Italia

 

È lecito “metter bocca”?

 di Marco Maestro

 

In effetti è con una certa titubanza che ho pensato di inviare ad Ha Keillah queste riflessioni su fatti occorsi di recente. In primo luogo perché trattano questioni nelle quali non penso di avere competenze specifiche; e in secondo luogo perché sono argomenti politicamente (in senso lato) delicati. Mi conforta però il sapere che Ha Keillah è una tribuna ragionevolmente libera e nella quale le occasioni di civile confronto di opinioni non mancano.

Primo punto. Qualche tempo fa è apparsa sui giornali la notizia che il Presidente delle Comunità Ebraiche ha pubblicamente auspicato che la chiesa cattolica si impegni autorevolmente a non svolgere più attività di proselitismo nei confronti degli Ebrei. Io mi trovo a non essere d’accordo con questa richiesta. Poiché mi rendo conto che la cosa può apparire strana cercherò di spiegarla. Come premessa dico subito che, pure nella ribadita mia incompetenza in termini di dottrina, di cultura religiosa e di quanto altro, su questo problema (meglio, su questo tipo di problemi) mi è capitato spesso di riflettere. Anche per una pratica abbastanza intensa (specie negli ultimi anni) di frequentazione di cristiani acculturati. Che poi, forse un po’ paradossalmente, tra questi ultimi magari si trovino parecchie persone che invece sarebbero d’accordo con le posizioni di Gattegna, non è sufficiente a farmi cambiare parere. Dunque, per quanto risulta a me, per un cristiano, il Cristo è venuto in terra per redimere tutta l’umanità, e il suo sacrificio, anche se programmato nei cieli, ha avuto luogo tramite un rifiuto da parte degli Ebrei, e una condanna da parte di autorità ebraiche. Va da sé che qui non mi impanco in una qualsiasi discussione della validità storica della vicenda narrata. Ma bisogna prendere atto che i Vangeli che per un cristiano sono testo sacro (e ancora di più l’opera di San Paolo che troppo spesso da certe parti si cerca talora di mettere tra parentesi, ma che costituisce una buona parte del Nuovo Testamento) su questi punti sono unanimi e chiarissimi. Ora, io mi domando: ma come si fa a chiedere a un cristiano di non auspicare la conversione degli Ebrei? Addirittura a rimproverarlo di farlo mediante una preghiera? A me, con la mia scarsa competenza, dà la sensazione che gli si chieda di non essere più un cristiano. Io spero che i lettori di queste note (gli amici di  Ha Keillah che penso siano molti, ma non sono una “moltitudine”) non mi considerino così sprovveduto da non capire il senso e la ragione di questa richiesta da parte di un’autorità ebraica attuale. Tanto cioè da non conoscere (o, peggio, disconoscere) la storia penosa e sanguinosa di vessazioni e di sopraffazioni da cui nei secoli è stata accompagnata la pratica del prose­litismo cristiano nei paesi e nei tempi del cristianesimo come religione di stato. E quindi (tanto per capirsi meglio) da non sapermi spiegare perché una simile richiesta non venga fatta ad esempio nei confronti dei “Testimoni di Geova” che nell’opera di proselitismo sono molto più ferventemente impegnati di quanto non lo sia il clero cattolico di base.

È la storia che c’è dietro che fa la differenza. Ma se questo è il caso, è di questo che si deve parlare; ossia delle forme storiche odiose del proselitismo, non della convinzione, dell’auspicio, della “speranza” e della preghiera. A rischio appunto della obiezione di voler un accordo con cristiani... non più tali.

