UCEI

 

Un congresso in corridoio

di Guido Osimo

 

Quale bilancio possiamo trarre da questo Congresso? Personalmente, ho sentito sia delegati entusiasti sia delegati disgustati. Tenterò qui un bilancio dell’attività d’aula, senza entrare troppo nell’attività “di corridoio”.

 

Il primo momento significativo è stato l’attività nelle singole Commissioni. Io ero in Commissione Statuto, ed è lì che - insieme a varie decine di minuzie su cui si sono perse troppe ore di lavoro - sono state affrontate, o non sono state affrontate, le tre questioni fondamentali di questo Congresso: le modifiche al sistema elettorale per le grandi Comunità, le modifiche al sistema elettorale per l’Unione, il rapporto di lavoro tra Comunità e Rabbini.

Su quest’ultimo punto, la Commissione Statuto ha deciso subito di non discutere; ed è qui che si è capito come sarebbe andata a finire in assemblea. Ovvero, tutto rimandato. Probabilmente non si era riusciti a trovare una giusta proposta di mediazione, e quindi i rischi di una lacerazione tra le varie anime dell’ebraismo italiano erano troppo alti.

Sul sistema elettorale delle grandi Comunità, è stato trovato un buon accordo: la chiave di tutto è stato separare il destino di Roma da quello di Milano. Così Roma ha potuto ritagliarsi su misura un sistema elettorale nuovo, funzionale e sufficientemente condiviso tra maggioranza e opposizione, basato sul sistema proporzionale con un pic­colo premio di maggioranza, mentre Milano ha mantenuto praticamente invariato l’attuale sistema (che a Milano per ora ha funzionato bene).

Sul sistema elettorale dell’Unione il giudizio deve essere più articolato. È senz’altro molto positivo il fatto che dalla prossima volta si abbandonerà il meccanismo farraginoso per cui le Comunità e l’Assemblea Rabbinica eleggevano 87 delegati, che si riunivano poi in Congresso ed eleggevano un Consiglio di 18 membri. La catena deci­sionale è stata accorciata: d’ora in poi le Comunità e l’Assemblea Rabbinica eleggeranno direttamente un Consi­glio di 48 membri.

Ci sono però due punti che non sono positivi, secondo me. Prima di tutto, il nuovo Consiglio è troppo grande (io avevo proposto alla Commissione un Consiglio di 29 membri). Ma soprattutto, le proporzioni decise tra le varie componenti stanno provocando in questi primissimi giorni dopo il Congresso un forte scontento delle piccole e medie Comunità. Dato che conosco abbastanza bene alcuni retroscena di tale questione, li analizzo in dettaglio nel box che accompagna questo articolo.

 

In parallelo alla Commissione Statuto si sono svolti i lavori di altre cinque Commissioni. Il secondo momento significativo è stato quando tutte le Commissioni hanno esposto al Congresso i loro risultati, e hanno presentato le loro mozioni. Qui bisogna essere chiari: a mio parere parecchie mozioni erano del tutto inutili, e in futuro ri­mar­ranno lettera morta. Però almeno una-due mozioni per Commissione riguardavano idee nuove e interessanti.

Ricordo qui: quella della Commissione “Finanze” sulla trasformazione della quota di otto per mille dedicata ai progetti in una quota più centralizzata dedicata ai progetti strategici; quella della Commissione “Ebrei lontani” in cui si invita il Consiglio UCEI a “valutare le modalità di dialogo” con le comunità Reform in Italia - naturalmente “in stretta collaborazione con l’Assemblea Rabbinica Italiana”; le due mozioni della Commissione “Rabbinato” dedicate rispettivamente al costituendo Ufficio Centrale Kasherut e all’ipotesi di arrivare a un unico Beth Din nazionale; la mozione della Commissione “Politica esterna” che raccomanda di istituire momenti di confronto per tutto l’ebraismo italiano, che siano aperti agli interventi della società civile e delle istituzioni; e infine due mozioni della Commissione “Cultura ed Educazione”, una dedicata al decentramento a Milano del DEC (il dipartimento UCEI che ci occupa di cultura, educazione e giovani) e una che impegna il nuovo Consiglio UCEI a creare un coordinamento nazionale tra le varie scuole ebraiche e possibilmente uno specifico assessorato.

