viveva come in una grande famiglia.

Eravamo legati alla tradizione: le donne avevano un ruolo molto importante nella casa e non imparavano l’ebraico, gli uomini invece si, studiavano al talmud torah e andavano in sinagoga la domenica e il giovedì.

Ricordo in particolare che a Pesach mio nonno faceva venire il rabbino a macellare il montone a casa nostra, non impallidire, per noi era normalissimo, davanti alla sinagoga c’era un locale adibito a questo dove il rabbino macellava anche le galline. Durante Pesach non c’era l’abbondanza e la scelta di adesso: mangiavamo i salumi che facevamo arrivare da Strasburgo e c’era solo una o due tavolette di cioccolato.

Un altro ricordo che ho è che quando le donne esprimevano un voto, per ringraziare pulivano la sinagoga ed era bello, si invitavano le amiche e chi organizzava portava anche da bere e tanti dolci.

Noi abitavamo in una casa abbastanza grande, in fondo c’era un locale coi lavatoi nel quale c’erano i “kanun”, dei vasi di terracotta specifici per cucinare al carbone, è una sorta di plata: lì infatti si metteva il pasto che finiva di cuocere per il sabato.

 

- E il rapporto con le altre religioni? Come erano visti gli ebrei?

Con gli arabi avevamo ottimi rapporti, molto più noi dei cattolici, sono cresciuta sentendo la loro lingua e noi tutti la parlavamo. Per esempio andavamo al bagno turco, lì si trovavano solo ebrei e arabi, non cattolici. E spesso mangiavano volentieri da noi perché sapevano che il nostro cibo non tradiva la loro tradizione, erano molto gentili e ci portavano i loro dolci, che poi sono anche i nostri: noi siamo impregnati di cultura araba.

Ricordo anche che quando c’era un fidanzamento le nostre ragazze si mettevano l’henné sui piedi come le arabe. Inoltre mi viene in mente Piazza d’Armi a Bone quando c’erano le feste degli arabi, tutto illuminato pieno di bancarelle di dolciumi e noi ci andavamo: c’era molto rispetto.

Le cose sono cambiate man mano che ci si avvicinava all’indipendenza e sono peggiorate dopo, ma io ormai ero già partita. So questo perché mio nonno e mio zio sono rimasti, anche se ben presto anche loro hanno dovuto fuggire via perché c’erano numerosi episodi di antisemitismo. Noi ci siamo salvati, non siamo stati toccati in senso fisico, però siamo dei fortunati, parecchi nostri amici hanno perso madre, fratelli, famigliari. Si viveva in un clima di violenza: attentati, cortei furiosi, bombe lanciate dove c’era la folla.

Pensa che per due volte noi ci siamo salvati perché siamo passati, o subito prima, o subito dopo, nel luogo dell’attentato. Ricordo che una volta in un grande corso, dove c’erano tutti i bar con i tavolini fuori, è passata una macchina che ha mitragliato sulla gente e una signora, amica di mia mamma, è morta perché si è buttata per salvare la figlia.

 

- E poi Marsiglia: è stato difficile ambientarsi?

Io ho patito molto quando siamo arrivati in Francia. Le persone erano chiuse nei nostri confronti, noi eravamo “quelli che venivano dall’Algeria”, ci consideravano dei francesi di seconda categoria, invece avevamo la Francia molto più a cuore di loro!

È stato duro, mi mancava la famiglia, eravamo tutti sparsi: alcuni a Lione, altri a Bordeaux, inoltre non abbiamo riavuto subito quello che avevamo a Bone, non c’erano case e gli affitti erano alti perché tutti se ne sono approfittati: molti “pieds noirs” avevano capito la situazione e avevano già comprato degli alloggi in Francia, noi invece non ce ne siamo resi subito conto.

Mio papà è partito prima perché, in quanto poliziotto, aveva paura di rappresaglie. Poi siamo partiti anche noi perché stava per incominciare la scuola. All’inizio stavamo in una piccola mansarda, senza bagno, col tempo siamo riusciti a comprare una casetta col giardino. Noi siamo dei fortunati, nessuno di noi ha perso il lavoro, ma moltissimi hanno perso tutto e per questo è nato un rancore terribile.

Col tempo ci siamo ambientati, ma i miei genitori continuavano a frequentare gli amici di prima e ricordo che allora tutti andavano a fare la spesa nel primo Ipermercato che era appena nato perché speravano di incontrare dei “pieds noirs”.

Inizialmente a Marsiglia c’erano solo due macellerie kasher e una sinagoga, nel giro di due tre anni sono state costruite tante piccole sinagoghe, moltissimi ebrei nord-africani si sono trasferiti e hanno poi portato con loro le proprie tradizioni, sviluppando una vita comunitaria molto intensa. Era molto importante per le nostre famiglie recuperare le tradizioni e trasmetterle ai figli.

 

- Quando ti sei trasferita in Italia?

Mi sono trasferita in Italia perché nel ’72 mi sono sposata.

