Giuseppe Tedesco

 

Sionismo dissenziente

di Tullio Levi

 

Durante il limud tenuto il 9 novembre in ricordo di Giuseppe Tedesco a un anno dalla sua scomparsa Tullio Levi ne ha ripercorso la vita, le esperienze lavorative e politiche e l’impegno in campo ebraico. Pubblichiamo la parte relativa alla sua esperienza “sionista”.

 

Subito dopo la fine della guerra, Giuseppe ed altri giovani della comunità, sotto la guida dei soldati della Brigata Ebraica, dettero vita alla sezione torinese del movimento sionista Hechaluz che aveva la propria sede in via Morosini. Quell’esperienza, che si protrasse fino al termine del liceo, ebbe un ruolo determinante nella formazione politica e culturale di Giuseppe e di molti altri suoi coetanei in essa coinvolti: Sergio Jona, Guido e Sergio Valabrega, Aldo Zargani, Massimo Luzzati ed altri. Dopo aver frequentato ancora per un anno la scuola ebraica, Giuseppe si iscrisse al D’Azeglio dove completò gli studi liceali, terminati i quali nel ’52 entrò nell’Aksharà di Cevoli di Pisa; in Aksharà rimase per circa un anno e mezzo a completare la propria preparazione ideologica e operativa in vista dell’alià in uno dei kibutzim della Hashomer Hatzair. Come si sa, quelli non furono anni facili: non lo furono per nessuno e non lo furono in particolare per un ragazzo impegnato a conciliare l’ambiente famigliare e i propri studi, con la militanza comunista e con la partecipazione attiva al movimento sionista.

Sono del dicembre del ’52 due lettere inviate da Giuseppe, poco dopo il suo trasferimento nell’Aksharà di Cevoli, ai propri dirigenti del Partito Comunista e a quelli della F.G.C.I., con le quali comunicava la sua sofferta decisione, dopo tre anni e mezzo di intensa militanza e nonostante la profonda riconoscenza per tutto ciò che, con quelle frequentazioni, aveva avuto modo di imparare ed apprezzare, di abbandonare entrambi gli organismi, con la seguente motivazione: “Mi sono trovato in profondo disaccordo con la politica del partito nei riguardi del Sionismo e della risoluzione del problema nazionale ebraico”. La lettera si concludeva con le seguenti affermazioni, sintomo del grave travaglio che lo aveva indotto ad assumere tale decisione e al tempo stesso testimonianza della sua coerenza e del suo idealismo: “Sarò sempre un vostro fedele amico e fiancheggiatore e ogni volta che ci saranno da difendere la pace, la democrazia, le grandi realizzazioni sovietiche, mi avrete al vostro fianco. Voglio sperare che, in un prossimo futuro si creino di nuovo le possibilità per una mia adesione alla F.G.C.I e al partito”. Quelle condizioni non si crearono mai più, ma Giuseppe, per tutta la sua vita rimase sempre fedele a quella promessa.

I problemi con cui Giuseppe avrebbe dovuto confrontarsi dopo aver compiuto l’alià non sarebbero certo stati da meno. Ne ebbe le prime avvisaglie nell’agosto del ’53, quando ancora era in Aksharà, in occasione dell’espulsione dal Kibbutz di Ruhama di un suo compagno (Gadi Valabrega) che aveva compiuto l’alià pochi anni prima. In una lettera alla madre, Giuseppe spiega le ragioni di tale espulsione: “Già da sei mesi il mio vecchio amico prendeva regolarmente delle posizioni critiche, in campo politico, nei confronti del Kibbuz e sulle reali possibilità del sionismo socialista. Da ultimo aveva anche scritto un articolo… in cui poneva dei dubbi sulla giustezza e l’efficacia della lotta del Kibbuz e del Mapam per la costruzione e il consolidamento dello Stato di Israele”. L’espulsione era avvenuta dopo che la direzione del kibbutz aveva espletato un ultimo infruttuoso tentativo di convincere l’autore dello scritto a ritrattare. Ma il fatto stesso che un membro del kibbutz potesse essere espulso per motivi ideologici lascia intendere quali fossero i condizionamenti a cui gli aspiranti chaverim si dovevano adattare e quali difficoltà avrebbe incontrato una persona certamente non incline al compromesso e così dotata di spirito critico, quale era Giuseppe.

Dal fitto scambio di corrispondenza tra Giuseppe e la sua mamma risulta come il periodo dell’Aksharà sia stato abbastanza sereno anche se faticoso e come intense fossero le aspettative che egli nutriva nei confronti dell’imminente alià che avrebbe compiuto alla fine del ’53; in un suo scritto dal kibbutz di Ruhama, poco dopo il suo arrivo si può leggere: “Per quanto riguarda il sistema della vita kibuzzistica, esso ci appare così logico dopo anni di vita movimentizia che non si potrebbe supporne un altro diverso… Da questo però possiamo trarre una considerazione di grande importanza, e cioè che il movimento degli zofim come è realizzato in Italia è l’unica e la migliore forma per arrivare alla realizzazione chaluzzistica attraverso una evoluzione delle idee dovuta ad un determinato tipo di educazione. Ecco il punto fondamentale della questione: l’educazione”. Mi pare che questa citazione possa essere assai utile per capire con quanta serietà e con quanta convinzione Giuseppe avesse compiuto tutto il percorso che lo aveva condotto alla alià in un kibbutz dell’Hashomer Hatzair.

