Storie

 

Italo marocchina

Un’intervista

 

Anna Mahjar Barducci è una giornalista che ha studiato e lavorato in Europa, negli Stati Uniti e in Pakistan ed è presidentessa dell’Associazione Arabi Democratici Liberali, organizzazione di intellettuali arabi impegnata da anni per la promozione e la difesa della democrazia e dei diritti umani e che all’inizio del 2007 ha organizzato insieme ad Agenzia Radicale, presso la Camera dei deputati, la Conferenza Stampa nella quale è stato richiesto un intervento del governo italiano in difesa dei diritti dei soldati israeliani rapiti nel 2006 dai terroristi Hezbollah e Hamas.

Anna ha il papà italiano, la mamma marocchina e vive attualmente a Gerusalemme dove ha appena avuto una bellissima bambina dal marito ebreo israeliano; rappresenta, insomma, l’incarnazione del nostro auspicato futuro quando l’integrazione e la convivenza pacifica nel Mediterraneo non saranno più soltanto una nobile aspirazione.

Anna ha pubblicato di recente, in Italia, un piccolo interessantissimo libro* in grado di spalancare davanti ai nostri occhi tutto un mondo di umanità che, qui in Europa, ci sfiora e cammina al nostro fianco ogni giorno della nostra vita e del quale purtroppo ignoriamo ancora quasi ogni cosa. Come si trovano tra di noi i bambini e i ragazzi, sempre più numerosi, che provengono dai paesi musulmani e come vengono accolti a scuola, in classe dai compagni? Come vivono le ragazze musulmane e le donne? Quali sono i loro desideri e i loro sogni e che cosa è stato di loro nel passato? Italo Marocchina è un racconto coraggioso che ci coinvolge immediatamente e da leggere tutto di un fiato facendo attenzione (indispensabile a tal fine l’albero genealogico nelle prime pagine) a non perdere il filo tra i tanti nomi esotici e le tante vicissitudini che si intrecciano e si ritrovano, sempre umanissime e a volte strazianti. Un’umanità al femminile che ci è tanto più vicina di quanto si potrebbe pensare, negli affetti, nelle speranze, soprattutto nell’aspirazione ai diritti umani e al diritto naturale all’uguaglianza. Alla fine riemerge l’indignazione nei confronti dei razzisti nostrani che vorrebbero convincerci che certe popolazioni non sarebbero ancora mature per la democrazia e per la libertà, l’indignazione nei confronti dei razzisti peggiori, quelli finti “democratici e di sinistra”, che osano parlare in nome di chi non li ha mai autorizzati a farlo e vorrebbero convincerci che il “rispetto dell’altro” consisterebbe nell’abbandonare gli immigrati e le donne all’oppressione e alla violenza dei particolarismi “culturali”.

Ben vengano i “piccoli grandi libri” come quello di Anna Mahjar Barducci, le donne arabe iniziano a far sentire la loro voce, una voce alta e chiara, davvero capace di spazzar via tanta ottusità.

 

Leggendo il tuo libro sono rimasta stupefatta dal racconto dei maltrattamenti che hai subito a scuola, in Italia, perché figlia di una donna marocchina. Mi ha molto colpita. Il tema di chi aggredisce senza alcun motivo soltanto perché può farlo nel mentre l’altro si trova in una posizione di debolezza. Prendere coscienza del razzismo e della cattiveria è sempre abbastanza scioccante.

Ho scritto soltanto la verità. I bambini a volte sono molto cattivi, forse perché non si rendono conto dei limiti.

 

Hai fatto una magnifica descrizione del gruppo “nazifascista”! Ho collegato questo racconto all’altro presente nel tuo libro quello del sessismo cioè della condizione delle donne musulmane. La stessa dinamica violenta: il forte, che sia il maschio della specie o il gruppo coalizzato, si scatena contro il debole.

Alla Fiera di Torino, durante la presentazione del tuo libro, hai raccontato una serie di aneddoti buffi e simpatici, mi aspettavo una storia neorealista da farsi due risate, un po’ descrizione un po’ satira di costume, invece leggendolo si scopre una dimensione tragica profondissima. Avresti potuto, con le storie che racconti scrivere 300 o 400 pagine.

Credo che oggigiorno la gente non abbia molto tempo. Ho preferito scrivere un libro breve, con capitoli corti e con paragrafi altrettanto corti, che fosse anche leggero e da leggere velocemente. Penso che sia inutile entrare nelle vicende di un personaggio, altrimenti si scrive un libro nel libro. Il mio obiettivo era di trasmettere la visione di un mondo senza entrare nelle descrizioni particolareggiate. Comprendere un’altra cultura è difficile, se si scrive troppo c’è il rischio che il lettore si perda, invece in poche pagine che raccontano di una sola estate si possono sentire i sapori, vedere i colori... Era questo il mio obiettivo.

 

Tu parli sia della condizione della donna nei paesi arabi sia di quella, a volte altrettanto spaventosa, delle donne musulmane che vivono in Europa. In Europa le donne possono studiare, possono lavorare, possono rifugiarsi nella Casa delle donne in caso di maltrattamenti, pensavo che la loro condizione fosse migliore. Un’altra storia è quella della ragazza che si reca in Arabia Saudita a lavorare. Si sa che in Arabia Saudita i lavoratori immigrati si trovano in una condizione di semi-schiavitù però quello che tu racconti è sconvolgente.

