Cinema - Libri

 

Cambiare la storia?

di Anna Segre

 

“Stiamo facendo la storia” sentiamo affermare all’inizio del film Bastardi senza gloria di Tarantino. Non è la solita battuta enfatica e un po’ scontata che ci potremmo aspettare in un film di guerra; ripensandoci più avanti ci renderemo conto che si trattava di un messaggio cifrato per lo spettatore: guarda che noi, personaggi del film, non siamo vincolati alla storia che hai studiato a scuola, te ne stiamo fabbricando sotto il naso una diversa. Non aggiungo altro per non rovinare la visione di un film in cui lo spettatore può aspettarsi davvero di tutto.

Perché cambiare la storia? Non sarà pericoloso? Non apre la strada ad una sorta di revisionismo senza limiti in cui sul passato si può affermare o negare qualunque cosa?

Forse, invece, dovremmo porci la domanda opposta: perché quasi tutti i racconti ambientati nel passato, per quanto improbabili siano le vicende e i personaggi, persino quando ci mettono di mezzo la magia, sentono invece il dovere di essere sostanzialmente fedeli alla verità storica? In fin dei conti si tratta solo di una convenzione: perché è percepita quasi sempre come un vincolo? Forse la storia svolge per noi la stessa funzione che avevano i miti per i popoli antichi: inserisce le vicende dei singoli personaggi nell’ambito di un quadro di certezze, in cui tutto ciò che accade assume un senso e ha una ben precisa ragion d’essere. Così i personaggi dei racconti ambientati nel passato si trovano di solito di fronte ad un destino immutabile che i lettori o spettatori già conoscono.

Fa pensare ad una tragedia greca, per esempio, l’ultimo libro di Philip Roth, Indignation (appena uscito in Italia con il titolo Indignazione), anche se il lettore viene comunque colto di sorpresa dalla rottura di un’altra convenzione letteraria, forse ancora più vincolante della veridicità storica. Non dico di più per non rovinare a qualcuno la lettura di un testo che offre molti spunti interessanti, dall’insolito protagonista, figlio di un macellaio kasher, all’atmosfera opprimente di un college molto conservatore nel 1950. Ma il senso di ineluttabilità trasmesso da questo romanzo contrasta singolarmente con un testo precedente dello stesso autore in cui la storia viene in parte riscritta, The plot against America (Il complotto contro l’America). In questo caso mi posso permettere di dire qualcosa di più perché il libro ha già qualche anno, e, soprattutto, perché l’evento che cambia la storia accade già nelle prime pagine. Nel 1940 l’aviatore Charles Lindbergh accetta la nomination repubblicana per le elezioni presidenziali (nella realtà storica fu un’idea appena ventilata che non ebbe seguito) e batte clamorosamente Roosevelt. Lindbergh (come Roth si premura di spiegarci in appendice) aveva simpatie naziste e antisemite ed era violentemente contrario all’entrata in guerra degli Stati Uniti al fianco di Francia e Inghilterra; di conseguenza la sua presidenza porterà gli USA ad una più rigorosa neutralità, a rapporti sempre più cordiali con la Germania e ad un crescente antisemitismo al proprio interno. A questi fatti storici si alternano le vicende private della famiglia Roth narrate dal punto di vista del piccolo Philip, che nel 1940 ha sette anni. Vediamo così gli ebrei americani sentirsi sempre più insicuri di fronte ad una barriera crescente di antipatia e diffidenza nei loro confronti, anche se non mancano quelli pronti a collaborare con Lindbergh, tra cui spicca il rabbino Bengelsdorf, curioso personaggio che, come afferma lo zio di Philip, “sa tutto - ma purtroppo non sa nient’altro”.

Confesso che il libro di Roth, soprattutto all’inizio, è riuscito a farmi stare male quasi fisicamente. In questo caso la storia studiata sui libri non era per me un fato tristemente immutabile ma una barriera di protezione psicologica, la tranquilla consapevolezza, in cui sono cresciuta, di un nazismo che, per quanti danni potesse aver fatto, era destinato inevitabilmente alla sconfitta. Credo che questa consapevolezza aiuti moltissimo a superare l’orrore quando leggiamo o ascoltiamo testimonianze sulla Shoà. Dopo che Roth aveva distrutto questa barriera ogni evento, anche se in sé non particolarmente tragico, diventava di colpo più angosciante. Mi sono imposta, a fatica, di non sbirciare le ultime pagine per vedere come andava a finire, ma in compenso sentivo il bisogno di guardare di tanto in tanto la cronologia in appendice, con i fatti realmente accaduti, per tranquillizzarmi.

Roth è riuscito magistralmente a farci capire quanto la storia sia libera, capace di prendere direzioni imprevedibili che solo a posteriori qualcuno cercherà di dimostrare inevitabili. Una scelta diversa da parte dell’eroico trasvolatore dell’Atlantico sarebbe bastata per trasformare gli USA dei primi anni ’40 in un paese antisemita? Non è detto, ma già l’interrogativo è inquietante. Gli Stati Uniti descritti da Roth appaiono (e probabilmente erano) molto più permeati di antisemitismo di quanto lo fosse l’Italia di quel periodo, eppure gli ebrei americani si sono integrati nella società come forse mai nella storia della diaspora mentre quelli italiani hanno subito la persecuzione e lo sterminio. Forse la storia è meno ineluttabile di quanto vogliamo ammettere.

L’ebraismo contrappone il libero arbitrio, le infinite possibilità di scelta dei singoli individui, all’idea di un destino immutabile a cui è impossibile sottrarsi. Forse anche per questo il midrash non è sempre ossequioso verso la storia, gioca con i tempi, confonde il prima con il poi. Gli ebrei sono usciti dall’Egitto una volta per tutte o continuano ad uscire tutti gli anni? Sono usciti, ma stanno attenti a ricordarsi che avrebbero potuto non uscire, che nulla può essere dato per scontato, e così, cantando Daienu, immaginano addirittura quattordici storie alternative. Altro che Roth o Tarantino!

Anna Segre