Primo Levi

 

La trasparenza della parola
Cantata in 9 stazioni per Primo Levi

di Enrico Fubini

 

Non era facile creare uno spettacolo imperniato sulla figura di Primo Levi senza cadere nella retorica o nel luogo comune. Gli autori ci sono riusciti. Si tratta di uno spettacolo multimediale, in cui la musica non è l’unico elemento importante. Lo spettacolo infatti si affida a tre elementi di uguale rilievo: la musica di Andrea Liberovici, sempre presente nello svolgimento dell’opera; il testo di Emilio Jona liberamente tratto da Primo Levi, proiettato sulla scena; le immagini lanciate sullo sfondo, create da Controluce. Teatro d’ombre (di Alberto Jona, Cara De Maria, Jenaro Meléndrez Chas). Un coro di bambini emerge nel finale. Tutti questi elementi sono perfettamente fusi insieme nell’economia dello spettacolo e lo spettatore non li avverte in alcun modo come sovrapposizione di elementi eterogenei.

Le nove stazioni di cui si compone rappresentano in modo sottilmente allusivo aspetti della personalità di Primo Levi e delle esperienze tragiche, ma non solo quelle, di cui è stata intessuta la sua vita. Auschwitz e lo sterminio compaiono esplicitamente solo nella parte centrale dello spettacolo, ma in modo sommesso, senza retorica, con l’ossessiva ripetizione della parola polacca Stawac (sveglia) e con un breve e intensissimo accenno alla figura tragica del bambino Hurbinek, di cui si parla nella Tregua di Levi, il bambino, forse nato ad Auschwitz, che non aveva imparato a parlare e che muore pronunciando una sola parola, Hurbinek. Episodio centrale quest’ultimo, perché in effetti il vero protagonista dello spettacolo è la parola, nel suo potere a volte perverso, a volte redentore. Non per nulla la cantata inizia con le parole dell’Aggadà, il testo che si legge a Pesach, la Pasqua ebraica, che celebra la redenzione e la libertà per il popolo ebraico; poco oltre viene citato l’episodio biblico della torre di Babele (“una bestemmia innalzata a sfida del cielo”), simbolo della übris dell’uomo che porta alla confusione delle lingue, punizione volta a dimostrare che la parola nel suo cattivo uso può anche tradursi nella negazione della libertà.

La musica accompagna sommessamente le 9 stazioni in cui si articola lo spettacolo. Una piccola orchestra (Le nouvel ensemble moderne di Montreal) composta di archi, fiati, pianoforte e percussione diretta da Lorraine Vaillancourt con perizia e precisione, segue delicatamente il testo, proiettato con le immagini sullo sfondo o in primo piano, a cui è strettamente legato. La sonorità è sempre trattenuta: domina il canto del violino o del flauto nei registri alti, poche e staccate note del pianoforte. Questo commento sonoro volutamente esile, che non esplode mai in forti sonorità, mantiene per tutto lo spettacolo una tragica delicatezza, una liricità sommessa, timidamente accennata, con un ritmo lento e accenti fortemente dissonanti, a ricordare il tragico contesto in cui s’inserisce lo spettacolo. Il suono sembra a volte giungere da lontananze infinite, quasi eco di mondi sommersi nel ricordo.

Il testo ha un’importanza centrale nell’economia dello spettacolo, tutto centrato sul potere della parola, a cui si allude nel titolo. Il tessuto ebraico in cui s’inserisce la figura di Primo Levi si manifesta in vario modo, dalle citazioni bibliche che dominano nelle prime stazioni, alla voce recitante di Emilio Jona, che ricorda le radici ebraico-piemontesi dello scrittore, con le sue parole non-sense in dialetto piemontese ed infine, nelle ultime stazioni l’accenno al romanzo di Levi Se non ora quando, che simboleggia il riscatto finale del popolo ebraico, che con il sionismo si libera dalla secolare schiavitù (…siamo i figli di Davide / gli ostinati sul monte Masada…).

Ma in questo percorso ideale di vita in cui l’ebraismo fa da cornice, quell’ebraismo che era stato vissuto da Levi e da tante altre famiglie ebraiche non solo torinesi nella prima metà del Novecento, domina il senso profondo della parola, anche questo profondamente ebraico: “Fu allora che le parole / circondarono Primo grate / per l’antica fiducia / di aver in loro deposto l’ordine del mondo /….Tutte davanti a lui s’inchinarono / terribili, amorose / tutte lui le raccolse come un dono / e tacque più limpido e più cupo”. Così termina il testo proiettato in primo piano a suggello della tragica e inaspettata fine di Levi: il commento musicale si scioglie in coro di bambini a significare che l’esperienza di una vita assume una dimensione collettiva e corale.

Ciò che forse maggiormente colpisce in questo complesso e suggestivo spettacolo è l’assenza di retorica: il testo, le immagini, la musica, tutto si snoda in un’atmosfera rarefatta e limpida, potentemente simbolica e allusiva, senza pesantezza, senza sforzature, senza facili richiami emotivi.

Enrico Fubini