Storia e Memoria

 

Lello Perugia, cittadino del mondo

 di Grazia di Veroli

 

Quando il 24 novembre mi arrivò il messaggio di un amico che mi diceva: “Ma lo sai che è mancato Lello Perugia?”, sono rimasta lì a leggerlo più volte. Lello era, per me, una di quelle figure “storiche” che nella mia vita c’erano sempre state, amico di mio padre in gioventù e di mia zia, con cui condivideva la frequentazione dell’ANED e grazie alla quale lo avevo conosciuto anche io. Nelle varie telefonate che sono seguite a quel messaggio, mi è stato chiesto che cosa ricordassi di Lello. La risposta immediata era: “Lello era il Cesare di Primo Levi”.

Lello, per me, era anche quegli occhi azzurri sempre vivi, quella sua sigaretta, quella sua coppoletta che non lo abbandonava mai, quella sua voce profonda, con marcato accento romano, che voleva dimostrare la sua voglia di esserci sempre, quelle sue idee chiare e limpide.

In questi giorni, non nego, sono andata spesso indietro con il pensiero per cercare di ricordare fatti, momenti, ma non è stato facile.

All’improvviso ho ricordato una sua vecchia intervista nel 1986, esperienza anche questa condivisa con altri ex deportati romani, in cui si descrive così: “Io mi sento cittadino del mondo, mi sento zingaro, mi sento moro, mi sento pellerossa, mi sento ebreo…” (Nicola Caracciolo - Gli ebrei e l’Italia durante la guerra 1940-1945 - Bonacci Editore Roma pag. 179).

Ritengo che in queste parole ci sia l’essenza di Lello, quel Lello che è e fu Cesare nella Tregua di Primo Levi, che da vero ebreo romano, nonostante la tragedia dei mesi vissuti ad Auschwitz, trova l’amicizia vera, cerca la sopravvivenza nel modo in cui è capace di trovare la possibilità di andare avanti, trova in se e nel mondo esterno l’essenza di essere cittadino del mondo.

Essere cittadino del Mondo, di Roma, di Piazza (il ghetto di Roma) lo aveva assimilato con il latte materno, la sua era una famiglia anomala per la società ebraica del tempo in quanto la sua era una famiglia politicizzata. Non solo il padre, ma anche sua madre Emma Dell’Ariccia iscritta, come il resto della famiglia al PCI e che partecipò, come rappresentante italiana dei partigiani della pace, all’Assemblea di Parigi del 1948.

La famiglia Perugia abitava fuori da Piazza, viveva la particolare realtà di San Lorenzo, un quartiere popolare, dove la politica era pane quotidiano, dove albergavano mille mestieri, ma che soprattutto aveva l’anima combattiva e lo dimostrò dopo il bombardamento del luglio 1943.

Il 16 ottobre 1943 vide tutta la famiglia Perugia, ad eccezione del padre morto l’anno prima, verso la salvezza grazie ad una telefonata di un amico. La madre di Lello con le due figlie vennero provvisoriamente sistemate da Lello in un convento della zona, dove riuscirono a rimanere fino a che furono in grado di pagare quanto veniva loro richiesto per il loro asilo.

Lello e gli altri quattro fratelli decisero che era arrivato il momento di fare qualcosa di concreto e di lì a poco, riu­nendo tutta la famiglia, andarono in Abruzzo dove si aggregarono ad un gruppo partigiano formato da italiani, inglesi, americani, francesi guidati da un italiano, Renzo Galizia, che conobbe l’8 settembre durante gli scontri a Porta San Paolo, perché Lello fu anche a Porta San Paolo.

Lello fu sempre in prima linea sia intellettualmente che materialmente, l’idea di far parte di una banda partigiana così particolare, veramente internazionale, rispecchiò a pieno quello che voleva dire, già all’epoca, per Lello, essere cittadino del mondo.

Venne catturato sulle montagne abruzzesi nell’aprile del 1944, prima incarcerato dalla Gestapo a Borgo di Collefegato e poi condotto a Roma a Via Tasso e, dopo molti interrogatori, trasferito al Terzo Braccio di Regina Coeli.

Lello, come già fecero Primo Levi, Vanda Maestro, Luciana Nissim, partigiani della prima ora, conoscendo quale sarebbe stata la fine dei partigiani, dichiarò di essere ebreo e quindi la sua deportazione seguì il percorso della maggior parte degli ebrei italiani: Fossoli e Auschwitz.

Arrivò ad Auschwitz, con la cosiddetta “ultima partenza da Fossoli” nel giugno del 1944, con lui erano i suoi fra­telli: Angelo, Giovanni, Mario e Settimio.

Solo Angelo si salverà dall’inferno del lager. Li rivedo insieme in tante occasioni, due persone che difficilmente avresti preso per fratelli perché completamente diversi: Angelo, piccolino, molto magro, scuro di capelli, molto meno irruento, Lello, invece, leggermente più alto, più paffuto con due splendidi occhi azzurri, con un tono di voce più profondo e combattivo.

Lello verrà liberato ad Auschwitz il 27 gennaio 1945, Angelo dovrà aspettare l’arrivo degli Americani a Dachau il 29 aprile dello stesso anno.

Lello per tutti noi sarà sempre il Cesare della Tregua, dimostrando che nei campi di sterminio non esistevano le differenze tra ricchi e poveri, tra laureati e semplici operai, esisteva solo la forza della sopravvivenza.

Quella sopravvivenza che gli era stata insegnata dalle strade di San Lorenzo, dalle montagne dell’Abruzzo, ma soprattutto dalla sua capacità di affrontare con piglio sicuro le difficoltà della vita e questo lo continuerà a fare fino all’ultimo.

Grazia Di Veroli

   

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