Storia

 

Per gli ebrei: un orientamento “storico”

 di Alfredo Caro

 

Anche in questo mio articolo il mio dire prende lo spunto per alcune mie riflessioni dalla lettura del bel libro di Stefano Levi Della Torre - con Franzinetti e Bali - “Il forno di Akhnai”, edito recentemente dalla Giuntina, una “discussione talmudica sulla catastrofe”, come indica il sottotitolo. Libro valido anche per le conseguenze attuali che essi traggono dalla lettura e dal commento di quell’antico testo. Libro meritevole di essere diffuso e discusso fra noi.

Già all’inizio introduttivo della loro fatica chiariscono la loro tesi: “lo sfondo su cui si svolge questo racconto è una mutazione storica e il problema che abbraccia tutti gli altri problemi è il seguente: che via prendere dopo una catastrofe, come garantire la continuità attraverso una trasformazione imposta da una sconfitta disastrosa”? (facendo specifico riferimento alla distruzione del secondo Tempio nel 70 dell’e.v.).

Il confronto con la situazione attuale, dopo la Shoah, è evidente: quale orientamento ed organizzazione deve darsi la diaspora, particolarmente quella europea, per “sopravvivere” dopo quella immane catastrofe? E quale Israele per tornare a “vivere”?

L’ottica interpretativa di quelle antiche discussioni offerta dagli autori “appartiene al XXI secolo” e prevalente è, lo ripetiamo, l’approccio “storico”; e, mi sembra di capire, ciò che impedisce, dopo una immane distruzione, alla trasformazione storica uno sbocco positivo ed efficace per la nostra continuità, sia da cogliersi nel fondamentalismo religioso; fondamentalismo dal quale, ricorrentemente, la “tradizione” deve difendersi. Puntuale, nelle conclusioni introduttive, il richiamo alla sesta tesi sulla storia di Benjamin là dove il pensatore ebreo tedesco afferma che “in ogni epoca bisogna tentare di strappare nuovamente la trasmissione del passato al conformismo che è sul punto di soggiogarla” (Si legga anche il commento “talmudico” di Loewy, pag. 60 del suo libro su Benjamin Segnalatore d’incendio Boringhieri ed.).

Giustamente gli autori riconoscono la vitalità della nostra tradizione che “prende sul serio il passato, ma non accetta di considerarlo l’ultima parola e di identificarsi con esso, come fanno i tradizionalisti, ma che dà il segno di una continua rimodellazione”. E concludono: “la tradizione non è il passato, ma la memoria e lo spessore storico di ciò che di volta in volta è attuale”.

Pur condividendo gran parte delle considerazioni di questo libro, proprio su l’ultima affermazione introduttiva vorrei fare, lungi da me ogni spirito polemico, due precisazioni mettendo in rilievo il diverso “futuro storico” che i maestri talmudici avevano rispetto a noi.

La discussione talmudica aveva lo scopo di dare continuità all’ebraismo, dopo la distruzione del Tempio, ed agli ebrei, per i quali forse presentiva come popolo un’estensione ed una durata diasporiche maggiori di quanto fossero state dopo la distruzione del primo Tempio; e proprio questa percezione di prolungato allontanamento del popolo dalla terra “promessa” spinse i maestri talmudici a coltivare un atteggiamento culturale - come commento del commento biblico scritto e orale - che diventerà patrimonio orientativo prevalente della nostra memoria che essi contribuirono, se non a fondare, certo a darle una più precisa stabilità metodologica (oggi giustamente tanto rivalutata da Lévinas e dalla scuola ebraica francese che a lui si richiama). Seconda precisazione: questa memoria culturale, proprio in quei secoli, SI SCINDE e non SI CORRELA più alla storia ebraica, che, forse, gli ebrei come popolo avevano esperito all’epoca della monarchia davidica.

Da quell’epoca tutto quello che si guadagnerà in “memoria” e che darà vitalità alla nostra sopravvivenza diasporica si perderà in “spessore” storico. Ecco, nel riprendere noi la lettura di quei testi, la nostra attualità è “diversa” dalla loro: e ciò dipende da un futuro “diverso” che, oggi, si prospetta per noi rispetto a loro. Noi oggi abbiamo una possibilità “altra”, rispetto a quegli antichi maestri e questo grazie alla rinascita di uno stato ebraico. Per la prima volta - dopo millenni - abbiamo la possibilità concreta di “ricomporre” la scissione fra storia e memoria, o meglio di “iniziare” a ricomporla oggi e, più, nel futuro prossimo.

Le considerazioni che seguono sono conseguenza di questa inedita prospettiva.

Ricapitolando: i talmudisti sono figli di una catastrofe; anche noi lo siamo: siamo, almeno quelli della mia generazione, figli della Shoah; terribile per loro quella, ancor più terribile per noi questa. Solo che per noi si prospetta un futuro diverso e più positivo che per loro. I talmudisti, ancora, - almeno così oggi vengono interpretati - combatterono posizioni fondamentaliste; anche noi, da molto tempo, siamo ugualmente costretti a combatterle. Salvare la tradizione dal conformismo tradizionalistico è, ed è stato, il compito assegnato da Benjamin a noi, voce dei “vinti”, e non agli “storici ufficiali”, portavoce dei “vincitori”.

Guardando all’interno della nostra condizione esistenziale odierna, anche noi ebrei dobbiamo difenderci dalla “rigidità” - fissazione “a-storica” dell’interpretazione della norma - dell’azione dei fondamentalisti che socialmente e culturalmente ci tormenta mettendo in forse il nostro futuro come ebrei. La tradizione deve “ogni volta essere salvata”. Certo anche Benjamin avvertì l’importanza del sionismo, soprattutto dal punto di vista culturale della “teologia” messianica, ma non comprese adeguatamente quella dal punto di vista politico, come movimento a difesa della vita degli ebrei, pagando con la sua stessa vita questa incomprensione.

