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Un congresso “straordinario”

di Giulio Disegni

 

Un Congresso straordinario, di nome e di fatto, ma anche un Congresso difficile e ricco di incognite e di aspettative.

Si trattava di dare una svolta all’attuale ordinamento dell’ebraismo italiano, fermo dal 1987 allorché erano stati approvati da un lato l’Intesa tra l’Unione delle Comunità e lo Stato italiano e dall’altro lo Statuto dell’Ebraismo italiano.

Il dibattito precongressuale che ha preceduto l’assemblea romana del 5-8 dicembre non è stato forse così approfondito e attento come in realtà l’appuntamento meritava: erano in gioco le sorti e gli equilibri delle diverse anime e componenti della comunità ebraica italiana e si trattava anche di dare un assetto alle varie questioni che da tempo animano il problema del rabbinato e del rapporto rabbini - comunità.

Non si può certo dire che quanto emerso dal Congresso abbia soddisfatto le aspettative e i desideri delle comunità e degli ebrei italiani, ma certamente si sono affrontate tutte le questioni sul tappeto e si è cercato di fornirvi delle risposte, frutto naturalmente di non pochi compromessi.

Le due questioni principali dibattute erano, inutile nasconderlo, il rabbinato e la nuova organizzazione comunitaria e dell’Unione che lo Statuto in vigore racchiudeva.

La prima, con una decisione pressoché unanime e neppur troppo travagliata, è stata però per il momento accantonata, poiché non era stata approfondita e discussa tra tutte le componenti interessate e soprattutto nel modo più consono: in sostanza è stata l’Assemblea Rabbinica Italiana a chiedere di poter maggiormente approfondire il pro­blema del Beth Din unico nazionale, nonché la controversa questione dei ghiurim e il Congresso ha accolto la richiesta, impegnando le Comunità e gli ebrei tutti, oltre che naturalmente i rabbini, a discutere nel prossimo futuro il problema, così come la questione del settennato rabbinico e dei rapporti di dipendenza e/o collaborazione tra comunità e rabbini, anch’essa rinviata.

La Commissione Statuto, che aveva il compito di discutere le proposte di modifica da portare poi al voto del Congresso in seduta plenaria, è stata quella oggetto di maggiori interessi ed attenzioni.

Le modifiche apportate al vecchio Statuto sono sostanzialmente di natura organizzativa e istituzionale e riguardano nel loro complesso gli assetti futuri dell’Unione delle Comunità: tra le principali decisioni, il fatto che gli ebrei italiani e le Comunità non saranno più rappresentati da un Consiglio eletto dal Congresso, che, come ora, si riuniva ogni 4 anni; al posto del Congresso e dell’attuale organo di governo nasce un nuovo organismo gestorio, da taluni definito Consiglio, da altri Parlamentino, composto da 20 membri eletti dalla Comunità di Roma, 10 da quella di Milano e 15 dalle piccole comunità in rappresentanza delle 19 esistenti; ai 45 membri si affiancheranno i tre rabbini eletti dall’Assemblea Rabbinica.

Dunque, una piccola rivoluzione che ha lasciato scontenti molti ed ha trovato altri più che soddisfatti; è assolutamente presto per trarre dei bilanci da quello che sarà un organismo nuovo che dovrebbe rappresentare tutte le componenti, per lo meno da un punto di vista geografico, dell’ebraismo italiano, ma quello che è certo è che proprio le piccole Comunità, che sono state molto al centro del dibattito congressuale, non sembrano uscire vittoriose da questo Congresso. Se nel regime precedente i delegati membri del Congresso potevano eleggere singolarmente i candidati che più ritenevano idonei a svolgere il delicato compito di Consigliere dell’Unione, d’ora in poi ogni Comunità eleggerà i suoi rappresentanti, ma non è certo detto che il “blocco” delle 15 Comunità costituisca un unicum con una stessa “testa pensante”: saranno solo rappresentate, questo sì, da un singolo Consigliere eletto dagli iscritti a quella Comunità, o nominato dal Consiglio della Comunità, se il Regolamento lo prevede, ma avranno di fronte un gruppo consistente di Consiglieri romani (venti) ed un altro altrettanto importante di Consiglieri milanesi (dieci). È vero che il Consiglio eleggerà poi al suo interno la Giunta che dovrà essere formata da rappresentanti di almeno 4 Comunità, ma certamente le cose non sono più come molti si aspettavano e come la bozza sottoposta all’esame dei delegati prima del Congresso rappresentava.

Ma il Congresso, oltre che in aula, si fa spesso nei corridoi e nelle salette riservate, e a Roma le manovre di corridoio, i voti di scambio e i pacchetti preconfezionati hanno regnato incontrastati, fortunatamente con l’opposizione di alcuni.

Adesso l’appuntamento è davvero importante: i prossimi 18 mesi segneranno la transizione dal vecchio al nuovo sistema e le sorti future dell’ebraismo italiano in gran parte potranno dipendere da quanto succederà in questo periodo.

 Giulio Disegni