Italia

 

A Mondovì, trent’anni fa

 di Pia Sciacca

 

Nell’agosto del 1980, un gruppo di giovani ebrei provenienti da tutta Italia, decise di dedicare parte delle sue vacanze al riordino della sinagoga di Mondovì. Giulio Disegni, animatore di questa iniziativa, era allora Segretario generale delle Federazione Giovanile Ebraica d’Italia.

Per me fu un grande piacere essere coinvolta in quel progetto, come restauratrice, da lui e da Micaela Vitale, allo scopo soprattutto di evitare eventuali involontari danni agli oggetti e arredi sacri.

Erano trascorsi tre anni dal mio primo viaggio in Israele e mi ero avvicinata alla comunità ebraica di Torino, dove avevo ricevuto un’affettuosa accoglienza, trovai quindi la proposta molto interessante, senza però immaginare quali frutti avrebbe portato ai giovani partecipanti e a me personalmente.

Ad accoglierci, oltre ai giovani, già sul posto, io e mio marito trovammo anche la meravigliosa figura di Marco Levi, ultimo ebreo rimasto a Mondovì, che aveva tenuto, nel senso letterale, in piedi, quello stupendo tempio, affinché potesse sopravvivere per i posteri.

Ricordo la sua immensa gioia nel vedere rianimato il luogo di culto, suo e dei suoi antenati, da tanti giovani en­tusiasti, che spolveravano, catalogavano, aprivano armadi e banchi, ritrovando tesori nascosti da decenni di oblio: lettere, ketuboth, oggetti vari, tallid, documenti e anche un’ampolla di olio consacrato nello stesso luogo dove una volta venivano conservati i rotoli della legge.

Giovani di ogni estrazione, religiosa o laica, furono presi da questa “magia” nel far rivivere il passato con amore stupore e rispetto, io stessa percepivo il valore immenso che questa esperienza rappresentava, di quanta importanza avesse la tradizione che da millenni scorreva senza interruzioni ed era toccata con mano, da ragazzi che forse fino ad allora ne erano stati appena sfiorati.

Ancora oggi quando vado a visitare quel sacro luogo, come pochi giorni fa in compagnia di Giulio Disegni (per l’inaugurazione del Museo della Ceramica), un senso di commozione profonda e di nostalgia per quell’esperienza fatta 30 anni fa mi coglie e credo colga tutti quelli che avevano partecipato a quel memorabile evento.

Dopo allora molte cose sono maturate: mostre, conferenze, consapevolezza di tutelare e proteggere queste testi­monianze religiose e artistiche di comunità ormai scomparse.

Marco Levi ebbe la gioia di vedere il suo tempio restaurato anni fa, prima di lasciarci. E ora mi piace pensare che egli sia ancora presente in via Vico 65 in ogni pensiero, preghiera e visita.

Un modesto atto di disponibilità venne largamente ripagato: venni scelta per restaurare l’Aron del tempietto di Chieri, ubicato nel Tempio piccolo di Torino, e invitata a fare consulenze nei musei italiani in Israele e a restaurare l’antico Aron ha kodesh del Tempio di Trino Vercellese, coevo e assai simile a quello di Chieri, ora a Tel Aviv.

Mi auguro quindi che non si affievolisca mai questa curiosità e questo amore verso il proprio passato, che spesso ci fa riscoprire tesori che credevamo perduti per sempre.

Pia Sciacca