Lui, pur ricchissimo di cultura storica tedesca, non avvertì la mancanza di “storia” ebraica, non riconoscendo che essa si era ridotta alla “sola” memoria della sua cultura.

E questo, a differenza di Scholem, che, con la sua aliah, sempre più affinò e comprese, pur studiando la memoria culturale, la storia del suo popolo.

Il fondamentalismo, per noi ebrei, è, comunque, un freno al nostro rinnovamento storico.

Ma perché, mi domando, questa ripresa alquanto vigorosa di temi e richiesta di comportamenti fondamentalisti oggi? E non solo nei paesi musulmani, molti dei quali storicamente “al di qua” di istituzioni politiche liberali, ma ripresa sempre più diffusa anche nelle società politicamente e tecnologicamente più avanzate, quali l’America e l’Europa occidentale? Quali le cause? Quale il significato? Forse è la conseguenza delle dinamiche economiche e politiche che si sono andate formando negli ultimi trent’anni del passato secolo con l’allargamento planetario del sistema capitalistico cosiddetto globalizzato, sostenuto, sin dal suo sorgere, dall’idea del progresso illimitato, insito nel suo concetto di sviluppo. E con le tesi sulla storia, proprio questa idea di progresso Benjamin prendeva di mira, certezza e fiducia che univa, negli anni trenta, sia le democrazie occidentali sia l’Unione sovietica. In questi ultimi decenni il sistema globale è divenuto incontrollabile, la natura, vero golem, si ribella al suo abnorme sfruttamento e sempre più aumenta il numero delle persone nelle quali si sta indebolendo la convinzione che lo sviluppo produttivo possa essere sempre più alto. Il senso di porre un “limite” allo sviluppo si fa sempre più spazio nelle teorie economiche e non solo in quelle. Oggi in maniera più acuta si prospetta per i giovani un futuro, nelle condizioni di vita, peggiore di quello dei loro padri. Si va rinforzando la convinzione che l’idea di progresso sia una grande illusione; e ciò fa enormemente paura alla classe dominante e alla sua concezione della storia come storia dei “vincitori”. Sulla “propria” storia la borghesia ha messo molto del suo valore; ora che avverte un suo declino, per paura che si cominci a realizzare e ad essere valorizzata una storia anche dalla parte dei “vinti”, mostra di apprezzare tutto ciò che è antistorico, valorizzando posizioni religiose fondamentaliste, che segretamente disprezza, ma alle quali “finge” di aderire per intrappolare e paralizzare ancora una volta le masse. Questa delusione delle aspettative, che potrebbe spingere le masse verso movimenti politici anticapitalisti, viene dalla borghesia “convogliata” verso la valorizzazione del passato, in un modo, però, specifico e particolare: privandolo della sua temporalità, privandolo di spessore, di movimento, come un passato che non ha inizio né una fine, che “non passa mai”, che si presentifica nella sua “eternità”, nella sua “assenza” di durata. Si tende a vivere sempre nel presente…, esistenzialmente, senza continuità, senza futuro, unidimensionalmente. Eppure il principio “speranza” nel futuro è il contributo che l’ebraismo può dare all’“inizio” della storia dei “vinti”. E chi più vinto di noi ebrei e di tutti i vinti della storia, che l’hanno subìta, ma non “fatta”? “Lakèn”, eppure gli ebrei oggi possono uscire da questa miserevole condizione che ci ha tormentato per secoli. L’idea messianica, l’approccio storico benjaminiano, ci protegge e ci sostiene da questo pericolo “post-moderno”.

Ci protegge e ci apre al futuro proprio la rinascita di uno stato ebraico, del quale lo stesso Israele ancora, forse, non è consapevole. Questa “protezione” messianica non è ancora pienamente dispiegata; ma lo sarà quando, nel tempo, il paese si libererà dall’“occidentalizzazione” e dal suo modo di produrre. Nei primi suoi 60 anni di vita questa è stata un scelta quasi obbligata: la politica determinatasi, come la dipendenza dall’America e dalla più grande comunità ebraica di quel paese, è stata quasi necessaria per difendersi da chi ancora attenta alla sua esistenza come Stato; dipendenza che, comunque, dal punto di vista culturale sta cominciando a diminuire e a variegarsi. E ciò è bene perché un ulteriore “sentirsi occidentali” può essere pericoloso per il nostro futuro ebraico.

Per concludere: a me interessa che gli ebrei si mettano nella condizione di “fare” storia per dare continuità innovativa al loro ebraismo, anche se io vedo questa possibilità solo nella continuità dell’esistenza dello stato di Israele. È mia convinzione, inoltre, che sia il fondamentalismo che il capitalismo, nel suo sviluppo odierno, siano due grossi ostacoli nel cammino della nostra storia ed è su questa questione che si gioca la sfida e la responsabilità della presenza di uno stato ebraico.

Pur essendo, per atteggiamenti e contenuti, diametralmente opposti, i fondamentalisti e la borghesia oggi sono uniti, per la loro salvezza, da un generale atteggiamento antistorico e sia i primi, che lo invocano, sia secondi, che ipocritamente lo valorizzano, parlano della “fine” della storia. Pretesa assurda, ma comprensibile ogni qualvolta una civiltà va declinando.

Basterebbe riacquistare, noi ebrei, la nostra coscienza storica, “teologica”, nel significato di Benjamin, cioè rivoluzionaria messianicamente, che questa pretesa si scioglierebbe come la nebbia primaverile al sole.

Ecco la nostra speranza: possiamo tornare a vivere.

 Alfredo Caro

   

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