Cinema

 

Inglorious Basterds

di Emilio Jona

 

L’intreccio tra la seconda guerra mondiale, il nazismo e il genocidio del popolo ebraico continua ad essere un tema a cui il cinema contemporaneo a 50 anni di distanza guarda ancora con attenzione. Il film di Tarantino Inglorious Basterds lo svolge in modo del tutto particolare e molto dibattuto.

La storia è relativamente lineare. In sintesi: un ufficiale nazista, cacciatore meticoloso e accanito di ebrei, stermina una famiglia nascosta in una cascina del nord della Francia. Si salva una ragazza, risparmiata fortunosamente dall’ufficiale.

Un gruppo di anomali soldati ebrei americani, con qualche problema con la giustizia, viene inviato in Francia per terrorizzare i nazisti. Essi li uccidono in modo spietato, li scalpano, o incidono loro sulla fronte una croce uncinata.

La ragazza ebrea, sopravvissuta, vive a Parigi gestendo un piccolo cinematografo. Di lei s’innamora un giovane eroe di guerra tedesco, che è anche il protagonista di un film sulle sue prodezze di uccisore di nemici. La ragazza pare accettarne la corte, ma in realtà prepara la sua vendetta. Il film, che esalta la storia del soldato, viene proiettato, su richiesta dell’innamorato nel piccolo cinematografo gestito dalla ragazza ebrea, e ha l’onore che vi assistano i massimi leader nazisti, ivi compreso Hitler. La ragazza sbarra le porte del cinema e gli dà fuoco usando la celluloide di vecchie pellicole, sterminando tutti i capi nazisti e dando così termine alla seconda guerra mon­dale.

L’ufficiale nazista del primo episodio tratta la propria resa con il capo della pattuglia ebraico americana, che però, prima di liberarlo, gli incide, a sua eterna, vergogna una croce uncinata sulla fronte.

Tra le tante analisi elogiative o critiche di questo film mi soffermerò solo su quella, particolarmente incisiva, di Daniel Mendelshon su Newsweek del 14/8/09, che contesta l’inquietante predilezione di Tarantino per la violenza, e in particolare la violenza raccontata in questo film, dove egli accomunerebbe in modo indifferenziato quella ebraica e quella nazista, facendo diventare gli ebrei una “ copia carbone” dei nazi.

Secondo Mendelshon Inglorious Basterds rientrerebbe in quel filone di film, segnato dalla fragilità della memoria, che ora enfatizza in modo sproporzionato l’eroismo ebraico (Defiance), ora la resistenza tedesca (Valkyrie e White Roads), ora privilegia con simpatia una generale confusa morale tedesca (The reader).

Mi pare però che si possano opporre alcune obiezioni a questa tesi, perché il film dovrebbe essere letto, prima di tutto, come una grande favola, dichiaratamente antistorica, dove nulla di quanto racconta, tranne la violenza e il genocidio nazista, è vero. (Anche se Tarantino ebbe a dire: “I like it’s the power of cinema that fights the Nazis. But not just as a metaphor, as literal reality”).

Nella favola un pugno di ebrei, peraltro abbastanza equivoci, armati dal sacro furore della vendetta, fa finalmente scempio di nazisti e simbolicamente li segna così come i tedeschi segnavano con una stella di David i rabbini prima di massacrarli, e li scalpa così come gli indiani, sopraffatti dalla civilizzazione americana, facevano nei confronti dei soldati che catturavano.

Infine l’eroina ebrea, una sorta di kamikaze ante litteram, distrugge l’intera classe politica nazista sul ritmo di una macchina da presa che segue con immenso piacere il loro dibattersi impotente tra il crepitare delle fiamme e il cadere dei muri.

Il film va quindi guardato come un chiaro rovesciamento di ruoli e poteri, come un sogno di desiderio, lontanissimo dalla verità storica. Debbo dire poi che a differenza di altri film di Tarantino la violenza appare in questo caso in qualche misura ritualizzata e resa accettabile dalla giustezza della causa, perché è praticata su assassini nazisti; e debbo ammettere onestamente che per questo, almeno ai miei occhi di ebreo, la violenza appare, biblicamente, quasi sopportabile.

Ma la mia obiezione di fondo riguarda i primi 20 minuti dell’opera, che illuminano di una luce particolarissima tutto il film. Essi sono una rappresentazione esemplare di un aspetto strutturale del nazismo e resteranno, a mio avviso, come una pagina di una bellezza folgorante di grande cinematografo.

Il film si apre infatti su di una splendida campagna francese: c’è una casa solitaria su una collina abitata da un contadino bello, dolce e severo, che vive con le tre figlie. Una di esse sta stendendo il bucato e tra le bianche lenzuola vede avvicinarsi un auto con un gruppo di nazisti. L’avvicinamento è totalmente slegato da ogni tempo reale ed è sospeso in un tempo lentissimo e per questo terribilmente minaccioso. I nazi giungono alla casa e l’ufficiale che li comanda (un attore straordinario) è di una cortesia squisita, parla un ottimo francese, è colto, raffinato, delicato e gentile con il contadino e le sue figlie; poi sempre con questo tono cortese e familiare dichiara di essere un cacciatore di ebrei e fa capire al contadino di sapere esattamente che l’ultima famiglia ebrea, che ancora vive in quella campagna, è nascosta proprio lì, sotto l’impiantito di quella casa e che l’unica cosa che il contadino può fare per salvare sé e la sua famiglia è dichiararlo. In un silenzio tombale una lacrima scende dagli occhi del contadino e al gesto dell’ufficiale, che gli indica che loro sono lì sotto, china il capo in un segno d’assenso. L’ufficiale fa entrare i soldati e con un cenno indica loro dove sparare. Essi sterminano a raffiche di mitra l’intera famiglia attraverso l’impiantito. C’è un’unica supertite, una fanciulla, che fugge da un cunicolo per l’aperta campagna, facile preda alla pistola puntata dell’ufficiale, ma costui anziché sparare dice: Pum.

Questa sequenza entra in noi come una metafora memorabile che racconta per immagini e con la parola, come meglio non si potrebbe, una mutazione antropologica di un popolo ricco d’intelligenza, di civiltà e di raffinata cultura in uno spietato, e insensato uccisore di un popolo di innocente.

Emilio Jona