Infine anche la Commissione Statuto ha presentato i suoi lavori, e il momento conclusivo in cui - dopo innumerevoli mediazioni - il nuovo Statuto è stato definitivamente approvato dalla maggioranza dei congressisti è stato senz’altro uno dei momenti più alti del Congresso.

 

Il terzo momento significativo è stato, o avrebbe dovuto essere, l’elezione del Consiglio UCEI - per l’ultima volta con le vecchie modalità di elezione. Ma l’atmosfera che ha regnato in queste votazioni non è stata certo esemplare. Non voglio dedicare troppo spazio ai giochi di corridoio che le hanno precedute e alle alleanze create e distrutte tre volte al giorno; come tutti i congressisti ho subito in parte il loro fascino perverso, e non lo nego. Però ora il Congresso è finito e bisogna buttarsi tutto dietro le spalle. Nel mio bilancio personale queste cose non entrano più di tanto.

Tornando alle elezioni, subito prima del loro svolgimento sembrava tutto deciso: i leader principali del Congresso avevano firmato un accordo di ferro, forse al limite della legalità ma molto chiaro. Ci sarebbero stati in tutto solo 15 candidati: il Presidente uscente Renzo Gattegna, quattro Consiglieri della maggioranza di Roma, due Consiglieri della minoranza di Roma, due Consiglieri della maggioranza di Milano, un Consigliere della minoranza di Milano, cinque Consiglieri delle piccole e medie Comunità. Ognuno avrebbe votato i candidati che voleva, secondo il suo schieramento; ma essendoci l’impegno di tutti i leader di presentare solo questi quindici candidati, sarebbero passati esattamente quelli. Una brutta soluzione, che aveva però il vantaggio di evitare gli scontri all’ultimo sangue e di avere una parvenza di “soluzione unitaria”.

Subito dopo l’approvazione finale dello Statuto, vi è stata una pausa nei lavori. I leader delle varie fazioni hanno convocato le truppe nei mitici corridoi o nelle altrettanto mitiche salette e hanno spiegato l’accordo, forse un po’ troppo in fretta, contando sul loro carisma e sull’accettazione dell’accordo da parte di tutti. E qui sono successe due cose inaspettate: oltre alle quindici persone concordate, altre sei hanno deciso di candidarsi; e varie altre persone hanno detto che l’accordo era una vera porcheria, e che avrebbero votato come pareva a loro.

Al momento della votazione, in tutta l’aula giravano fogli e foglietti stampati (e quindi di sicuro preparati con un certo anticipo), in cui i vari leader davano indicazioni su chi votare. L’atmosfera era strana, perché non si capiva se gli accordi precotti erano ancora validi o no. Ovviamente i sei candidati che negli accordi erano stati trascurati avevano pochissime possibilità; ma alla fine alcuni ce l’hanno fatta. Rispetto al listone precotto, ci sono state infatti alcune differenze: il gruppo romano di Riccardo Pacifici ha avuto due persone in meno di quelle che gli erano state garantite; il gruppo milanese di Roberto Jarach ha avuto una persona in più; ed è stato eletto anche Giulio Disegni, un rappresentante delle piccole e medie Comunità che era stato tagliato fuori dal listone precotto (quindi non si può dire che la sua elezione sia una vittoria del leader delle piccole Comunità Davide Romanin Jacur). In base a varie considerazioni che è difficile e poco interessante riassumere qui, e che in buona parte condivido, Riccardo Pacifici ha subito accusato Roberto Jarach di essersi comportato in modo scorretto; anche se, realisticamente, io aggiungerei che le scorrettezze passano e le vittorie restano.

Si è trattato comunque di elezioni democratiche, assolutamente regolari. E io credo che ogni volta che la democrazia celebra in modo regolare il rito laico dell’indicazione delle preferenze, delle chiamate nominali al voto e dello spoglio delle schede, in qualche modo qualcosa di solenne si compie - a dispetto di tutte le polemiche e di tutte le scorrettezze.

Quindi qual è il mio bilancio? È stato un Congresso intenso, faticoso e molto interessante. Un bel Congresso, in generale per la maggioranza dei delegati e in particolare per me; sono stato proiettato in una dimensione molto diversa dalla solita, e nel complesso mi è piaciuto. Però ho anche capito che questo mondo non fa esattamente al caso mio.

Guido Osimo