Hans Jonas

 

Una nuova etica tra fede e responsabilità

di Manuel Disegni

 

Nella tradizione ebraica, una delle prime riflessioni sulla felicità e l’infelicità dell’uomo è il libro di Giobbe. La vicenda di questo vecchio ebreo, che, probo e devoto, fu colpito da inaudite sciagure, è un classico della riflessione sul problema del male nel mondo, e sul perché Dio permette che anche i giusti ne soffrano. Da questo primo sforzo di teodicea, il popolo ebraico ha fatto in proposito un lungo cammino, religioso e rabbinico, ma parallelamente anche laico e filosofico.

Un grande interprete del pensiero ebraico contemporaneo che si è occupato di questi problemi è il filosofo tedesco Hans Jonas. La sua riflessione, muovendo dalla libertà, dalla capacità dell’uomo di determinare se stesso e il mondo circostante, è arrivata - prima nel ventesimo secolo - a proporre un nuovo modello etico globale attento all’ecologia, imperniato intorno al principio della responsabilità.

Il problema della teodicea è esplicitamente affrontato da Jonas in un libello che è una pietra miliare nella storia della teologia speculativa: Il concetto di Dio dopo Auschwitz, una voce ebraica. In questo lavoro Jonas dà voce a una domanda che assilla le menti di tutti gli ebrei, e forse anche di tutti gli uomini di fede: quale Dio ha permesso l’orrore dei campi di sterminio? Nella sua rappresentazione biblica Dio è onnipotente e misericordioso. Come, dunque ha potuto consentire Auschwitz?

L’impenetrabilità del disegno divino, la sua incomprensibilità, è un tòpos della letteratura cristiana, estraneo però alla tradizione ebraica e veterotestamentaria. Il Dio degli ebrei è un Dio che parla, si manifesta, che interviene “con mano forte e braccio teso” per salvare i figli d’Israele dall’Egitto - e gli ebrei, per questo, non cessano di ringraziarlo.

Jonas dà una risposta diversa da quella - nota a tutti - del libro di Giobbe, teologicamente ben più coraggiosa: giunge a asserire la necessità di negare l’onnipotenza stessa di Dio. L’unica spiegazione - dice il filosofo - è che, di fronte a Hitler, Dio avesse le mani legate. Egli, nell’atto creativo, avrebbe abdicato al suo potere assoluto in favore degli uomini. E della loro libertà. Il primo compito di ogni libertà, anzi, condizione del suo stesso sussistere, è di possedere dei limiti. Al potere dell’uomo corrispondono precisi doveri morali. Nella civiltà tecnologica del ventesimo secolo, tale potere si è esteso nello spazio, su tutto il globo terracqueo, e anche nel tempo, sul futuro, sulle generazioni avvenire. Ora: a questo fatto - dice Jonas - deve corrispondere un’estensione della re­sponsabilità. Su tale senso di responsabilità il filosofo intende fondare un nuovo paradigma etico.

Jonas è preoccupato di fronte alla spaventosa e repentina estensione del dominio dell’uomo sulla natura, a quello che lui chiama il Prometeo scatenato della civiltà tecnologica. È uno dei primi pensatori che lucidamente individua gli enormi rischi ecologici di uno sfruttamento intensivo delle risorse. La civilizzazione dell’uomo - dice - va di pari passo con la violazione della natura. Oggi è seriamente a rischio la sopravvivenza del globo. Emerge dunque la necessità di mettere le briglie a quel Prometeo scatenato, che, nell’illusione di un sempre maggior benessere, sotto il costante impulso del libero mercato, minaccia le condizioni basilari della vita.

Le promesse della tecnica, secondo il filosofo tedesco, sono in realtà minacce, o con esse sono indissolubilmente congiunte. Nel suo capolavoro, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, si legge: “la sottomissione della natura finalizzata alla felicità umana ha lanciato, con il suo smisurato successo, che coinvolge ora anche la natura stessa dell’uomo, la più grande sfida che sia mai venuta all’essere umano dal suo stesso agire”.

La critica che Jonas muove alle etiche tradizionali è strettamente connessa alle contingenze economico-tecnologiche della sua epoca. Alla luce di queste ultime, che hanno esteso il potere dell’uomo in maniera inaudita, i sistemi morali di matrice ellenistica e giudaico-cristiana, e perfino le etiche deontologiche di derivazione kantiana, appaiono a Jonas strutturalmente miopi, intanto perché peccano di antropocentrismo e non si curano di preservare l’ambiente, ma soprattutto perché sono focalizzate sull’hic et nunc, sul presente, senza preoccuparsi delle conseguenze a lungo termine delle azioni. In base al principio secondo il quale ad impossibilia nemo tenetur, nessuno è obbligato a fare ciò che non può, come potevano le vecchie etiche prescrivere agli uomini di preoccuparsi delle generazioni future o delle sorti del pianeta? Tali questioni non rientravano nel campo del potere degli uomini, quindi nemmeno in quello della loro responsabilità.

