Libri

 

Le proprie radici e le molte identità

di Emilio Jona

 

Per chi di Gad Lerner conosce solo la parte pubblica di giornalista di penna e d’immagine televisiva questo “Scintille - Una storia di anime vagabonde” (Feltrinelli, Milano, 2009), appare come il volto nascosto della luna, un volto drammatico, errante, di dolorosa privatezza, che riguarda ciascheduno e noi ebrei in particolare, perché la sua storia è anche una nostra storia possibile con le sue migrazioni, le sue certe o incerte radici, la sua ricerca su di sé, le sue identità e i suoi dubbi e giudizi sul presente.

Lerner nasce a Beirut, vive qualche tempo in Libano e poi in Israele, quindi definitivamente in Italia, per lungo tempo come apolide e poi come cittadino del nostro paese, ma le sue radici materne sono Beirut e quelle paterne Boryslaw, un sobborgo di Drohobycz, una cittadina non lontana da Leopoli, cuore della Galizia ebraica. Il cammino che compie in questo libro è quello biblico: Lech lechà, “vattene dalla casa del padre, va verso te stesso”. E il suo “se stesso” a cinquant’anni gli impone una sorta di viaggio compulsivo verso le sue matrici: La Galizia e il Libano, tra le anime dei suoi morti sconosciuti. Sono - scrive - “coscritto fra le anime in eterno gilgul, nostalgiche di corpi e luoghi cui non faranno mai ritorno, anche perché non li hanno mai conosciuti”. E il gilgul, ricorda Lerner, è il qabbalistico vagabondaggio delle anime, secondo una legge cosmica, in un vorticoso movimento rotatorio, che tuttavia sdrammatizza la morte e “trattiene accanto a noi lo spirito delle vittime, rinviandone il commiato definitivo”. E queste anime vorticanti sono i 24 morti della famiglia paterna, i Borgman e i Lerner, spariti nei pogrom perpetrati dagli ucraini, nelle fucilazioni di massa e nei forni dei lagher nazisti. Senza di loro Lerner non sarebbe mai nato e le loro anime lo raggiungono e con esse traversa “il dolore inconsapevole che si porta dentro il vero Lerner”.

E così ritorna in quei luoghi sulle tante fosse comuni abbandonate per le campagne, con le vecchie e stinte lapidi in ebraico, che ricordano a ben pochi quel genocidio, vaga in ciò che resta di quella straordinaria e ricca Galizia ebraica, in quella Boryslaw abitata dai suoi avi, proprietari di pozzi di petrolio,in quella Leopoli che aveva 65 sinagoghe, una splendida vita culturale e un importante teatro yiddish, dove nelle sue strade avevano camminato e nelle sue case erano vissuti Martin Buber e Bruno Schulz, e vi ritorna più volte spinto da una ricerca e da un ricupero di un passato, che gli appare come un bisogno di restituire un senso alla fatica di vivere rimasta impressa nei suoi primi ricordi infantili.

Dall’altra parte del mondo sta Beirut, vissuta come un paradiso perduto, e come madre, la sua madre libanese. Anche quì Lerner ritorna più volte, la guarda con i propri occhi e con quelli della memoria della madre, scopre la casa dove era nato e una città divisa tra povertà e benessere, tra durezza e dolce vita, dove vivevano un tempo, eludendo i conflitti, turchi armeni, arabi, greci ed ebrei, e dove si è consumato sul finire del secolo scorso una guerra civile durata 15 anni, che ha fatto più morti di tutto il conflitto arabo-israeliano.

Se la Galizia ebraica è solo più un luogo della memoria il Libano è un luogo del presente, segnato dal conflitto con Israele; esso vive in equilibrio precario tra le sue 19 etnie, è abitato da gruppi tribali e da una forza oggi sovrastante, quella degli Hezbollah. Lerner si cimenta per capire quel mondo: frequenta i ricchi e la loro pervicace dolce vita, i capi drusi e cristiani chiusi nelle loro enclaves, protetti dalle guardie del corpo, visita i luoghi segnati dall’invasione e dai bombardamenti israeliani, non nasconde la sua origine e affronta a viso aperto i temi dell’oggi.