Punto secondo. Il pontefice Benedetto XVI ha convocato una speciale sessione di discussione di impostazione dottrinale (e politica) dei vescovi del Medio Oriente. A mio avviso ha preso una misura intelligente e molto coraggiosa; forse addirittura tardiva. Infatti questa regione del mondo, la cui importanza per la storia del cristianesimo non si capisce come potrebbe essere sottovalutata, è stata nell’ultimo secolo teatro di sconvolgimenti politici ripetuti e drammatici, ed è ancora oggi una delle aree di maggiore instabilità. In questa sede esponenti di primo piano di quelle chiese (che, è opportuno ricordarlo, si sono distinte per una prolungata e ostinata propensione anti­sionista e antisraeliana, alimentata da una molto più antica propensione antiebraica) hanno dichiarato in sostanza (non ho sottomano il testo originale, e quindi forse, qualche sfumatura può sfuggirmi) che ”Con la venuta del Cristo è finita la presunzione di Israele come “popolo eletto”. Insomma, anche qui: gli Ebrei ci andrebbero bene… se smettessero di essere Ebrei. E il parallelismo con il caso precedente, si può estendere. Si vuol dire che il governo di Israele e addirittura lo stato fa una politica oppressiva nei confronti dei Palestinesi? Si vuol dire che certe correnti politiche e ideali dell’ebraismo israeliano usano impropriamente la religione per quest’opera oppressiva? Si dica questo, non si abbiano reticenze nel trattare di politica. Ma forse ci si rende conto che su quel terreno qualche autocritica sarebbe opportuna e allora… “la si butta in religione”.

Come chiosa a queste due riflessioni vorrei tornare col pensiero alla mia esperienza cui accennavo all’inizio della frequentazione di ambienti che operano col fine di stabilire ponti di comprensione e di amicizia tra fedi diverse; nel caso tra Ebrei e Cristiani. A me sembra che troppo spesso si tenda (ovviamente con le migliori intenzioni) a smussare gli angoli, ad occultare le differenze. Io ho seri dubbi che ciò sia alla fine proficuo. Il punto di base è (a mio parere) che sarebbe utile imparare prima di tutto a rispettare (termine direi… molto ebraico) e poi addirittura ad amare (termine più cristiano) anche chi è diverso da noi; e che resterà diverso. Forse, per un cristiano (e ancor più un cattolico, se l’etimologia ha un qualche senso) è più difficile; ma per un ebreo, questo punto di vista a me sembra dovrebbe risultare... beseder.

Infine un’ultima considerazione; la più politica. I Cristiani (meglio: i componenti di minoranze cristiane) in Medio Oriente sono oggi in molti paesi perseguitati. Anche qui occorrerebbero distinzioni e specifiche, ma il dato reale è che ad opera di fazioni politiche e correnti religiose islamiche (probabilmente nel complesso altamente minoritarie, ma certamente non ininfluenti) si persegue una politica non solo di emarginazione, di esclusione, ma anche di sobillazione che mette in pericolo il benessere economico, lo status sociale e addirittura talora la vita dei Cri­stiani; a quanto pare dei Cristiani come tali. Mi è venuto in mente un paragone (non so quanto valido; ma un po’ penso di sì). I Cristiani oggi in alcuni paesi si trovano in una situazione simile a quella degli Ebrei nella Russia zarista di fine ottocento (legislazione discriminatoria, sobillazione, pogrom). Non è il nazismo del tempo di guerra (che, a quanto risulta, è stato un unicum nella millenaria e tragica storia della persecuzioni di minoranze etniche o religiose). Ma qualcosa di simile alla situazione ebraica durante i secoli dell’antisemitismo di massa (e di regime) secondo me sì. In che misura questi fatti ci toccano, in che misura parlano (dovrebbero parlare) a noi Ebrei? A me sembra che sarebbe giusta politica mostrare nei fatti (ove possibile) il massimo di solidarietà alle vittime. Che non è fatta (o non è fatta soltanto) di prese di posizione commiserative e meno che mai di condanne agli oppressori. Ma, dove e come sia possibile, di aiuto concreto; ovviamente, per fare il minimo di errori, da concordarsi con i Cristiani nostri vicini. Certo quelle minoranze non si trovano, a differenza degli Ebrei degli anni ’30 e ’40, isolate in un mondo tutto chiuso ed ostile; ma certamente stanno soffrendo perché la prospettiva di lasciare paesi dove talora erano insediate da secoli è un trauma. E, ultima (molto dubbiosa) nota: forse anche la Medinat Israel farebbe bene a dare una mano.

Marco Maestro