Storia

 

Gherush

di Paola Debenedetti

 

Lo scorso 17 ottobre in un interessantissimo pomeriggio è stato rievocato presso l’auditorium della Galleria d’Arte Moderna di Torino il cinquecentesimo anniversario dell’espulsione degli ebrei dall’Italia meridionale, con riflessioni sulla ricerca delle radici ebraiche, argomento che da qualche decennio è diventato di attualità soprattutto nei luoghi sede di antiche Comunità estinte.

Come ha esordito lo storico prof. Colafemmina in una lezione dotta e avvincente (e anche divertente per la verve con cui il relatore ha letto alcuni documenti dell’epoca) il 23 novembre 2010 segna il cinquecentesimo anniversario dell’espulsione degli ebrei dal Regno di Napoli di Ferdinando il Cattolico; non dall’Italia meridionale: l’iter del gherush si è infatti protratto nell’Italia meridionale dal 1492, anno dell’espulsione dalla Spagna, al 1541, seguendone le tormentate vicende storiche.

Con l’invasione dei francesi erano iniziati saccheggi e stermini nei confronti sia degli ebrei sia dei valdesi (chiamati “ultramontani”); con la discesa in Italia di Carlo VIII gli insediamenti in Puglia e in Calabria sarebbero stati cancellati con assalti alle giudecche; nel 1492, dopo che la Francia di Luigi XII e la Spagna di Ferdinando il Cattolico si erano spartiti il Regno di Napoli, gli ebrei cacciati dalla Sicilia erano emigrati verso il Regno di Napoli dove erano stati accolti bene, con ampie garanzie, sotto la protezione del Re, con promessa di sostegni in cibo e in denaro; ma nel 1503, quando Ferdinando il Cattolico divenne Re di tutto il Regno di Napoli, ripresero le vessazioni contro gli ebrei, molti dei quali preferirono ritornare in Sicilia.

Nel 1510 con due diversi editti gli ebrei e i neofiti furono espulsi sotto pena di morte e di confisca dei beni; in Calabria c’erano molti discendenti di ebrei che si erano convertiti nel XIII secolo, e l’editto era esteso anche a loro e agli ebrei fuggiti dalla Spagna nel 1492; con una terza “prammatica” veniva in un primo tempo autorizzata la permanenza in Puglia e in Calabria di duecento famiglie a condizione che si trattasse di discendenti di ebrei convertiti da tempo e sposati con donne cristiane; ma dopo soli cinque anni, nel 1515, arrivava l’ordine di espul­sione dalla Calabria di tutti, ebrei e neofiti. Sotto Carlo V fu poi il popolo a richiedere il ritorno dei prestatori ebrei: quelli cristiani, generalmente genovesi e milanesi, si erano dimostrati più venali…

Il Prof. Colafemmina ha concluso poi il suo intervento citando un’Haggadà di ebrei pugliesi ritrovata a Corfù, che testimonia il rimpianto per la patria che erano stati costretti a lasciare.

I successivi interventi si sono incentrati sull’attualità, sulla ricerca, in particolare nell’Italia meridionale e in Sicilia, di lontane radici ebraiche. Rav Luciano Caro ha riferito delle sue ricerche in Sicilia, dove sono state trovate tracce di insediamenti ebraici: alcuni mikvè (bagni rituali) a Siracusa e Salemi (secondo Rav Caro se ne trovano troppi per essere tutti veri), case con tracce del posto per accogliere la mezuzah, archivi di notai ebrei, documenti con annotazioni in ebraico o stemmi con riferimenti ebraici; interessante è la testimonianza riferita di una donna che ricordava che la nonna per festeggiare la domenica accendeva la sera dei lumini e cuoceva pani speciali, un ricordo della kabbalath shabbath, l’ingresso della festività ebraica del sabato. Rav Caro ha ricordato tra l’altro contatti avvenuti nel 1943 in Sicilia tra discendenti dei marrani, militari ebrei sbarcati con gli alleati e membri della Brigata Ebraica.

Sulle richieste di conversione presentate al Tribunale Rabbinico di Roma Rav Bahbout ha riferito la difficoltà del Tribunale di valutare il “ritorno” di persone che ritengono di essere discendenti di ebrei convertiti, soffermandosi sui problemi storici e rabbinici derivanti dalla difficoltà di risalire alle generazioni precedenti (se ne prendono in considerazione quattro), di stabilire se l’abiura era stata volontaria o imposta. Peraltro Victor Magiar, consigliere dell’Ucei, confermando il riscontro di un nuovo forte interesse per l’ebraismo nell’Italia Meridionale a livello sia personale sia delle istituzioni, ha osservato che l’interesse manifestato da discendenti di “conversi” non può lasciare indifferente l’ebraismo italiano.

Ha concluso la giornata il prof. Morselli mettendo in discussione la definizione entrata in uso di “civiltà ebraico/cristiana” e ponendosi la domanda su cosa si debba intendere per “civiltà europea”. La risposta potrebbero essere i marrani, che, nonostante il battesimo, hanno conservato il proprio ebraismo? La teologia della sostituzione negava la possibilità che esistessero ebrei cristiani, eppure la condotta di vita dei marrani non era dissimile da quella dei primi cristiani (che per certi versi sarà rivalutata dopo il Concilio Vaticano Secondo): perché la prassi ebraica mette in crisi la Chiesa? Dunque non basta il battesimo a fare di un ebreo un cristiano.

Agli interventi è poi seguito un interessante dibattito; certamente tutte le questioni relative ai marrani meritano di essere ulteriormente studiate e approfondite.

Paola De Benedetti

   

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