Israele

 

Il movimento dei kibbutzim
festeggia i suoi primi 100 anni

di Israel De Benedetti

 

Cent’anni fa, nell’anno 1910, una dozzina di giovani chaluzim (dieci uomini e due donne) davano vita alla prima comunità (= kibbutz) della storia. La comunità si basava su due principi:

1 - I mezzi di produzione appartengono tutti alla comunità e non ai singoli.

2 - La comunità è direttamente responsabile di soddisfare, in maniera ugualitaria, tutti i bisogni dei suoi membri, sulla base di “da ciascuno secondo le sue possibilità e a ciascuno secondo i suoi bisogni, nei limiti delle possibilità della comunità stessa”.

Sono passati da allora cento anni, a Degania si sono aggiunti 250 e più altri kibbutzim e il principio numero uno è tuttora osservato dovunque, mentre il secondo, con il passare degli anni e delle generazioni, si è andato, come vedremo, modificando radicalmente. In ogni caso anche oggi il kibbutz, sia pure in forme diverse da kibbutz a kibbutz, rappresenta un tipo di società in cui la comunità è impegnata ad assicurare i bisogni primari dei suoi membri, in maniera superiore a qualsiasi altra forma di società esistente nel mondo (a parte forse gli istituti religiosi).

Sono passati cento anni, due guerre mondiali e altre decine di conflitti piccoli e grandi, rivoluzioni di ogni genere, sono nati e per fortuna in gran parte caduti regimi diversi, dalla rivoluzione d’ottobre alla caduta del muro di Berlino, e il kibbutz è riuscito a mantenere la sua base ideologica, sia pure con sfaccettature mutate con il passare degli anni.

Il gruppo di Degania, e quelli che dopo la fine della prima guerra mondiale hanno fondato gli altri kibbutzim, era­no gruppi di giovani della stessa età, di provenienza ed educazione molto simile e pertanto formavano una collettività molto omogenea. Nel 1927 sono stati fondati tre movimenti kibbutzistici, che mutatis mutandis potremo classificare come uno a base comunista, l’altro a base socialista e il terzo a base socialdemocratica. A questi si aggiungerà negli anni ’30 il movimento dei kibbutzim religiosi. Dal punto di vista organizzativo e sociale i kibbutzim dei quattro movimenti rispettavano regole di vita comunitaria del tutto uguali.

Da qualche anno i tre primi movimenti si son fusi in un movimento unificato (il movimento kibbutzistico unito), mentre il movimento religioso per ora rimane indipendente.

Fino agli anni settanta il kibbutz veniva considerato in Israele la punta avanzata della nuova società: alla Keneset sedevano più di una decina di membri di kibbutzim, altri erano presenti come ministri nei vari governi, anche nell’esercito ufficiali di tutti i gradi, aviatori e marinai provenivano dai kibbutzim. Al kibbutz veniva riconosciuto un apporto fondamentale alla vittoria della Guerra di indipendenza, quando i vari kibbutzim, molti dei quali fondati nelle zone periferiche del paese, in più di un caso avevano contribuito a stabilire i confini dello stato futuro. Decine di kibbutzim hanno funzionato da base per il nuovo esercito, e tanti hanno sostenuto l’attacco degli eserciti arabi, impedendone l’avanzata verso il centro del paese. Essere membro di kibbutz era considerato un onore, come essere l’autista degli autobus.

La società israeliana fino agli anni settanta ha continuato ad essere governata dai partiti socialdemocratici: il kibbutz, la cassa malattia, la banca dei lavoratori, i sindacati rappresentavano la base della economia del paese, sia nel campo agricolo che in quello industriale ed erano considerati nel bene e nel male la classe dirigente del paese.

