Personaggi

 

Marek Edelman

di Claudio Vercelli

 

Alla fine anche lui ci ha lasciati, non prima però di avere raggiunto il novantesimo anno d’età. Se è vera la data di nascita segnata sui suoi documenti, che lo assegna alla leva del 1919, in quanto nato a Gomel, città polacca ora in Bielorussia, poiché secondo altri era invece venuto al mondo nel 1922, a Varsavia. L’incertezza sulla sua origine anagrafica è in fondo consustanziale al personaggio che, peraltro, è cosa diversa dalla persona. La persona è presto raccontata se si fa riferimento al suo stile di riflessione, informato a un sobrio realismo e a un pacato sarcasmo, laddove il secondo serviva ad attenuare l’impatto destabilizzante del primo.

Marek Edelman, che di professione faceva il medico cardiologo, era un tabagista dichiarato e indefesso, uso a riempire le sue tante riflessioni con nubi di fumo e mucchietti di cenere, che sembravano quasi volere rammentare il destino di chi era oggetto delle sue premure mnestiche. In tutto ciò gli risultava estranea ogni forma di apologia così come le retoriche del caso, l’una e le altre invece spese in grande profusione da un mondo altrimenti dimentico, per celebrare i ricordi di una realtà, quella degli Ostjuden, gli ebrei dell’Europa dell’Est, che non c’è più da tempo. Edelman ci rammentava invece di quale concreta pasta fosse fatta quella condizione, laddove predominava ancora una perdurante ruralità, fatta di sacrifici e sudore, non meno che di sudditanze e dipendenze, e alla quale si sovrapponevano la fragile urbanità di una borghesia ebraica dagli statuti civili incerti e il socialismo convulso di grandi masse in via di proletarizzazione.

Nato negli anni immediatamente successivi alla Grande guerra e nel periodo di consolidamento del gigante bolscevico, di quel mondo aveva ancora fatto in tempo a sentire i sapori e ad avvertire i gusti, nel contenitore interetnico che era la Polonia sorta dal tracollo dei grandi imperi. E del suo paese natale aveva vissuto la ricca contraddittorietà, fino alla tragica e devastante occupazione tedesca, quando era stato “costretto a scegliere il posto assegnatogli”, per usare una espressione senz’altro consona, poiché i nazisti avevano deciso per lui, in quanto ebreo. Semita per necessità e destino, quindi, aveva diretto, insieme a Mordechai Anielewicz, la lotta clandestina contro gli occupanti ma anche nei confronti dei collusi, ovvero di quella parte di possidenti, ben radicati nel ghetto di Varsavia, che sperava di salvare se stessa barattando come salvacondotto l’altrui dannazione. In questo, il suo socialismo, ereditato dal magistero paterno, faceva premio su qualsiasi altra considerazione, poiché il mondo, per Edelman, si è sempre diviso tra chi campa del proprio lavoro e quanti lo fanno a spese di quello altrui.

Questa era la persona, che si rivelava sempre nella sua grande e rocciosa umanità. Non di meno, e suo malgrado, personaggio della storia del Novecento lo è stato anche fino in fondo, avendo vissuto le crisi e le trasformazioni dell’ebraismo, soprattutto nell’incontro ciclopico tra la cultura aschenazita dell’Europa orientale, quella dello Yiddishland, al contempo innovativa e conservatrice, e la secolarizzazione delle comunità dell’Occidente continentale. In questo Edelman è una talpa del “secolo breve”, avendone attraversato quasi tutti i tornanti più importanti con un’ottica ebraica ma anche e soprattutto con la consapevolezza della scomodità d’essere parte di una minoranza. Per lui l’esperienza del Bund, l’organizzazione operaia ebraica, portava in sé tale suggello profondo.

Consapevolmente aveva quindi seguitato a rimanere in Polonia, anche se la quasi totalità dei sopravvissuti se ne era andata, tra il 1946, ossia tra il pogrom di Kielce, e il 1968, con le derive antisemite di parte del partito-stato al potere. Nel dopoguerra era transitato dal ruolo di facchino e apprendista a quello di medico, studiando e lavorando perlopiù a Lodz. Negli anni Settanta aveva aderito al Komitet Obrony Robotników, il Comitato di difesa dei lavoratori, organizzazione politica e parasindacale di radice marxista, per poi, nel 1981, entrare in Solidarnosc. Dopo la fine del regime comunista era divenuto deputato al Sejm, il parlamento polacco. Tralasciamo, risparmiandocele, quelle considerazioni di prammatica in questi casi, poiché non si confanno a Marek Edelman. Sapeva benissimo, e noi con lui, che alla sua morte sarebbe stata pronunciata la parola fine su una storia, quella degli Ostjuden, alla quale apparteneva per metà, essendo nato negli anni antecedenti allo sterminio nazista e alle purghe di Stalin, completando poi la parte restante con la sua funzione di uomo-archivio e di testimone integrale della eclissi dei vecchi ordinamenti continentali.

Era una figura chiave dell’Europa dei diritti umani e sociali, non avendo mai dismesso i suoi profondi convincimenti. Ma era anche e soprattutto un uomo del suo tempo, quello in cui noi siamo nati e cresciuti. La sua esistenza ci dice, ancora una volta, quanto la caducità e l’accidentalità siano dominanti nella vita di ognuno di noi. Ebreo per caso, quindi, ma soprattutto ebreo cercando di esserlo umanamente. Cosa volesse dire ciò lui non intendeva sforzarsi di capirlo, poiché già sapeva cosa comportasse il viversi quotidianamente come tale.

Claudio Vercelli