Prima pagina

 

Ma cosa è successo?

 di Anna Segre

 

Del congresso dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane appena terminato sono emerse alcune novità positive, che sono illustrate nell’articolo di Tullio Levi. Ispirano fiducia anche i nomi degli eletti nel Consiglio, tra cui figurano tre torinesi (Giulio Disegni, Claudia De Benedetti, Rav Somekh). Tuttavia si racconta anche di un clima poco sereno, di mancanza di democrazia, di giochi di corridoio, e soprattutto di un gravissimo episodio di aggressione verbale da parte del Presidente della comunità di Roma contro Manuel Disegni, colpevole di aver informato i lettori della newsletter quotidiana dell’UCEI sull’andamento dei lavori delle commissioni; episodio che, secondo alcuni, non è stato pubblicamente sanzionato a sufficienza, in quanto è mancata una presa di posizione ufficiale.

La novità più grande riguarda il nuovo statuto dell’UCEI, e in particolare il nuovo Consiglio, una sorta di parlamentino degli ebrei italiani. Fino ad ora, come in tutti gli organismi federativi, esisteva una doppia forma di rappresentanza: i delegati al congresso eletti dai singoli ebrei e quelli nominati dalle comunità. L’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, però, si trova in una situazione anomala a causa della gigantesca sproporzione tra gli iscritti alle due comunità maggiori (in particolare Roma) e quelli alle altre comunità; una sproporzione che ha portato alla necessità di operare una scelta tra due esigenze entrambe irrinunciabili: una rappresentanza democratica di tutti gli ebrei italiani e una rappresentanza di ciascuna comunità. Si è scelto un meccanismo a mio parere piuttosto anomalo e bizzarro, per cui gli ebrei di Milano e di Roma eleggeranno democraticamente i loro consiglieri mentre gli ebrei delle altre comunità eleggeranno o nomineranno un rappresentante ciascuna: è un po’ come se gli abitanti del Vermont, avendo già i loro due senatori, dovessero rinunciare ad eleggere i deputati. Certo, le sproporzioni tra le comunità ebraiche italiane sono molto più marcate di quelle tra gli stati USA, ma questo, secondo me, non può giustificare la mancanza di democrazia diretta.

L’Unione delle Comunità Ebraiche è la nostra voce nei confronti del mondo esterno e dello stato: la sua funzione di rappresentanza politica è, a mio parere, ancora più importante di quella amministrativa e organizzativa; senza contare che le Comunità Ebraiche sono fatte di singoli ebrei, che hanno diritto ad esprimere la loro voce e che non necessariamente hanno le stesse opinioni solo perché vivono nello stesso posto o in comunità di dimensioni simili. Particolarmente significativo, nel resoconto che pubblichiamo di Guido Osimo sull’elezione del consiglio, notare che nella lista “di compromesso” gli ebrei romani e milanesi erano distinti tra maggioranza e opposizione, mentre quelli delle altre comunità erano contati in un unico calderone, come se la loro provenienza territoriale fosse l’unico elemento significativo. D’ora in poi, dunque, rischiamo di avere i milanesi e i romani che decidono l’indirizzo politico dell’Unione e le altre comunità che mandano il loro rappresentante-panda a negoziare su questioni pratiche ed economiche.

Particolarmente grave mi pare la situazione delle comunità medio-grandi, Torino e Firenze, che tra 18 mesi avranno nel nuovo Consiglio dell’Unione un rappresentante su 48. Un consigliere per 800 iscritti è una proporzione inferiore non solo a quella delle piccole comunità (come è logico), ma anche a quella di Milano (che elegge un consigliere ogni 600 iscritti circa) e Roma (uno ogni 700 circa): una minoranza che conta in proporzione meno della maggioranza è una grave anomalia, anzi, mi sembra una vera e propria discriminazione. Come ci si è arrivati? A quanto pare, si è dato per scontato che bastasse tutelare la proporzione generale dei consiglieri delle medie e piccole comunità, come se fossero un’entità unica. Finora questo genere di calcoli era giustificato dal fatto che le comunità medie e piccole effettivamente eleggevano tutte insieme in un collegio unico i loro delegati, che quindi erano davvero i rappresentanti di tutti, ma d’ora in poi ogni comunità avrà il suo consigliere: come pos­siamo sentirci rappresentati da qualcuno che non è stato eletto da noi? Come potranno le esigenze della nostra scuola ebraica, del collegio rabbinico, della casa di riposo, essere comprese e discusse da chi, vivendo in comunità piccole che ne sono prive, non ha alcuna esperienza dei problemi connessi con queste istituzioni?

