UCEI

 

Piccole comunità dimezzate

 di Gadi Polacco

 

Alla Spettabile Redazione di Ha Keillah

La riforma dello Statuto Ucei, elaborata dal recente congresso, si avvia ad essere concretizzata, una volta terminato il periodo transitorio.

Piaccia o non piaccia, a me personalmente suscitava ed ancora suscita diverse perplessità, la nuova impostazione diverrà quindi realtà e nel tempo che ci separa dall’istituzione del nuovo assembleare Consiglio (di 52 membri) si dovrebbe a mio modesto parere rimediare ad un grave torto e prevenire un altro probabile problema.

Il torto consiste nell’ingiusta ed inutile penalizzazione delle “piccole” Comunità, otto delle quali avranno mezzo voto da poter esprimere in Consiglio che dovranno unire ad un “partner” di coppia previsto dallo Statuto: insomma, in otto varranno quattro voti.

Questo obbrobrio di principio, anche in termini di morale ebraica e sotto il profilo giuridico, deriva dallo scopo, pattuito in una sorta di sottocommissione informale, di non mutare le proporzioni di forze tra Roma, Milano e le altre, che era alla base dell’assemblea dei delegati di vecchio tipo.

A differenza però dell’archiviata assise congressuale che, nonostante questi rapporti di forza, ha dimostrato di poter designare in Consiglio una rappresentanza variabile in termini di provenienza comunitaria (nel precedente Consiglio, ad esempio, 7 membri su 18 erano iscritti a Comunità numericamente minori), adesso la situazione è “contingentata” ed il numero dei consiglieri sarà quindi fisso, spostando la battaglia elettorale sulla sola Giunta che, in concreto, governerà realmente l’Unione.

Il fatto che la strampalata norma che dimezza otto Comunità sia stata anche accettata, salvo a quanto pare poi pentirsene, da coloro che si sono (auto)dichiarati i rappresentanti delle “piccole” Comunità e che sembrano aver inteso troppo tardi l’errore commesso, non muta la necessità di ovviare al grave torto.

Diciamo che si tratta di una sorta di clausola nulla perché contraria a principi morali ebraici e civili, concordata inoltre in evidente stato di mancata comprensione della sua portata da parte di alcuni. In questo senso sarebbe significativo che dalle Comunità, a partire dalle due “grandi” (nella relatività numerica dell’ebraismo italiano), ci si esprimesse favorevolmente, nel pieno del concetto ebraico “kol israel arevim zè lazè”.

La penalizzazione di queste otto Comunità, peraltro impegnate a preservare la propria identità (una si è anche dotata nuovamente, significativamente, di un Rabbino residente) ed a rappresentare l’ebraismo italiano dinanzi ad un vasto pubblico, risulta peraltro inutile anche dal punto di vista meramente e tristemente di rapporto di forze: il riportare a 19 i consiglieri delle piccole comunità, uno ciascuna, anziché comprimerli in 15 voti non muterebbe infatti la realtà delle cose ma restituirebbe piena dignità a tutti.

Poiché però, venendo al probabile problema, il pericolo di pletoricità insito in un Consiglio assembleare di 52 membri (ma esprimente 48 voti...) unitamente a quello di scarsa incisività (riunendosi dalle 3 alle 4 volte l’anno e rischiando quindi di lasciare una giunta “sola al comando”), si è previsto ma ancora non regolamentato di creare delle commissioni che potrebbero avere poteri deliberanti (sulla scia delle analoghe a livello parlamentare), appare assai probabile che il problema del rapporto di forze si riproporrà anche in quelle sedi, quindi nelle commissioni. In questo caso la “riserva indiana” delle “piccole” Comunità sarà ulteriormente parte debole, camminando in salita e menomata nella coesione dall’essere gracile e sparpagliata sul territorio.

Ecco perché, ringraziando per l’ospitalità, appare importante che le nostre Comunità individuino al più presto un coordinamento veramente rappresentativo di tutte e condiviso, archiviando dannose esperienze improvvisate, seppur sorte da meritorio intento.

Cordialmente,

Gadi Polacco

   

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