Quanto più Israele diventa uno stato “normale” tanto più si rafforzano correnti politiche ed economiche basate sul ceto medio, ma appoggiate anche dai gruppi etnici dei nuovi olim, che vedono nei socialdemocratici i responsabili di tutte le loro difficoltà. Tutto ciò porterà nel 1977 al ribaltone e Menachem Begin, leader storico della destra israeliana, formerà il nuovo governo. Parallelamente gli abitanti dei nuovi centri creati per gli olim, che si trasformeranno con gli anni in cittadine, vedono nella gente dei kibbutzim vicini un tipo di aristocratici padroncini, che si accaparrano, a loro spese, gran parte delle risorse offerte dal governo. È rimasta famosa la frase di Begin, detta in campagna elettorale “I capitalisti dei kibbutzim con le loro piscine!”.

Mentre il paese va a destra e a governi socialdemocratici succedono governi di centro destra, più o meno destrorsi, nei kibbtuzim va rafforzandosi una crisi ideologica. Le giovani generazioni, nate in kibbutz, dopo il servizio militare scelgono in numero sempre più alto di lasciare la vita comunitaria per quella cittadina.

A questa crisi sociale/ideologica dal 1985 si aggiunge una profonda crisi economica che colpisce la maggior parte dei kibbutzim. Bloccata l’inflazione, che era arrivata a vette spaventose del 300% e più l’anno, i kibbutzim trovano i loro debiti saliti alle stelle, anche a causa di una dirigenza economica inadatta a trovare una strada per superare la crisi.

La crisi economica sommata a quella ideologica porta i kibbutzim (non tutti ma la maggior parte) a una crisi di fondo, ed è caratterizzata dal numero crescente di quarantenni che lascia il kibbutz. All’inizio del nuovo secolo, grazie a una moratoria decisa dal governo per ridimensionare i debiti dei kibbutzim, accompagnata da un cambio della guardia al vertice del movimento, la crisi si avvia a una soluzione e la situazione economica dei kibbutzim, quale prima e quale dopo, ritrova la sua stabilità. Parallelamente ha inizio un movimento di ritorno di famiglie giovani, in gran parte della seconda o terza generazione dei nati in kibbutz, che dopo una certa esperienza cittadina hanno scoperto nuovamente i vantaggi che offre la vita di kibbutz: condizioni di vita ecologicamente più sane, lontano dallo smog della città, in un’aria paesana più pulita, una educazione migliore per i bambini, che possono scorrazzare senza paura di essere investiti, e di solito una migliore assistenza medica. Tutto questo invoglia la gente a tornare, a patto che ogni famiglia possa mantenere la sua indipendenza economica. Questo processo, indicato come la privatizzazione della vita in kibbutz, porta a un ritorno di giovani, mentre i marciapiedi dei kibbutzim sono percorsi nuovamente da decine di bambini e non solo dai tricicli elettrici degli anziani.

Oggi, a cento anni dalla fondazione del primo kibbutz, il movimento ha perso solo un paio di kibbutzim, continua a gestire il 50% della produzione agricola e il 9% di quella industriale del paese, pur rappresentando solo meno del 2% della popolazione. Purtroppo dal punto di vista ideologico/politico l’influenza del kibbutz, come quella di tutta la sinistra in Israele, è in fase decrescente. Questo anniversario viene festeggiato in modi diversi e in luoghi diversi, dalla Keneset alla residenza del Presidente della Repubblica. Complimenti - certo, ma il paese continua la sua marcia verso una economia capitalistica di mercato, si allontana dal processo di pace, e l’indice di povertà aumenta di anno in anno, come aumentano gli stipendi dei vari magnati. I kibbutzim rappresentano oggi una specie di isola, dove la comunità si sente responsabile delle condizioni di vita di tutti suoi membri, anche se non più in forma egualitaria.

Quali saranno gli sviluppi futuri, difficile dirlo: per il bene del paese è auspicabile che gli ideali kibbutzistici, rispolverati alla luce delle nuove condizioni socio economiche, possano tornare a indicare la strada a tutto il paese, una strada di pace con i vicini e di giustizia sociale per tutti. Tutto dipende dalla volontà e dalla disponibilità delle nuove generazioni, in città e in kibbutz, a formare una forte corrente alternativa in opposizione alla politica del governo attuale.

Israel De Benedetti
K
ibbutz Ruchama

   

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