 

Si poteva fare altrimenti?

All’Assemblea dei delegati dell’11 aprile Davide Romanin Jacur aveva avanzato un’interessante proposta che poi, non ho capito perché, non ha avuto seguito: un consiglio composto dai 21 presidenti o rappresentanti di comunità più 21 consiglieri eletti da tutti gli ebrei italiani in un collegio nazionale unico. Se questa proporzione appariva inaccettabile per gli ebrei delle grandi comunità (e in effetti lo era), si poteva ritoccarla dimezzando (come si è fatto) il voto delle otto comunità più piccole e portando a 30 o 35 i consiglieri eletti. Altrimenti si sarebbe potuta forse studiare una sorta di bicameralismo, con una conferenza dei presidenti e un consiglio dei delegati (eletti in un collegio unico nazionale, con voto per liste e sistema proporzionale): così la politica dell’UCEI sarebbe stata davvero la politica di tutti gli ebrei italiani, perché tutti avrebbero contribuito a determinarla.

 

Dove abbiamo sbagliato?

Negli ultimi anni noi torinesi ci siamo chiusi nelle nostre liti comunitarie e abbiamo perso la capacità di analizzare e comprendere quello che stava avvenendo nell’ebraismo italiano. Anche all’interno del Gruppo di Studi Ebraici è mancato un vero e proprio dialogo tra di noi su questi temi. Alcuni (tra cui la sottoscritta) forse hanno avuto troppa fiducia nella bozza del nuovo statuto, ma altri l’hanno criticata forse troppo pregiudizialmente, in una difesa dell’esistente a mio parere talvolta sterile e gratuita (perché basata su un’immagine non reale ma ricordata o mitizzata). Comunque sia, qualunque cosa se ne pensasse, è stato certamente un grave errore non capire che la bozza elaborata dalla commissione costituiva un compromesso già molto favorevole per noi, e che era quindi conveniente difenderla: a qualcuno di noi torinesi sembrava grave dover eleggere solo tre consiglieri, ed ora ci ritroviamo ad averne uno! Ancora più grave, a mio parere, è stato l’errore di valutazione commesso da chi (dentro e fuori dal Gruppo di Studi Ebraici) si era convinto che la riforma dello statuto alla fine non sarebbe passata. Penso per esempio ad alcuni interventi che si sono ascoltati al convegno sui rabbini del 21 novembre, che pre­sen­tavano la bozza come un pastrocchio che sarebbe andato incontro a sicura sconfitta. Altri hanno commesso l’erro­re di credere che la bozza sarebbe passata tale e quale. Comunque avremmo dovuto discutere di più tra di noi e stabilire una sorta di “linea del Piave” (a cosa siamo o non siamo disposti a rinunciare?) Avremmo potuto essere propositivi, elaborare idee alternative (il collegio unico nazionale, una sorta di bicameralismo, ecc.), e presentarle al congresso. Abbiamo fatto poco o nulla di tutto questo, persi in polemiche interne. Siamo stati dimenticati e non ascoltati perché è difficile che ci si ricordi di dare la parola a chi è assente o distratto.

 

Che fare?

Non si può dire che il nuovo statuto sia del tutto negativo: personalmente continuo ad essere convinta che un consiglio permanente degli ebrei italiani sia molto più democratico di un congresso che si riunisce ogni quattro anni e poi perde ogni possibilità di controllo; si tratta solo di rendere effettivamente democratica l’elezione di questo organo. Si potrebbe provare nei prossimi anni a elaborare ulteriori proposte di modifiche statutarie, cercando di creare un ampio consenso intorno alle soluzioni che nel Congresso non sono state prese in considerazione, quali per esempio il collegio unico nazionale. Intanto, è essenziale insistere perché i singoli rappresentanti comunitari siano almeno eletti e non nominati. Sarebbe inoltre opportuno che si creassero liste uniformi sul territorio nazionale e con programmi ben definiti, in modo che anche votando un unico rappresentante si possa comunque dare un’indicazione sulla politica generale dell’UCEI. Si deve infine compensare in qualche modo l’insufficiente rappresentanza delle comunità medio-grandi. Credo che sia ragionevole sperare di ottenere attenzione immediata almeno su quest’ultimo punto, considerando che un coinvolgimento insufficiente nella vita dell’Unione di realtà ebraiche significative e culturalmente vivaci è un danno non solo per chi rimane tagliato fuori, ma per l’intero ebraismo italiano.

 

Anna Segre