Israele

 

Il difficile percorso della pace in MO: la riflessione di Sinistra per Israele
Bologna, 20-21 novembre 2010

 di Francesco Maria Mariotti

 

Sarebbe più facile se fra israeliani e palestinesi si potesse stabilire che c’è semplicemente una parte che ha torto e una che ha ragione; sarebbe più facile, ragionava così sabato 20 novembre Piero Fassino a Bologna, insieme a Mossi Raz, Maysa Siniora (esponenti di Radio All for peace) e Uri Zaki (direttore di B’Tselem USA); perché in qualche modo il binomio torto-ragione è più gestibile politicamente; la tragedia è invece che in campo ci sono due ragioni, egualmente legittime.

La sfiducia reciproca è il principale ostacolo alla possibilità di trovare una composizione pacifica a questo conflitto; una sfiducia che si accresce con le nuove generazioni, sempre meno capaci di immaginare una pace: essi non hanno mai visto tale speranza concretizzarsi, al contrario dei loro fratelli maggiori, che hanno visto accendersi e spegnersi troppo presto il coraggioso tentativo di Rabin. Il paradosso di tale situazione è che ormai le parti in campo sanno benissimo quali siano le soluzioni ai problemi, quali gli esiti finali a cui giungere: il dramma - ragionava Fassino - è che nessuno sa “come” arrivare a questi obbiettivi.

Questo misto di sentimenti che il ragionamento di Fassino rappresenta - speranza e rassegnazione, lucidità intellettuale unita a scoramento, al tempo stesso voglia di fare (potremmo dire “pessimismo della ragione e ottimismo della volontà”?) - è stato il fil rouge di tutta la nostra riflessione.

La giornata del 20 novembre dal titolo “Pace in medio oriente: se non ora, quando?” è stata voluta per tentare di fare un punto della situazione su quanto sta accadendo: abbiamo voluto accompagnare il nostro momento congressuale con una discussione pubblica e aperta; un momento di sincerità, non retorico, capace di superare gli schieramenti preconfezionati. Per questo con noi a discutere c’erano Vincenzo Vita, presidente dell’associazione Italia-Palestina e Carlo Benigni, presidente della Federazione associazioni Italia-Israele; un incontro fra le “parallele” associazioni di amicizia, prezioso segnale per il nostro dibattito italiano. Abbiamo voluto così significare con i fatti ciò di cui sentiamo l’esigenza da tempo, e che nel dibattito congressuale è stato sottolineato in modi diversi da Emanuele Fiano, Luciano Belli Paci, Bruno Segre e dal sottoscritto: la necessità di superare un atteggiamento di tifoseria pre­concetta, che - se comprensibile in talune dinamiche e in dati momenti storici - diventa sempre più difficile da portare avanti quando il mondo cambia forma, costringe a nuove sfide, e non ci permette di stare fermi; né lo permette a Israele, che - guidato da un governo miope - sembra non riuscire a far capire le sue ragioni al mondo.

La lucida analisi di Furio Colombo apriva il convegno di sabato nel segno del pessimismo, ma anche delle speranze che si intrecciano nei diversi percorsi fra Washington, Gerusalemme, Ankara, e un’ancora troppo debole Europa: ecco la fotografia, precisa e suggestiva come sempre sono le narrazioni di Colombo, delle difficoltà di un mondo che si fa multipolare senza che le superpotenze in campo siano veramente in grado o vogliano assumersi pienamente le responsabilità di un nuovo ordine mondiale; dove gli sforzi di un Obama vengono frustrati da una destra interna incapace di visione internazionale.

Con questa inquadratura si apriva lo scambio fra i già ricordati Vincenzo Vita e Carlo Benigni; a essi si aggiungeva il contributo fondamentale di David Chemla, rappresentante europeo per Jcall; per chi non lo sapesse, JCall (http://www.jcall.eu/?lang=it) rappresenta un appello lanciato da ebrei europei perché Israele ripercorra una strada di ragione e di pace.

Per capire di più dei problemi di oggi di Israele, dovremmo riprendere tutta la tematica di un nuovo nazionalismo che arriva al punto di mettere in discussione l’idea stessa di sionismo (ne hanno parlato domenica Fabio Nicolucci e Gabriele Eschenazi): e dovremmo riascoltare Bruno Segre che ricordava Rabin nell’anniversario della morte, delineando con chiarezza i limiti dell’attuale politica di Gerusalemme. Ma forse è meglio guardare a Raz, Siniora e Zaki, che senza paura rispondevano alle domande di Emanuele Fiano. Più del merito delle argomentazioni uti­lizzate, è importante sottolineare il loro stile, la non paura di toccare argomenti scabrosi, quando invece da noi, in Italia, è forte una prudenza che si fa quasi autocensura, incapacità di dire il vero (ancora su questa denuncia forte la voce di Bruno Segre, insieme a quella di Stefano Jesurum).

Anche domenica, infatti, nella giornata congressuale di Sinistra per Israele si è tentato di riprodurre questo coraggio, tentando di superare quei dubbi, quelle perplessità, quelle timidezze che troppe volte hanno segnato il dibat­tito italiano: Fiano, nella relazione introduttiva, ci ha introdotto nel problema, che in qualche modo è stato il filo conduttore del confronto, di come essere vicino a Israele in un mondo che cambia; di come non si può più essere acriticamente filoisraeliani, per dirla con una formula semplice. Al tempo stesso Sinistra per Israele si trova a ricoprire un ruolo importante in una fase in cui a sinistra si cerca un percorso con nuovi valori.

Tutti gli interventi che si sono succeduti hanno tentato in qualche modo di interagire con questa linea di discussione, a volte divergendo, ma spesso trovando consonanza con questa doppia polarità su cui costruire i nuovi itinerari dell’essere di sinistra e dell’essere con Israele: non aver più paura di parlare chiaro, anche criticamente delle scelte dei governi israeliani (Jesurum), e al tempo stesso continuare l’azione di affiancamento e polemica costruttiva con una parte della sinistra, che, se per un verso mostra importanti segni di maturazione, d’altro canto ha ancora - per esempio proprio a Bologna - momenti di forte conflittualità con tutta la vicenda sionistica (Belli, Paci e Cuttin).

I modi di porsi in vicinanza alle problematiche del Medio Oriente possono essere anche di tipo meno politico, e da questo punto di vista abbiamo avuto alcuni esempi interessanti di contatto “di base” da parte del gruppo di Trento; permane però ancora forte l’esigenza di strutturare discorsi nuovi, forme diverse di impegno che continuino a puntare sull’obbiettivo politico di Sinistra per Israele: riconciliare il mondo politico progressista con la parola sionismo, che - come disse Giorgio Napolitano in una intervista a Jesurum nel 1988 - “non è una parolaccia”.

Francesco Maria Mariotti

 

Fra i progetti di Sinistra per Israele per il 2011 vi è quello di attivare un gruppo di riferimento per la città di Torino; per questo invitiamo tutte le amiche e gli amici torinesi che fossero interessati alle nostre iniziative ad aderire scrivendo una mail con i loro riferimenti all’indirizzo torino@sinistraperisraele.info; li contatteremo in breve tempo per organizzare una riunione e iniziare il lavoro insieme.

   

Share |