Giuseppe Tedesco

 

La terza strada

di Marco Maestro

 

Qualche settimana fa nei locali della comunità di Torino ho partecipato a un “limmud” in ricordo di Josef Tedesco a un anno dalla sua scomparsa. Mentre ascoltavo la affettuosa ricostruzione della sua vita da parte di Tullio Levi, e le belle e stimolanti lezioni sui caratteri della lingua ebraica tenute da Rav Somekh e dalla professoressa Kaminsky, nell’atmosfera mesta che naturalmente era diffusa tra i tanti vecchi (e anche meno vecchi) amici presenti che Josef avevano ben conosciuto e stimato, il mio pensiero ha preso un corso in qualche modo anomalo e che potrebbe apparire paradossale. Poiché si è trattato di una riflessione su un argomento triste, ma a conclusione in fondo ottimistica ho pensato che possa essere utile condividerla.

Pensavo: le persone come molti di noi, soprattutto della generazione di Josef e mia, che hanno in parte condiviso speranze, sentimenti e in qualche misura vicende della vita, si può dire che costituiscano un gruppo che ha scontato ben due fallimenti ideali. Quello del Comunismo come prospettiva politica ed esistenziale, e anche (se si vuole, almeno per come la vedo io, essere sinceri con se stessi) il fallimento del kibbutz (della nostra idea di kibbutz) e con esso del nostro essere kibbutznikim.

Due fallimenti dei quali già uno solo sarebbe bastato (Daienu).

Ora, l’esperienza di una vita che è ormai lunga, ci (o almeno mi) ha mostrato che le persone che si trovano in situazioni di questo tipo in maggioranza reagiscono in una di due possibili e opposte maniere. Alcuni si rinchiudono in una ostinata e pervicace riaffermazione delle vecchie verità come unica ancora contro l’imperversare della cattiva sorte, casomai talora rivangando su errori propri e altrui, su “tradimenti” e così via. Altri invece “passano dall’altra parte” mostrando talora una rinnovata sicurezza in nuovi e diversi ideali di vita talora con lo zelo tipico dei neofiti. Si badi bene che io non voglio qui (non volevo nella mia riflessione) riferirmi a fatti di malcostume; voglio infatti considerate solo i casi, che sinceramente penso siano la maggioranza, di chi i mutamenti li ha adottati con disinteresse e sincerità. Orbene, l’esempio di Josef mi pare che individui un terza strada, forse meno frequentata, ma a mio giudizio più giusta e positiva. Josef infatti si era riservata una sorta di nicchia dove continuare con coscienza e serietà a svolgere una funzione che lui riteneva (pienamente a ragione) di poter svolgere con successo date le sue non usuali capacità e che sicuramente era utile agli altri. Era una maniera di rendere ancora feconde in concreto le basi dell‘educazione dei tempi lontani, senza rinnegamenti né rimpianti. Il tutto con esemplare coerenza e disinteresse. Ecco, questo ho pensato ascoltando ricordare il nostro amico Josef, l’insegnate di ebraico e di storia sionista. Un esempio su cui meditare.

Marco Maestro