Italia

 

Due ebrei, tre opinioni, quanti giornali?

di Anna Segre

 

È diffusa su certa stampa ebraica una tendenza al localismo che pare cosa diversa dall’informazione approfondita e dall’impegno politico nella vita comunitaria … un localismo che sfocia nel provincialismo. Un localismo che, rifiutando l’analisi e limitandosi alla notizia, scivola nel conformismo: nei confronti dell’establishment comunitario e nei confronti della politica del governo israeliano. Ma un giornale è tale, e non semplice bollettino, se è critico. Ed è critico se ha una linea (adesso non importa stabilire quale) a cui fare riferimento. E ha una linea se ha un’identità culturale.

Così scriveva David Sorani in un articolo intitolato Stampa ebraica in Italia: cultura o conformismo? in cui riferiva della tavola rotonda, a cui aveva partecipato in quanto direttore di Ha Keillah, sulla stampa ebraica in Italia organizzata a Roma il 14 giugno 1992 per festeggiare il duecentocinquantesimo numero di Ha Tikwà. Il 27 novembre 2011, a quasi vent’anni di distanza si è svolta a Roma un’altra tavola rotonda sullo stesso argomento, nell’ambito di un più ampio convegno Dalle rotative all’I-Pad: tradizione e futuro nella stampa ebraica. Il confronto tra direttori e redattori dei giornali ebraici (in questo caso, a differenza del 1992, solo quelli di Pagine ebraiche, Shalom, Ha Keillah e del Bollettino di Milano) è arrivata solo alla fine, dopo un’intervista alla direttrice del polacco Midrasz, una sezione su La stampa ebraica, l’identità e la memoria (con interventi di Bruno Di Porto, Anna Foa e Laura Brazzo, che ha curato la mostra sulla stampa ebraica per il CDEC) e una di presentazione delle presenze ebraiche in internet: una tavola rotonda forse un po’ frettolosa, di fronte a un pubblico così poco numeroso (venti o trenta persone) da far pensare che l’iniziativa sia stata volutamente pubblicizzata poco, forse per evitare che il dibattito si trasformasse in uno scontro polemico a favore o contro l’una o l’altra testata. Confesso di essere andata a Roma con una certa preoccupazione, temendo attacchi alla nostra testata per i nostri articoli su Israele; questo in effetti non è accaduto, ma forse solo perché chi avrebbe potuto contestare non era materialmente presente.

Data la nostra natura di giornale “piccolo” (come il moderatore Victor Magiar ha sottolineato forse con un po’ troppa insistenza) e non comunitario ma “di parte”, la nostra partecipazione alla tavola rotonda non era scontata, e dobbiamo ringraziare l’organizzatrice del convegno Laura Quercioli Mincer per averci invitati. Eppure di noi si è parlato: il passo dall’articolo di Sorani del ’92 riportato qui sopra è stato infatti citato da Laura Brazzo come una sorta di introduzione al suo intervento sulla storia della stampa ebraica in Italia. La citazione mi ha fatto doppiamente piacere anche perché ero stata io, allora direttrice di Ha Tikwà, ad organizzare la tavola rotonda del 1992 (che aveva raccolto un pubblico un po’ più ampio, nonostante allora mi fosse stato fatto notare da più parti che i romani nelle domeniche di giugno vanno al mare). La Brazzo, che ha partecipato al convegno nella doppia veste di collaboratrice del CDEC e del Bollettino di Milano, ha poi ribadito gli stessi concetti nella tavola rotonda finale, sottolineando come, a suo parere, HK sia l’unico giornale ebraico italiano che si differenzia dagli altri perché non si limita a parlare di Shoah o di Israele ma si occupa anche di temi (come l’immigrazione o il razzismo) che interessano l’intera società. Successivamente in una conversazione privata mi ha confermato di avere ricavato dal lavoro preparatorio per la mostra l’impressione di un mondo ebraico italiano spesso troppo ripiegato su se stesso, al punto che i giornali ebraici nel 1922 non avevano parlato della marcia su Roma; HK, secondo lei, costituisce in parte un’eccezione, però, a suo parere, il più aperto di tutti ai problemi dell’attualità è stato l’Ha Tikwà degli anni ’70.

La tavola rotonda ha visto qualche punzecchiatura, in particolare tra Shalom e Pagine ebraiche. Il direttore di Shalom Giacomo Kahn rivendica con orgoglio il peso e l’autorevolezza del suo giornale: si difende dalle accuse di parlare solo di Shoah e Israele evidenziando da una parte l’urgenza di dar voce ai testimoni e dall’altra la situazione di estremo pericolo in cui si trova Israele (a una battuta specifica che criticava Fiamma Nierenstein Kahn risponde di non averla scelta lui ma di averla ereditata e di averle comunque affiancato un altro opinionista, Renato Coen); afferma anche che non è colpa sua se il sindaco di Roma (che non ha scelto lui) si occupa molto di ebrei ed ebraismo: come giornalista è suo dovere parlarne.

In conclusione Kahn ha discusso i criteri di finanziamento dell’UCEI e ha auspicato che il futuro consiglio dell’Unione eletto con le nuove regole adotti criteri uguali per tutti (cioè, non finanzi solo Pagine ebraiche) perché il vero confronto all’interno dell’ebraismo italiano non si ottiene con un’unica testata ma con una pluralità di testate che dialogano tra loro. Un discorso in apparenza condivisibile, e che sembrerebbe andare anche a nostro favore, se le molte testate presenti nell’ebraismo italiano potessero davvero dialogare ad armi pari. Dati i numeri delle nostre comunità, però, mi pare molto pericoloso sostenere che l’UCEI farebbe meglio a finanziare Shalom, il Bollettino di Milano e tanti piccoli giornaletti con una tiratura di poche decine o centinaia di copie piuttosto che mantenere in vita un giornale di tutti gli ebrei italiani. In questo modo magari ogni comunità avrebbe il suo bel bollettino patinato, e in compenso Shalom - il giornale della comunità di Roma, che appartiene solo agli ebrei romani e, giustamente, non agli altri - apparirebbe al mondo esterno come la voce degli ebrei italiani (già ora Kahn ha sottolineato con orgoglio l’autorevolezza della propria testata): a me non sembra uno scenario auspicabile, non per la qualità di Shalom ma per la sua natura intrinseca di giornale romano.

Sul numero scorso di Ha Keillah ribadivo la necessità di difendere l’accessibilità a tutti dei media dell’UCEI; dopo la tavola rotonda del 27 novembre temo che dovremo difendere la loro stessa esistenza: nonostante qualche mal di pancia per articoli non pubblicati (alcuni dei quali trovano poi spazio sulle nostre pagine, anche in questo numero), mi pare che non possiamo permetterci di perdere un terreno di scambio di opinioni accessibile a tutti.

Anna Segre

   

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