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I nostri ultimi 17 anni

 

Nel 1994 su Ha Keillah ci occupavamo del processo di pace in Israele, poi abbiamo visto l’assassinio di Rabin, le delusioni, le speranze, poi ancora le delusioni. Abbiamo ragionato sugli attentati del 2001, sulle guerre in Iraq e in Afghanistan, sull’elezione di Obama. Abbiamo abbandonato la Lira per l’Euro. Abbiamo cambiato il nostro modo di lavorare, abbiamo imparato a usare sempre più spesso la posta elettronica. Abbiamo visto cadere dittatori che sembravano eterni. Abbiamo visto i bambini diventare ragazzi e poi adulti; tra quelli che allora frequentavano le elementari e le medie c’è chi ora siede nel consiglio della comunità, chi collabora con noi o fa parte della redazione. Anche alla guida della non particolarmente dinamica Comunità di Torino abbiamo visto alternarsi maggioranze diverse.

Su molti di questi argomenti Ha Keillah ha offerto un ventaglio di posizioni spesso molto diversificate tra loro: abbiamo difeso Israele e lo abbiamo criticato, abbiamo discusso di ebraismo italiano, unità e pluralismo, abbiamo dato conto delle novità del mondo ebraico talvolta con entusiasmo e talvolta con preoccupazione, ci siamo occupati di temi che oggi sembrerebbero vecchi di secoli. Per non parlare della varietà delle nostre posizioni sulla comunità di Torino.

Eppure in questi 17 anni c’è un tema su cui tutti noi (la redazione di Ha Keillah e i singoli redattori) abbiamo continuato a dire sempre quasi esattamente le stesse cose: Berlusconi. Gli articoli che scrivevamo per festeggiare la caduta del suo governo nel 1994 e la sua sconfitta elettorale nel 2006 potrebbero essere ripresi oggi tali e quali. Per 17 anni, mentre nel mondo tutto cambiava, in Italia ci siamo confrontati sempre con lo stesso personaggio, capo del governo o dell’opposizione, ma sempre prepotentemente presente sulla scena politica, e sempre inseguito da processi di vario genere. Su questo tema noi di HK non ci siamo mai divisi e non abbiamo mai avuto alcun dubbio e non ci siamo mai fatti incantare dall’appoggio a Israele, ritenendo, 17 anni fa come adesso, che il berlusconismo abbia sempre incarnato con la sua commistione tra pubblico e privato, la sua demagogia e il suo populismo, valori esattamente opposti a quelli in cui il nostro giornale si identifica e abbia pesantemente inquinato la percezione etica e sociale della politica: pensiamo al disprezzo per le regole, all’insofferenza per il confronto democratico, alla continua delegittimazione di tutto ciò che ha a che fare con giudici e giustizia, alle inquietanti amicizie in politica estera, all’ostentato disinteresse per la storia e la memoria dimostrato dai troppi silenzi quando non da battute fuori luogo.

Chissà se finalmente è finita davvero: il nuovo governo si regge pur sempre anche sui voti del Popolo della Libertà e non è certo formato da progressisti e tanto meno da rivoluzionari. Eppure, che liberazione. Che liberazione svegliarsi la mattina senza aspettarsi di vedere sugli schermi televisivi le facce di La Russa o Calderoli, senza doversi chiedere quale sarà la prossima trovata di Brunetta o della Gelmini per rovinarci la vita con provvedimenti spesso neppure utili per fare cassa ma solo gratuitamente punitivi verso categorie professionali malviste come giudici o insegnanti. Che liberazione non dover iniziare la giornata sentendo qualche uscita invereconda del nostro premier e attendere la sera per sentirlo negare di averla mai detta. Che liberazione non dover sentire servizi radiofonici e televisivi così spudoratamente filogovernativi che sembrano arrivare diritti dal Ventennio.

Comunque vadano a finire le cose e indipendentemente dal tempo per cui il governo Monti riuscirà a durare, oggi siamo moderatamente felici, indipendentemente dall’invadenza delle banche e della Chiesa Cattolica nella composizione di questo governo, perché vediamo delle facce pulite e non compromesse col regime berlusconiano...

Non pare un caso, e ha già avuto comunque un indubbio valore simbolico, che sia stato soprannominato “il governo dei professori”, perché, in attesa di decisioni impegnative, c’è anche una differenza evidente rispetto al governo precedente, che ostentava in ogni occasione un costante disprezzo per la cultura, e in particolare per tutti i docenti, dai maestri elementari ai baroni universitari. Tra gli italiani sembrava essere diffusa l’idea che la cultura fosse una cosa inutile e dispendiosa, e che chi la insegna sia una specie di parassita mantenuto a spese di chi lavora sul serio. Il “governo dei professori” sembra trasmettere l’idea, specularmente opposta, che solo chi ha studiato e analizzato i problemi in un ambito asettico e lontano dal confronto politico sia in grado di trovare soluzioni davvero efficaci: un’idea altrettanto errata - e forse anche pericolosa - ma che in questo momento pare avere la funzione di un necessario antidoto, e che dimostra come in fondo, nonostante tutto, ci siano ancora oggi molti italiani che considerano la cultura un valore. Forse la nostra voce era meno solitaria ed isolata di quanto si potesse credere, e anche questo ci fa sperare, nonostante i giorni bui che ci attendono.

H.K.