Libri

 

Pascin
Un pittore ebreo nella Parigi di inizio secolo illustrato dalla matita di Joann Sfar

di Sergio Franzese

 

Nato il 31 marzo 1885 a Vidin in Bulgaria da padre ebreo spagnolo e da madre italo-serba, Julius Mordecai Pincas ricevette la sua formazione artistica a Vienna, a Budapest e a Monaco di Baviera. Approdato a Parigi prese il nome di Jules Pascin (anagramma di Pincas). Alle sue pratiche libertine si deve l’appellativo di Prince des trois monts (Montparnasse, Montmartre e… Mont de Vénus) con cui fu chiamato dai suoi contemporanei, pittori appartenenti all’École de Paris. Pascin, riconosciuto dalla critica tra i maestri della pittura francese di inizio ’900, realizzò molti dei suoi disegni e dipinti tra modelle, amanti e prostitute, figure che nella sua vita spesso si confondono e si sovrappongono. Due furono le donne con le quali egli ebbe un profondo legame, la pittrice Hermine David, che sposò nel 1918 dopo essere emigrato insieme a lei negli Stati Uniti e la modella Lucy Krogh, che fu la sua amante.

A Julius Mordecai Pincas, detto Pascin, Joann Sfar ha dedicato un libro a fumetti pubblicato nel mese di ottobre 2008 dalla casa editrice torinese 001 Edizioni.

Sfar, autore della serie “Il gatto del rabbino”, nei suoi disegni in qualche modo ricorda la freschezza del tratto di Pascin, di cui è un grande ammiratore. Egli non segue la linearità del racconto biografico ma si premura anzi di precisare che gli avvenimenti descritti sono frutto di fantasia.

L’opera è quindi un omaggio alla memoria di un grande artista, contemporaneo del più famoso Henri de Toulouse-Lautrec e di altri, molti dei quali ebrei, come Marc Chagall, Chaïm Soutine e Amedeo Modigliani, un testo dal quale si ricava l’immagine di un personaggio dalla vita decisamente dissoluta e dalle frequentazioni equivoche, ai cui eccessi corrisponde una costante inquietudine. Nella realtà la tormentata esistenza di Pascin giunse tragicamente a conclusione il 2 giugno 1930 quando, all’età di 45 anni devastato dall’abuso di alcol e vinto dalla disperazione si suicidò nel suo atelier parigino al 36 di Boulevard de Clichy seguendo un copione assai tragico, dapprima tagliandosi le vene, poi dal momento che la morte tardava ad arrivare, impiccandosi.

Dagli episodi, illustrati con figure in bianco e nero a tratti ben definite altre volte solamente abbozzate, emergono figure caricaturali che solo in parte stemperano il contenuto licenzioso di alcune scene da cui si evince che il sesso praticato in modo piuttosto sregolato è stato una costante nell’esistenza di Pascin; il disegno e la pittura sembrano peraltro costituire una sublimazione dei suoi istinti carnali e dei bisogni affettivi, una dimensione nella quale egli cerca rifugio.

I riferimenti all’identità ebraica di questo personaggio, certo non più stravagante ed anticonformista di altri che popolano la Parigi bohémienne, emergono in diverse occasioni; talora costituiscono un elemento narrativo centrale, altrove fanno da contorno al racconto. È probabile che Pascin non si sentisse ebreo più di quanto non lo facessero sentire gli altri, apostrofandolo “ebreo” in maniera dispregiativa o perché costretto a difendersi dai pregiudizi antisemiti; certo è che Pascin non faceva mistero di preferire i bordelli alla sinagoga. Nell’episodio che lo vede in compagnia di Marc Chagall e di Chaïm Soutine i tre pittori si ritrovano a Parigi al termine di Yom Kippur (solo Chagall aveva osservato il digiuno) e conversando ripercorrono il loro passato: chi da bambino ha visto il proprio talento artistico osteggiato dai genitori, chi dal rabbino “perché creare immagini umane equivale a creare un idolo”. In questa occasione Pascin rivendica la propria identità di ebreo sefardita, di famiglia benestante, diverso dai suoi amici askenaziti cresciuti “in uno shtetl pulcioso”. Malgrado le differenze i tre, seduti intorno allo stesso tavolo, mostrano di essere accomunati da una sorte che li fa sentire incompresi ed esuli in terra straniera e che provoca loro un sentimento di malinconia.

Il rapporto di Pascin con suo padre, Marcus Pincas, un uomo dal carattere duro ed autoritario, fu sempre difficile e per questo Julius Mordecai cominciò a frequentare fin da ragazzino delle prostitute alla ricerca di tranquillità affettiva e di esperienze precoci di cui si vanterà con i suoi coetanei. Non si può far a meno di sorridere quando uno dei racconti ce lo mostra a lezione di ebraico con alcuni compagni i quali affermano che compiere l’atto sessuale costituisce una forma di peccato perché la circoncisione rende sacro il membro virile. Il giovane Pascin, reduce da una visita ad una casa di appuntamenti, afferma allora che “se Abramo fosse stato idiota come loro ci saremmo potuti scordare di Isacco”. Quando da adulto ricorderà questo episodio a Chagall aggiungerà “anche se va detto che (Abramo) ce ne ha messo di tempo prima di farlo!” attirandosi il rimprovero dell’amico per il suo atteggiamento irriverente e blasfemo. Le personalità di Pascin e degli altri protagonisti di cui ci parla Joann Sfar emergono nel libro attraverso racconti disegnati che si legano l’uno all’altro in una sequenza atemporale ed in grado di rendere perfettamente l’atmosfera che ha accompagnato i giorni di Julius Mordecai Pincas.

Sfar ha saputo ancora una volta realizzare un’opera di buon livello artistico che tuttavia per i suoi contenuti e per l’abbondanza forse eccessiva di immagini esplicite è destinata ad un pubblico adulto. Per riuscire a cogliere la narrazione in tutta la sua complessità e far emergere quegli aspetti narrativi che l’autore ha collocato in una dimensione un po’ marginale e nascosta occorre saper andare oltre al primo istintivo imbarazzo che i disegni e i dialoghi possono provocare. È bene che i lettori ne siano informati al fine di non incorrere in spiacevoli sorprese.

 

Sergio Franzese

 Joann Sfar, Pascin, 001 Edizioni, Torino, <http://www.001edizioni.com>, pagg. 192, 21