UCEI

 

Dietro le quinte

di Guido Osimo

 

Le decisioni chiave su questo sistema elettorale sono state prese all’unanimità il 6 dicembre da una sottocommissione della Commissione Statuto, costituita da sei persone, e sono state poi portate alla Commissione Statuto che le ha approvate. Le sei persone erano Riccardo Pacifici e Victor Magiar (Roma), Davide Romanin Jacur e David Menasci (piccole e medie Comunità), Simone Mortara e io (Milano).

Prima di tutto, la sottocommissione ha deciso che era giusto mantenere le stesse proporzioni con cui attualmente si designa il Congresso. La proposta è venuta da Riccardo Pacifici, ed è stata accettata da tutti. E QUESTO È STATO IL PUNTO FONDAMENTALE.

Probabilmente Romanin Jacur e Menasci non si sono accorti che questa proporzione era molto penalizzante per le piccole Comunità, rispetto alla proporzione più generosa che era prevista nella proposta elaborata negli ultimi due anni dalla Commissione Di Porto. Era chiaro, io credo, che la proposta di mediazione corretta sarebbe stata una via di mezzo tra l’attuale proporzione del Congresso e la proporzione prevista dalla Commissione Di Porto. Ed era ovvio che in commissione ognuno doveva fare il suo mestiere di contrattatore: i quattro rappresentanti di Roma e Milano avrebbero cercato di spingere da una parte, i due rappresentanti delle piccole Comunità avrebbero spinto dall’altra. E dato che tutti volevamo arrivare a una soluzione condivisa, avremmo finito per trovare un’equa proporzione di compromesso. Ma Romanin Jacur e Menasci hanno sbagliato tutto, e si sono sdraiati sulla proposta di Pacifici. Che è stata quindi approvata subito.

Si è poi passati ai numeri assoluti: abbiamo chiesto a Romanin Jacur e Menasci di stabilire loro qual era il numero minimo di delegati che le piccole Comunità avrebbero considerato soddisfacenti. Loro hanno risposto 15, facendo conto che le 8 più piccole tra le 19 piccole e medie Comunità avrebbero potuto accontentarsi di 4 delegati in tutto (1 ogni 2 Comunità). Alcuni ora contestano questo punto, ma in realtà io credo che sia corretto: sia per cercare di mantenere basso il numero di membri del Consiglio, sia per mantenere una sorta di proporzione interna tra le piccolissime Comunità, con mezzo delegato, e le altre piccole e medie Comunità, con un delegato. A questo punto, dato che le proporzioni erano già fissate, il gioco era fatto: Roma eleggerà 20 membri del Consiglio e Milano ne eleggerà 10. I restanti 3 membri saranno dei rabbini, eletti dall’Assemblea Rabbinica.

Naturalmente, una volta che la sottocommissione e poi la Commissione Statuto hanno approvato questo accordo all’unanimità tutti i delegati l’hanno accettato, magari bofonchiando, e la cosa è finita poi come sappiamo. Non ho più avuto occasione di discuterne con Romanin Jacur, ma il giorno dopo ho parlato a lungo e cordialmente con David Menasci. Pur soddisfatto dell’accordo raggiunto, Menasci mi ha accennato con una battuta che forse l’accordo poteva essere migliore.

Comunque i due non hanno ritenuto che l’accordo dovesse essere rinegoziato. A mio parere, se le piccole e medie Comunità sono scontente dell’accordo che è venuto fuori dovrebbero capire che anche i loro due rappresentanti hanno le loro responsabilità, perché hanno fatto male i conti - e almeno in questo caso non si sono battuti adeguatamente per i loro interessi.

Guido Osimo
(delegato di Milano)

guido.osimo@unibocconi.it

   

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