Prima pagina

 

Mc Carthy in Israele

 di Giorgio Gomel

 

Un’ondata di maccartismo minaccia il tessuto democratico di Israele. Una serie di leggi già approvate o sottoposte alla Knesset da partiti di governo - Likud e Yisrael Beitenu - compromettono gravemente il funzionamento della democrazia. Tendono a trasformare il sistema politico in una democrazia limitata, soffocando il dissenso, le libertà individuali, l’indipendenza dell’ordine giudiziario.

Il disegno del radicalismo di destra è esplicito e distruttivo. Da un lato la violenza dei coloni più oltranzisti contro i palestinesi in Cisgiordania, con le spedizioni punitive, le devastazioni degli uliveti, gli incendi alle moschee, le aggressioni all’esercito israeliano quando protegge gli abitanti palestinesi. Più di recente gli atti intimidatori contro arabi ed ebrei attivi nel movimento per la pace in Israele.

Dall’altro l’offensiva politica in Parlamento.

Qualche esempio.

Una legge approvata a marzo consente a comunità che comprendono fino a 400 famiglie di proibire ad altri cittadini di diventare residenti se “inadatti alla vita della comunità”: forse si vuole dire arabi, cittadini di seconda classe?

Negli stessi giorni si da avvio a una legge che proibisce di commemorare nelle scuole la “Naqba” - la disfatta araba del maggio 1948.

A luglio la Knesset approva una legge “contro il boicottaggio” che consente a chiunque di agire sul piano legale contro coloro che propugnano il boicottaggio dei prodotti degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, pur non avendo subito alcun danno economico da quell’azione.

In novembre due proposte di legge. La prima mira a limitare i finanziamenti a ONG israeliane che operano in difesa dei diritti umani e per la pace - B’tselem, Machsom Watch, Ta’ayush, fra tante - da parte di governi di altri paesi o istituzioni internazionali come la UE. Ovviamente i fondi con cui associazioni ebraiche della Diaspora, soprattutto americane, finanziano le colonie nei territori restano liberi da ogni impedimento. La seconda, se approvata, limiterà la facoltà di gruppi come Shalom Achshav-Pace adesso di rappresentare vittime di ingiustizie presso la Corte Suprema: oggi Pace adesso muove azioni legali, qualche volta con successo, in difesa di palestinesi ai quali lo Stato ha confiscato terreni per costruire il Muro di separazione o strutture abitative per i coloni ebrei.

Infine, forse le iniziative più preoccupanti sono quelle rivolte contro l’indipendenza della Corte Suprema, custode agguerrito dello stato di diritto e della legge, per esempio contro l’espropriazione di terreni proprietà privata di palestinesi: si vuole che sia la Knesset a nominare i giudici e il Ministro della Giustizia Neeman preme per nominarvi un giudice che abita in un insediamento.

L’opinione pubblica resta muta, chiusa in un rassegnato fatalismo, tranne per una minoranza sensibile al pericolo della degenerazione della democrazia. Forse per l’incombere della “minaccia esterna” - l’Iran, Hezbollah, Hamas - o per il peso di condizioni socio-economiche difficili - che hanno dato origine alla protesta di massa dei mesi scorsi. Forse per una tendenza alla negazione della gravità di quanto sta accadendo.

Ma vi è un substrato più profondo nella società, di indifferenza se non di ostilità alla democrazia e di degrado verso il tribalismo che ha a che fare con le trasformazioni accadute nel tessuto sociale del paese.

Gli arabi, che pure godono di diritti civili e politici, restano lontani dal dibattito nel paese, via via più alienati rispetto alla società “ebraica”. Gli ultra-ortodossi - che crescono di peso - sono esistenzialmente lontani dall’idea di democrazia come sistema politico. A loro preme istituire uno stato halachicamente ebraico, imporre la coercizione religiosa al paese intero, separare uomini e donne nella vita quotidiana, nelle strade e sui mezzi pubblici. Gli immigrati dall’ex-URSS, educati all’autoritarismo, prima dal comunismo sovietico, poi dalla Russia di Putin, non sono certamente campioni dello stato di diritto e della democrazia liberale.

Chi difenderà la democrazia dei primi 60 anni di Israele?

Giorgio Gomel