Libri

 

Essere donna nel lager

di Emilio Jona

 

Il libro di Anna Rossi-Doria Sul ricordo della Shoah (Silvio Zamorani editore, Torino, 2010) è un’utile riflessione ed un informato compendio attorno a quell’evento epocale, che pone problemi senza fine che travalicano ampiamente il rapporto tra la Germania nazista e il popolo ebraico, perché la Shoah è un fatto universale e in quest’ottica, non soltanto ebraica, va considerato.

Anna Rossi-Doria ne privilegia tre temi: il difficile rapporto tra memoria e storia, l’istituzionalizzazione del giorno della memoria e “la discussa questione della specificità femminile nella comune catastrofe”.

La Rossi-Doria, citando uno dei massimi studiosi della Shoah, Saul Friedlander, ricorda come essa sia “un’anomalia che sfida le abituali categorie interpretative” e osserva che la storia, nella sua ricerca di asetticità e di obiettività spesso ignora la storia delle vittime, perché interroga gli avvenimenti nella loro evidenza, mentre i testimoni li vivono nella consapevolezza della loro opacità e della difficoltà di capirli e nel dubbio che sia possibile narrarli. Per questa ragione i testimoni sovente hanno taciuto.

Ma oggi c’è un evento decisivo, tra poco i sopravvissuti saranno tutti scomparsi e il filo della memoria sarà spezzato. A maggior ragione allora l’intreccio tra storia e memoria diventa non eludibile.

In esso si inserisce poi la particolarissima memoria ebraica, quella analizzata finemente da Y.H. Yerushalmi in un celebre piccolo libro Zakhor, che mette in luce la millenaria profonda divaricazione nel popolo ebraico tra memoria e storia e il fatto che l’ebreo non possa dimenticare il silenzio che ha circondato i suoi morti e “l’indif­ferenza di tutti gli altri che ancora lo perseguita”.

Allora sul tema di chi debba misurarsi con il peso della memoria e sulla distinzione tra il dovere di fare i conti con la propria storia e con l’idea di una colpa collettiva, Anna Rossi-Doria risponde con le parole di Hannah Arendt in un lontano 1945: “quando tutti sono colpevoli, nessuno in ultima analisi può essere giudicato” e di Primo Levi, che nel 1986, quando si inizia il revisionismo tedesco, scrive “se non ritorneranno il mondo non saprà di che cosa l’uomo è stato capace, di cosa è tuttora capace”.

Ma è anzitutto per ragioni di ordine etico che la memoria collettiva della Shoah non può essere ridotta ad una sorta di questione privata tra ebrei e tedeschi. Bisogna invece renderla universale, farne storia, cogliere il nesso tra barbarie e società contemporanea con il suo caso estremo ed in questo senso unico di “sterminio amministrativo di massa”.

E contro gli “assassini della memoria” Anna Rossi-Doria ricorda una più recente considerazione di Yerushalmi che dice che “soltanto lo storico con la sua rigorosa passione per i fatti... può realmente montare la guardia contro gli agenti dell’oblio”.

Per questo, e non si può non convenirne con l’autrice, oggi la migliore difesa della Shoah è diventata la storia.

L’ambivalenza tra memoria e storia è anche evidente nella celebrazione del Giorno della Memoria: l’autrice non ne mette in dubbio l’utilità, ma ne pone in luce i rischi per il modo con cui esso viene celebrato, tra la banalizzazione e la sua riduzione nel passato all’azione di un gruppo di carnefici mostruosi, oppure il suo essere appan­naggio della memoria ebraica, che sicuramente può essere fraintesa dai non ebrei, nel suo muoversi nella dicotomia distruzione/redenzione.

Anche in questo caso Anna Rossi-Doria pensa che, ferma la necessità di una miglior comprensione di come gli ebrei vivono la Shoah, sia necessaria una sua universalizzazione e una capacità di integrare la memoria con la storia.

Il capitolo del libro più ricco di documenti e di esemplificazione è quello dedicato alle memorie delle donne, che per lungo tempo furono più rare di quelle maschili e furono coperte da un pesante silenzio, rotto solo con il femminismo, perché sino a tempi molto recenti gli storici nello studio dell’olocausto privilegiarono gli uomini rispetto alle donne.

Le prime ricerche vanno collegate alle domande poste dagli storici del ghetto, primo fra di essi Emmanuel Ringelblum, che nel suo diario proponeva allo storico futuro di dedicare alla donna ebrea una parte importante della storia ebraica in quella guerra, per il suo coraggio e la sua abilità nel sopravvivere, per la sua capacità di superare il terrore di quei giorni, mentre R. Hilberg notava come uomini e donne ebrei finivano nello stesso forno crematorio, ma nello studio del loro annientamento diverse erano le tensioni e i traumi.

Anna Rossi-Doria traccia in questo capitolo ben documentato le vicende della, relativamente recente, attenzione alla storia delle donne nella Shoah. Ne viene fuori un quadro molto vario e contraddittorio, tra chi come Cinthia Ozik nega questa distinzione come un “dettaglio”, perché l’essere ebrei era al centro della Shoah, indipendentemente dal fatto di essere uomini, donne o bambini, e tra chi, nella ricerca della specificità del genere, privilegia invece una maggior capacità di resistenza della donna rispetto all’uomo, e la peculiarità femminile della solidarietà, che faceva sì che la sopravvivenza fosse un processo sociale, che non poteva realizzarsi da sole.

Queste pretese della rilevanza di una analisi di genere nell’Olocausto determinarono, dice l’autrice, violenti attacchi da parte dell’ebraismo più conservatore, ma non impedirono che proseguisse questa analisi della specificità femminile e del fatto che uomini e donne, pur morendo nello stesso modo, viaggiassero in quella destinazione su strade diverse.

Sovente esse opponevano alla depressione e alla apaticità dell’uomo, il loro non perdersi d’animo e la loro funzione di protezione della famiglia, o l’importanza del corpo, il loro essere cioè madri o figlie. Ma per un altro verso le distingueva la loro vulnerabilità sessuale e il peso tremendo dello spogliarsi in pubblico, della nudità e della rasatura.

A questo perdere ogni aspetto femminile - dice più di una testimone - si reagiva con piccoli gesti di resistenza: ad esempio una delle forme più diffuse tra le donne era la descrizione e lo scambio di ricette, talvolta rischiosamente trascritte in piccoli quaderni.

Il libro si chiude, anziché con una riflessione conclusiva, con un’ampia esemplificazione di queste voci struggenti di madri del lager, madri assassine di figli per amore, e madri che li guidavano alla salvezza con i loro consigli, madri potenti, quasi mitiche, e madri che si congedavano sorridendo dal figlio che forse sopravviverà. E sono voci di ammonimento e le ultime ancora di memoria.

Emilio Jona

Anna Rossi Doria - Sul ricordo della Shoah - Ed. Silvio Zamorani - 2010

 

 

    

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