Così riprende il tema svolto da un grande intellettuale arabo, Samir Kassir, assassinato a Beirut nel 2005, quello dell’infelicità araba descritta, come “un impasto tra il rimpianto per un’età dell’oro islamica, lontana mille anni, il vittimismo scaturito dall’arretratezza sociale e un delirante culto dei martiri”, e la vede rispecchiarsi in un’analoga infelicità ebraica contemporanea, con un altro vittimismo, quello della sua relazione con la Shoah, che è stata rievocata come una nevrosi della società israeliana in un inquietante libro di Avraham Burg (Sconfiggere Hitler - Neri Pozza 2007), molto discusso dentro e fuori Israele.

Lerner critica nel sionismo il tentativo di giustificare con argomenti biblici l’insediamento coloniale su territori occupati nel 1967 e di subordinare i diritti di cittadinanza all’etnia, continuando a rinviare una risposta al dilemma, che è sciocco pensare abbia una soluzione pronta, ma che è irresponsabile negare che esista, e che incombe sul futuro: “Concepire uno stato nazionale al singolare, vincolato alla supremazia ebraica a prescindere dalla demografia, non configura forse un tragico anacronismo nel terzo millennio?”.

Per altro Lerner riconosce che esiste un’asimmetria tra il potere detenuto dagli israeliani e quello dei palestinesi, che impone a Israele un obbligo morale aggiuntivo. E a questo riguardo le sue due figure di riferimento stanno nell’ebraismo diasporico, e sono Primo Levi e Marek Edelman. Tuttavia la sua lingua famigliare è l’ebraico, anche se non sa né leggerlo né scriverlo, e il suo legame con l’ebraismo è profondo: recita il kaddish in Galizia, là dove sono sepolti i suoi antenati, raccoglie le pietre nel Libano, là dove sono morti i soldati israeliani, figli di suoi amici, per portarle sulle loro tombe, celebra Pesach in questi suoi viaggi in paesi lontani e ama Israele in un modo critico e sofferto, in cui molti ebrei diasporici potrebbero riconoscersi.

Ma una parte importante di questo libro è dedicata ad elaborare, in un insolito modo pubblico, i suoi lutti e soprattutto i suoi difficili rapporti con i genitori, entrambi viventi e da tempo separati.

Lerner rievoca la sua bella madre, assorta in un sogno di rimpianto per la sua perduta vita di giovinetta, a fianco di un padre molto amato, in una Beirut che ricorda come ricca e felice e vive con disagio e sofferenza la figura del padre, ingombrante nella sua esuberante vitalità, nei suoi commerci amorosi o economici, nelle sue sei lingue parlate tutte in modo imperfetto, nella separatezza di una reciproca incomprensione.

Ma tuttavia questo padre è fortemente presente in tutto il libro, segnato da un legame profondo, ed è proprio la scrittura, il confrontarsi con lui e il riportare alla memoria il loro difficoltoso passato che consente a Lerner di ritrovarlo, di riscattare il loro rapporto e, in qualche misura, di salvarlo.

Così questo dolce ed amaro viaggio tra le meraviglie e le falsità del Libano e le tragiche pianure della Galizia costellate di fosse comuni, non diventa una sorta di turismo alla ricerca delle proprie identità perdute, perché Lerner appare ben consapevole del rischio che esso possa essere solo una manifestazione del culto dei morti, o “un irrefrenabile morbosità senile” e sente di poterlo escludere perché ne coglie invece la necessità per ricuperare un rapporto con i propri genitori attraverso il loro passato, un passato che lo ha spinto al di là di quello stesso passato, che è diventato finalmente anche suo e lo ha condotto verso la sua realtà di oggi, verso il suo essere diventato casualmente un italiano con molteplici identità.

E questo mettersi in gioco e in mostra, nella propria finitezza e fragilità, questo difficile ed onesto denudamento, questo misurarsi con le anime vagabonde che lo animano, questi tanti perché e le poche e relativistiche conclusioni, questo passaggio costante da una propria storia privata a quella pubblica è tradotto in una lingua pensosa, che trascorre felicemente dall’originaria scrittura giornalistica verso quella della storia e della letteratura.

 

Emilio Jona