Lì ho dovuto di nuovo ricominciare daccapo. In Francia avevo dato un concorso per insegnare alle elementari, ma avendo iniziato l’università mi avevano chiesto di insegnare in una scuola media, avevo diciannove anni e mezzo e partivo alla mattina alle 5.30 per andare ad insegnare in una scuola fuori Marsiglia e proprio l’anno in cui mi sono sposata avevo avuto l’incarico annuale per il liceo davanti a casa mia! Il mio ex marito ed io ci siamo conosciuti in montagna a Nevache, lui era venuto a sciare, io ero con degli stivaletti che gelavo però lui è riuscito perfino a farmi amare la neve! Eravamo molto giovani, non ero per niente pronta al matrimonio, poi mi sono convinta, lui non era ebreo, ma devo dire che per i miei la questione è passata in secondo piano rispetto al fatto che dovevo trasferirmi in Italia.

È stato molto duro arrivare a Torino, mi sono sposata il 16 ottobre del 1972 e a fine mese mi sono trasferita definitivamente. Era inverno, faceva molto freddo, non c’erano colori, era tutto grigio, la città non è come adesso, alle sette di sera non c’era più nessuno per le strade e tutti avevano una faccia triste: sono convinta che questo sia dovuto alla mancanza di sole. Se non fosse stato per l’amore di mio marito io scappavo prima.

 

- Quando sei arrivata hai preso contatto con la comunità?

Sì certo, ho chiesto dov’era, ma non frequentavo molto la sinagoga perché andavo sempre a Marsiglia. Poi quando sono nati i miei figli li ho mandati alla scuola ebraica perché mio marito era accondiscendente e io ho sempre continuato a mantenere le tradizioni andando sempre in Francia per le feste. In questo modo ho cercato di inserirmi, ma senza grandi risultati. I ragazzi non hanno mantenuto i rapporti con i loro compagni e quando sono andati via dalla scuola ho avuto molti problemi e ho abbandonato la comunità.

E poi alcuni anni fa sono tornata perché mi faceva piacere, era sempre più difficile andare in Francia, ma non è che ci fu un grande cambiamento. All’inizio, appena arrivata in Italia, sentendomi molto sola, ci soffrivo di più, ora che sono inserita mi dà meno fastidio.

Ricordo in particolare Isacco, era l’unica persona che si ricordava di me, era il mio unico legame con la comunità, ci incontravamo in macelleria.

Mi fa pensare il fatto di non riuscire ad avere un rapporto con la comunità, i miei amici mi dicono però che non ho il carattere per vivere a Torino.

Le persone che mi hanno avvicinato alla comunità sono state il rabbino Somekh e sua moglie Alessandra. Ho seguito un corso di altissimo livello tenuto da lui il lunedì sera e ho anche cominciato a frequentare un corso tenuto da sua moglie il martedì sera: un commento sulla parashà, lo teneva in casa sua e a me sembrava di entrare in una casa che fosse la mia, molto accogliente. Alessandra se non mi vedeva in sinagoga si preoccupava di chiedermi come mai.

 

- È vero che d’estate ti occupi di volontariato in Israele?

Si, per un mese faccio la volontaria per l’esercito in Israele con l’associazione Sar-El, lavoro nel più grande campo paramedico dell’esercito; viviamo e mangiamo coi soldati. Questo campo, ci tengo a sottolineare, non prepara aiuti solo per i nostri soldati, ma ci siamo prodigati per mandare aiuti in Georgia, Perù e in tutti i posti del mondo dove c’è bisogno di interventi medici. Arrivano persone di tutto il mondo e di tutte le età (pensa che c’è una mia amica Malka che a 92 anni, da New York, continua a venire ad aiutarci), le quali non sono per forza ebree ma sono accomunate dallo stesso intento: sostenere Israele.

 

- Sei tornata in Algeria?

Per lunghi anni non ho mai voluto tornare in Algeria o in un paese del Nord Africa, poi un mio caro amico che era andato in vacanza in Tunisia me ne parlò così tanto che mi ha fatto venir voglia di tornare.

Dunque sono andata prima del 2000 e da allora ci sono tornata diverse altre volte, anche per scambi culturali, vivendo in case di tunisini. Io sono stata molto felice di esserci andata e loro molto ospitali nei miei confronti, sapevano benissimo che ero ebrea, per il mio nome e perché non l’avevo mai nascosto e mi hanno sempre rispettato e addirittura il preside della scuola mi ha presentato a dei rappresentanti del provveditorato come “loro cugina”.

È stato bello, mi sono sentita di nuovo a casa mia, mi è piaciuto tornare a parlare arabo, ho ritrovato i colori e i sapori che non ho mai dimenticato.

Proprio in Algeria invece non sono più tornata.

 

- La tua vita è stata molto movimentata!

Io sono sedentaria per natura, nomade per necessità.

 

Intervista realizzata da Elisa Cavaglion