Storia e Memoria

 

Rosemarie

 di Silvana Calvo

 

“Queste cose devi scriverle, perché le hai vissute tu e solo tu” le disse Primo Levi. Rosemarie e lo scrittore erano stati invitati a cena da comuni amici, Franca e Carlo Mussa Ivaldi, nel 1975, proprio affinché lei gli raccontasse la sua storia. Era nata nel 1924, da genitori ungheresi, a Fiume in Croazia, allora città italiana. Tra i suoi antenati figura anche un famoso rabbino. Il padre Francesco Benedict era direttore della Romsa, la grande raffineria che si affacciava sul porto di Fiume. La sua vita era scorsa serena fino al momento della promulgazione delle leggi razziali che privarono il padre del suo lavoro e lei stessa della possibilità di frequentare la scuola: di fatto avrebbe dovuto entrare in prima liceo nell’ottobre del 1938. La famiglia dovette spostarsi in un alloggio più piccolo e lei, dopo il primo moto di sconforto, trovò il modo di continuare gli studi nell’improvvisata scuola ebraica e seguendo lezioni private. Poco prima dello scoppio della guerra il fratello Tibi, laureato in fisica, partì precipitosamente per gli Stati Uniti dove entrò a far parte del gruppo di studiosi che lavoravano con Albert Einstein. Le vicende della guerra resero sempre più precaria la vita della famiglia che tuttavia rimase a Fiume fino al 27 dicembre 1943 quando s’impose inderogabile la fuga. I Benedict si spostarono prima a Caprino Veronese. Questo soggiorno, durato tre mesi, fu funestato dall’arresto dello zio, Aladar Doczi, e della nonna, di 85 anni e invalida, trascinata fuori dal letto d’ospedale e caricata su un camion verso una destinazione che allora era ignota.

A quel punto il destino della famiglia passò praticamente nelle mani di Rosemarie, meno spaventata e più intra­prendente dei genitori. Si rifugiarono in Piemonte, a Ozegna Canavese, presso la famiglia di Michele Graglia, ex ufficiale del Genio con cui avevano stretto amicizia a Fiume. Ma anche quel rifugio si rivelò presto precario. Era di nuovo ora di spostarsi. Ma dove? A Boves, dove, nel settembre e nel dicembre 1943, c’erano stati terribili eccidi. A Boves, dove i tedeschi avevano già sfogato la loro violenza, uccidendo civili e bruciando case, e dove so­prattutto, si presumeva che la popolazione non nutrisse sentimenti amichevoli per i tedeschi. E infatti così fu. Il segretario comunale rilasciò sulla parola ai Benedict documenti di legittimazione con il cognome Benetti, e la po­polazione della cittadina li accolse con simpatia ignorando (o fingendo di ignorare) il fatto che si trattasse di ebrei.

Rosemarie dava lezioni a diversi ragazzi e studenti del paese ed era quindi risaputo che sapesse il tedesco. La cosa venne all’orecchio del presidio germanico che la precettò quale interprete-traduttrice. Nello stesso tempo anche i partigiani presero contatto con lei e così si verificò una situazione paradossale e pericolosa: una ragazza ebrea impiegata nel comando tedesco che, allo stesso tempo, forniva informazioni alla resistenza. Malgrado le insidie e le difficoltà se la cavò benissimo. I tedeschi non sospettarono di lei, e alla fine della guerra le venne riconosciuto il contributo dato alla causa partigiana.

Dopo il 1945 Rosemarie si trasferì a Torino dove continuò gli studi e conseguì la laurea in fisica pura. In seguito lavorò al politecnico dove fu lei l’operatrice addetta al funzionamento del primo computer installato in Italia: un aggeggio che occupava per intero un grande locale. In seguito si sposò e si trasferì in Svizzera ad Aarau dove, stranezza del destino per una dottoressa in fisica, insegnò lingua e letteratura italiana nel liceo cantonale, fino alla pensione.

Fortunatamente, Rosemarie diede seguito al consiglio di Primo Levi. Scrisse la sua storia, pubblicata nel 1999 dall’editore Primalpe di Cuneo, con il titolo Piccole Memorie 1938-1950 “Rosemarie”.

Il 10 ottobre scorso, Rosemarie Wildi Benedict ci ha lasciato. Benché debilitata dalla malattia è stata attiva, attenta e lucidissima fino all’ultimo. Di recente ha avuto la soddisfazione di veder uscire il suo libro tradotto in tedesco. Ci teneva molto, così lo avrebbero potuto leggere anche i figli dei suoi figli. La settimana prima di morire ha avuto una grande gioia: la sua nipote più grande, Daniela, le ha fatto leggere la sua tesi di laurea intitolata “Jüdin in Italien - Das bewegte Leben von Rosemarie Wildi Benedict von 1924-1945” (Ebrea in Italia - La vita movimentata di Rosemarie Wildi Benedict dal 1924 al 1945. Era proprio la realizzazione dell’auspicio, da lei spesso espresso negli ultimi tempi, che la memoria non svanisse ma passasse di mano e venisse presa in carico dalle giovani generazioni.

Silvana Calvo

   

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