Nel mio libro una protagonista si chiama Fatima ma potrebbe essere una qualsiasi Maria che vive in Spagna o in Italia. Purtroppo la violenza sulle donne è terribile anche in Europa. Ogni giorno si parla in televisione di donne uccise o abusate. La condizione di una donna marocchina non è così diversa da quella di una donna europea. Molte donne rimangono con il marito per i figli, perché non saprebbero dove andare, perché pensano di non potercela fare, perché non riuscirebbero a trovare lavoro, i notiziari sono pieni di storie di questo tipo che riguardano tantissime donne anche italiane che vivono nei villaggi dove il divorzio non va bene e che hanno paura del giudizio della famiglia.

 

È vero che i nostri notiziari parlano spessissimo di violenze, ma su 60 milioni di abitanti anche se c’è un abuso o un omicidio al giorno si tratta di percentuali bassissime, mentre nel tuo libro racconti la storia di un’unica famiglia nella quale quasi tutte le donne subiscono violenze e vessazioni. Che la condizione delle donne musulmane sia paragonabile a quella delle donne europee è insostenibile.

Certo, soltanto una piccola percentuale di donne europee può riconoscersi nelle mie descrizioni. Il maltrattamento esiste ovunque, e ovviamente nel mondo arabo non tutti gli uomini picchiano la moglie. Il problema è che si tratta di un mondo nel quale non ci sono leggi che difendano le donne.

Le mie sono storie di donne che non trovano mai un posto che sia il loro, un posto che possa dare loro una identità, provengono da famiglie povere che non reputano importante accedere all’istruzione, donne che nel paese d’origine non sono difese dalla legge, arrivano in Europa e non sanno né leggere né scrivere, non hanno soldi e non hanno la possibilità di trovare un lavoro e di inserirsi. Questa situazione riguarda tutte le donne povere, con figli, prive di un titolo di studio e che vogliono mantenere unita la famiglia perché pensano che lasciando il marito non ce la farebbero mai. Perché non saprebbero dove andare, perché l’affitto costa e non c’è lavoro. Anche nelle culture ebraiche ortodosse ritroviamo la peggiore oppressione delle donne che, per esempio, sono considerate impure durante il ciclo mestruale. Qui in Israele nei luoghi pubblici sono affissi dei bandi con il numero di telefono che una donna ortodossa può digitare in caso abbia bisogno di aiuto. Ci sono molte associazioni, però c’è sempre una percentuale di donne che non ce la fa a ribellarsi e a chiedere aiuto perché è difficile, perché non sai mai quanto potrai affidarti e ciò che potrà accadere ai tuoi figli. Potrà l’associazione aiutarmi a mantenere i miei bambini e a dargli una buona istruzione? Tutto questo accade anche alle donne europee o americane dei quartieri poveri. Esiste un ambiente familiare e culturale che distrugge l’autostima e molte donne ne sono prive.

 

Un altro episodio che mi ha colpito moltissimo è quello dell’aggressione subita da te in un bar italiano da parte di un ragazzo marocchino che ti ha chiamata “sharmuta”, in arabo “puttana”, perché eri in compagnia di un amico italiano e lui voleva importi la consuetudine che vieta alle ragazze arabe di frequentare amici italiani. Non avrei mai immaginato che le ragazze immigrate in Europa potessero subire dai connazionali, in un luogo pubblico, questo tipo di aggressioni. Dietro che mentalità c’è ?

Una mentalità pesantemente maschilista. La donna è una proprietà della comunità e quindi l’italiano non può averla. La donna è un oggetto e quindi non può essere libera di scegliere chi frequentare, non è un individuo e quindi non può essere libera di andare con chi vuole, può andare soltanto con qualcuno che appartiene alla sua stessa comunità.

 

Quindi tua madre sposando un italiano ha tradito la comunità?

Quel ragazzo apparteneva ad una categoria di persone prive di qualsiasi cultura. In Marocco se si frequenta una classe sociale colta si trova un ambiente completamente differente. È normale vedere persone sposate con stranieri, invece nelle classi sociali più povere è tutto più complicato, un uomo può sposare una donna non musulmana mentre una donna musulmana può sposare soltanto un musulmano. Non è molto diverso dall’ebraismo, il rabbinato non permette il matrimonio tra ebreo e non ebreo e non permette che un Cohen sposi una donna divorziata. Il cattolicesimo sconsiglia i matrimoni misti però non c’è il diktat presente nell’ebraismo e nella religione musulmana. In Israele si è liberi solo al di fuori della religione, la Corte Suprema ha stabilito che i matrimoni celebrati all’estero vengano automaticamente ratificati e che i conviventi abbiano esattamente gli stessi diritti delle coppie sposate, il rabbinato invece si attiene strettamente alle regole religiose.

 

Nei paesi musulmani purtroppo non c’è nessuna Corte Suprema che difenda i diritti di chi non è credente.

Certo. Un conto è che ci siano delitti d’onore anche in Italia dove vengono duramente puniti, un conto è il delitto d’onore nei paesi musulmani dove la punizione è praticamente nulla.

 

Mi è piaciuto moltissimo nel tuo libro anche il riferimento a Khaled, il cantautore algerino costretto a fuggire in Marocco perché perseguitato dai fondamentalisti islamici, un cantautore impegnato con le sue canzoni nella di­fesa della democrazia e dei diritti delle donne. Poi c’è l’altro enorme problema che tu sfiori, quello della propaganda antisemita nel mondo musulmano.

Non si può generalizzare, io conosco molti musulmani che non sono affatto antisemiti, che riconoscono il diritto degli ebrei ad avere una patria e che sono quindi per la creazione di due Stati; d’altra parte conosco tanti italiani che negano i diritti degli ebrei.

Intervista a cura di Anna Rolli