Giuseppe rimase a Ruhama per circa due anni e, alla fine del ’55 si trasferì al kibbutz di Bar Am, quale sua definitiva destinazione. Occorre precisare che nella primavera di quell’anno, in Israele si erano svolte le elezioni politiche che avevano fatto registrare un grave arretramento del Mapam, per la cui campagna elettorale Giuseppe si era intensamente prodigato; l’insuccesso e le pessimistiche prospettive per il futuro del partito sono commentate con grande amarezza in una lettera inviata alla mamma nel mese di maggio e costituiscono una prima spia dell’insoddisfazione che cominciava a serpeggiare nel suo animo. Ho trovato anche una lettera inviatagli da Emilio Vita Finzi nel successivo mese di ottobre, nella quale gli scrive: “Ho letto con una certa apprensione la tua lettera nella parte politica, perché mi sono un po’ spaventato che tu prenda delle posizioni non idonee a crearti vicino a te quel calore e quella comprensione che tutti necessitano…”.

Da Bar Am ben presto partì per il periodo di servizio militare, durante il quale scoppiò la Guerra del Sinai (ottobre del ’56) che lo vide direttamente coinvolto in una unità combattente; tra le esperienze che maggiormente lasciarono un segno in lui vi fu certamente quella del servizio militare prestato a Gaza a diretto contatto con una realtà con la quale si dovette confrontare in condizioni difficili e che spesso mettevano a dura prova i principi che avevano ispirato le scelte di vita da lui compiute. A questo proposito ho trovato significativo un suo scritto, che risale ai mesi immediatamente successivi alla fine del conflitto, nel quale la situazione viene analizzata con lucidità, anticonformismo, ma anche grande amarezza. Dopo aver esposto il contesto nazionale ed internazionale all’interno del quale erano maturate le condizioni per lo scoppio della guerra, conclude: “Invano una piccola ala del movimento operaio, al governo e fuori, predicava contro la pericolosa avventura. I primi fatti d’arme, la precipitosa vittoria, l’eccezionale bottino guadagnato così a buon mercato, suonavano a sfida di chi insisteva a condannare una certa azione politica. Nel volgere di poche settimane venne la resa dei conti e ci trovammo soli di fronte a tutto il mondo, con le carte sporche, schiacciati dalla pesante responsabilità di aver trascinato il mondo intero a due dita dalla III guerra mondiale, svergognati di fronte all’opinione pubblica asiatica e africana per aver prestato mano al gioco politico degli imperialisti”.

Terminato il servizio militare, all’inizio del ’58 tornò al Kibbutz di Bar Am: nello scambio epistolare con la mamma non vi è traccia del tormento che certamente doveva già affliggerlo e che lo avrebbe condotto nell’agosto di quello stesso anno a decidere di abbandonare il suo progetto sionista e a ritornare in Italia. Fino all’ultimo, dalla corrispondenza nulla trapela: vi sono lettere serene nelle quali sollecita, come sempre, l’invio di libri e riviste (in particolare Rinascita) che aveva modo di leggere durante le lunghe ore trascorse al pascolo con gli animali del kibbutz; ve ne sono addirittura alcune nelle quali viene pianificato un probabile trasferimento della mamma in kibbutz, una prospettiva nei cui confronti egli manifesta il più vivo entusiasmo. E invece, improvvisamente il 6 Agosto le comunica l’irrevocabile decisione assunta: “Ieri sera ho chiarito il mio punto di vista alla segreteria di Bar Am e ho respinto tutte le controproposte che mi hanno fatto”. Neppure la sua vecchia amica Paola De Benedetti che, per combinazione, andò a trovarlo a Bar Am in quei giorni, ne ebbe alcun sentore, nonostante lo avesse trovato depresso e giù di morale.

Cosa lo aveva spinto ad una tale drammatica decisione? Io, così come molti suoi amici, avevo sempre ritenuto che la ragione andasse ricercata nel rifiuto oppostogli dalla direzione del kibbutz alla richiesta di riprendere gli studi ed iscriversi all’Università. Invece tra i documenti che ho avuto modo di consultare, vi è una accorata lettera scritta da Massimo Luzzati (l’amico fraterno con cui aveva compiuto l’alià, ma che, fin da subito, si era stabilito a Bar Am, dove tutt’ora risiede) alla mamma di Giuseppe, datata 16 Settembre, dalla quale, oltre allo stupore per una decisione assolutamente inattesa, emerge chiaramente come le ragioni profonde di quella decisione andassero ricercate altrove. Con tutta probabilità, la questione degli studi era il pretesto per giustificare una decisione che invece affondava le proprie radici in una insoddisfazione ben più estesa e articolata che derivava da un lato, dalla profonda delusione nei confronti di un paese che aveva preso una strada totalmente diversa da quella che egli aveva immaginato e per la quale tanti sacrifici aveva compiuto e dall’altra, dalla presa di coscienza dell’impossibilità di influire su tale corso. In nome di quella coerenza a cui più volte ho fatto cenno, evidentemente Giuseppe ritenne che fossero venute meno le ragioni che lo avevano indotto a compiere una alià che, ritenendo sfumata la speranza di veder realizzati gli ideali che il sionismo socialista si prefiggeva, non aveva per lui più ragion d’essere. E così nella seconda metà del mese di settembre del ’58, Giuseppe lasciò il kibbutz per ritornare in Italia e forse aveva un po’ ragione il suo caro amico Beppe Franchetti che affermava: “la sua vita si era fermata al giorno del suo rientro in Italia”.

Tullio Levi