Storia

 

Ferrara. La lunga notte del ’43

di Israel De Benedetti

 

Ai primi di ottobre del 1943 si incontrarono a Ferrara, nello studio dell’avvocato Zanatta, esponenti dell’antifascismo locale (esclusi i comunisti che rifiutarono di partecipare) e i nuovi capi del risorto fascismo, primo tra tutti il nuovo federale Ghisellini. Motivo della riunione, il tentativo di evitare violenze da una parte e dall’altra. Dopo due settimane venivano invece arrestate una settantina di persone (noti antifascisti, ebrei come il rabbino capo di Ferrara e altre persone comuni).

Nella notte tra il 13 e il 14 novembre Ghisellini veniva assassinato vicino a Ferrara. Non è mai stato appurato chi lo abbia ucciso, anche se nel dopoguerra si è parlato di una resa dei conti tra le varie fazioni fasciste: da alcuni il nuovo federale veniva considerato troppo debole e pronto al compromesso.

La notizia fu tenuta segreta, ma in città venne imposto il coprifuoco, anche se pochi cittadini ne erano a conoscenza. Nella notte tra il 14 e il 15 novembre sono arrestate dai carabinieri 74 persone (ebrei e antifascisti) che vengono portate nella caserma del Littorio e lì trattenute. In quei giorni a Verona si sta svolgendo il primo congresso del rinnovato partito fascista. All’arrivo della notizia i congressisti urlano “Andiamo a Ferrara a vendicarci” e due squadre (di Verona e di Padova) capitanate da un certo Vezzalini si precipitano nella notte in città, fanno prelevare dalle carceri 4 dei primi arrestati di ottobre e a questi aggiungono 4 delle persone arrestate poche ore prima (4 ebrei e 4 no, tra questi il senatore Arlotti che il 25 luglio precedente aveva votato contro Mussolini). Questi 8 vengono portati alle quattro di mattina davanti al muretto del Castello Estense in Piazza e fucilati. Altre due persone (che non erano in stato di arresto) vengono prelevate e fucilate vicino alle loro case. A queste vittime si aggiunge un operaio che ignaro di tutto si avvicina in bicicletta a vedere cosa succede e viene freddato dai militi. I fucilati ebrei sono Ugo Teglio, Alberto Vita Finzi e Vittore e Mario Anau, padre e figlio.

È la prima rappresaglia tutta fascista (i tedeschi erano stati tenuti in disparte), preparata ed eseguita dalle squadracce nere che quella notte coniano una nuova parola d’ordine: “Bisogna Ferrarizzare tutta l’Italia”. I cadaveri straziati restano esposti al pubblico tutta la giornata. Non solo. Secondo la testimonianza di una ragazzina di allora che arrivava con l’autobus per andare a scuola, gli autobus venivano fermati in piazza e i passeggeri invitati a scendere, a vedere lo spettacolo e anche a sputare sopra le vittime. Soltanto a sera, per intervento del vescovo, le vittime sono portate a sepoltura. Quella stessa notte i 70 rimasti dei 74 arrestati, venivano portati alla prigione di via Piangipane e qui rinchiusi.

Il 30 gennaio 1944 grave bombardamento aereo di Ferrara: probabilmente per sbaglio, non per precisa volontà, viene colpita l’entrata della prigione e la prigione stessa resa inagibile. Buona parte dei comuni e dei politici non ebrei ne approfitta per darsi alla fuga. Gli ebrei no e viene loro ordinato di rientrare nelle loro case e aspettare nuove disposizioni. I mariti sono felici di riabbracciare mogli e figli… Ai primi di febbraio alle famiglie ebraiche viene ordinato di portarsi in un centro di raccolta e da qui con trasporti diversi 100 e più ebrei di Ferrara vengono deportati prima a Fossoli e poi ad Auschwitz e Buchenwald. Ne torneranno 4 !!!!

 


La mia notte del 1943

 

Quel 15 novembre ero già a letto (avevo 15 anni), quando una scampanellata alla porta mi sveglia di soprassalto. Sento poi qualcuno che sale le nostre scale e poi vedo la mamma affacciarsi sulla porta della mia camera “Corrado alzati, sono arrivati 2 carabinieri e vogliono che tu vada con loro per chiederti qualcosa…”. La mamma piangendo mi aiuta a vestirmi, e quando usciamo nella notte fredda e umida io sconvolto e confuso cammino in mezzo a quei due (mi sentivo molto Pinocchio). Arriviamo alla Caserma Littorio e lì mi fanno entrare. In principio non vedo niente: una sala fredda e umida, con il fumo di sigarette accese e tanta gente, uomini e donne, che camminano in tondo per scaldarsi. Poi il padre di un mio compagno di classe mi afferra per un braccio e mi spiega che siamo qui perché hanno ammazzato un fascista, ma certo a mattina ci lasceranno tornare a casa. Poi mi indica le persone attorno: ci sono molti ebrei che io conosco (compreso un cieco ferito nella grande Guerra al braccio della moglie), in un angolo il mio amico Gigetto il gelataio, noto comunista che veniva arrestato ogni primo maggio e accanto a lui una signora distinta. È la maestra Costa socialista, mi dice il mio protettore: la maestra e il gelataio hanno entrambi in mano una valigetta “Sono certi di andare in prigione e hanno preparato tutto il necessario!”. In un angolo un uomo distinto e impellicciato “Il senatore fascista Arlotti!”.

Verso le tre del mattino entra di volata un gruppetto di camicie nere che urlano verso di noi “Quanta carne da macello” Escono e poi ritornano e uno di loro legge una lista di 4 nomi, tra qui quello del senatore, e ordinano loro di uscire. “Vedi – mi dice il mio protettore – se hanno chiamato il senatore, vuol dire che quelli li mandano casa...”. Invece li portavano al muretto della morte…

Un’ora dopo ci viene ordinato di uscire tutti quanti, ci mettono accanto a un muro e di fronte a noi camicie nere con i mitra puntati. Il mio amico mi caccia dietro di lui, per proteggermi. Dopo alcuni eterni minuti sotto una pioggia sottile, ci viene ordinato di metterci in marcia. Attraversiamo la città senza incontrare nessuno, sempre scortati dai militi armati. A un certo punto Gigetto che era in testa alla colonna urla felice “Evviva ci portano solo in prigione”.

A casa mia, mio padre e mia sorella partono il giorno dopo per recarsi da un notaio siciliano amico del papà, che si era offerto di ospitarci tutti quanti a Faenza. A Ferrara rimangono mamma e nonna che vengono a turno ogni giorno a portarmi da mangiare, però possiamo vederci solo una volta la settimana. In galera festeggio il mio compleanno (16 anni). A metà febbraio si ammala mia madre, e la nonna più che settantenne si precipita in questura e urla “Mandate a casa il ragazzo, mia figlia sta male, io sono vecchia e il ragazzo non ha fatto niente di male”. La cacciano via in malo modo, ma il giorno dopo mi chiamano e mi ordinano di portare con me tutte le mie cose, un’auto dei carabinieri mi porta in questura dove un certo dottor De Sanctis (dopo la guerra sarà processato) mi spiega che bontà loro mi hanno messo agli arresti domiciliari, ma ogni giorno dovrò presentarmi da loro a dimostrare la mia presenza.

Il 30 gennaio, dopo il bombardamento e il caos in città decido di non presentarmi e non succede niente. La sera dopo con nonna e mamma scappiamo in treno a raggiungere la famiglia nascosta. Se oggi posso raccontarvi questa storia, lo devo senza dubbio a mia nonna Emilia Vita Finzi, che assieme a tutti noi si è salvata.

 

Israel De Benedetti