Se la presenza dell’uomo nel mondo rappresentava un dato originario incontrovertibile, che faceva da sfondo e presupposto di ogni speculazione morale, oggi - dice Jonas - è diventata essa stessa l’oggetto primo dell’obbligazione. È il progresso della tecnica che ci impone nuovi interrogativi e nuove responsabilità. Che destino riserveremo ai nostri figli e nipoti? Non basta essere a posto con la propria coscienza, né conformi a principi formali di comportamento. Occorre invece prevedere gli influssi delle nostre azioni sulle sorti future del pianeta. Occorre - secondo Jonas - una nuova etica che pensi anche al mondo extraumano e alle generazioni future. Un’etica non utopica della responsabilità.

Al noto imperativo categorico della ragione pratica di Kant - “agisci in modo che la massima della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso, come principio di una legislazione universale” - Jonas ne sostituisce uno nuovo: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra”. Al posto di un imperativo morale strettamente formale come quello di Kant, al posto dell’etica dell’intenzione, Hans Jonas propone - ad un’umanità incalzata dalle sfide che provengono da essa stessa - un’etica della responsabilità, e un dovere che ha un contenuto materiale preciso e definito. La responsabilità che la specie umana ha sulla propria sopravvivenza.

Ma perché? Quali sono i fondamenti - ad ogni filosofo sono esatti - della nuova morale di Jonas? Dove sta scritto, gli si potrebbe obiettare, che l’umanità debba sopravvivere? Su questo punto viene fuori lo Jonas religioso. Egli infatti non è solo il teorico del concetto di sostenibilità ambientale, o di sostenibilità tout court, ma è anche un uomo di fede. L’obbligo morale di preservare la sopravvivenza dell’umanità nel mondo viene giustificato dal filosofo solamente assumendo un punto di vista religioso.

Contravvenendo ad una legge formulata dal filosofo scozzese David Hume, secondo cui No ought from an is - dall’essere di qualcosa non si fa derivare alcun dover essere - che è un principio cardine di molti sistemi morali laici dell’età moderna - Jonas dà una fondazione ontologica della sua morale. Conferisce, in altre parole, un dovere intrinseco all’essere. La vita ha una finalità interna: esige la propria continuazione. È questa una posizione di rottura con la mentalità scientifica imperante, la quale non assegna valore intrinseco ai fenomeni naturali, compresi quelli organici, ma si limita ad osservarli senza valutazioni.

Jonas si richiama dunque alla tradizione ebraica, nella quale il mondo è creato da Dio, è il frutto di un progetto trascendente. E per questo è cosa buona, e a noi è fatto dovere di preservarlo. L’imperativo religioso è “Siate giusti perché io sono giusto”, quello della scienza darwiniana è “abbiate successo nella lotta per la vita”. Sono due paradigmi completamente diversi: in quello scientifico la natura è solo un oggetto, non esprime alcuna volontà creatrice e non possiede un valore in sé. Di conseguenza, al soggetto, che è solo l’uomo, è lecito disporne come vuole. La natura cessa di ispirare pietas e senso del mistero, di cui la religione si alimenta. Vengono meno lo stupore e l’umiltà che Kant provava sotto al cielo stellato. Jonas intende ripristinarli con il ritorno ad una visione religiosa del mondo, in opposizione al dogmatismo positivista. All’arroganza della ragione scientifica, Jonas oppone la responsabilità, la modestia, la cautela. La riverenza nei confronti del creato.

Se da una parte Jonas aggancia la giustificazione della sua morale alla metafisica, riproponendo un principio fondativo ontologico dell’etica, e richiamandosi ad una tradizione di pensiero morale religioso, dall’altra va sottolineato che l’origine del suo imperativo è tutta storica, che muove dalla paura reale delle contingenze tecniche e economiche della sua epoca, e che impone una responsabilità pratica e non un principio astratto o formale.

Nelle sue memorie, Jonas espresse la sua soddisfazione per aver tracciato - finalmente! - le linee di una filosofia che interviene nella vita, che indica veramente all’uomo le direttive su come vivere. I principi della nuova etica sono rintracciati da Jonas proprio nel pericolo reale che egli prefigura, nella paura delle conseguenze dell’azione dell’uomo sul pianeta e sull’uomo. Si tratta - insomma - di un’etica dell’emergenza, pensata ad hoc per una precisa fase storica.

Il suo programma minimo è salvare l’umanità da se stessa. Ogni sforzo per l’uomo autentico, ogni ricerca della felicità passa in secondo piano rispetto alla sua sopravvivenza.

Manuel Disegni

    

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