Giuseppe Tedesco

 

Dalla Torà ai cornflakes

 di Rav Alberto Moshe Somekh

 

Nel commentare un passo della Genesi (18,3) R. Bachià Ibn Asher, celebre interprete della Torah vissuto in Spagna nel XIII secolo, scrive: “...Tutto questo deriva dalla sapienza della nostra Torah e della nostra lingua santa. Per questo le lettere sono come il corpo e la punteggiatura è come l’anima, perché i puntini muovono le lettere come l’anima muove il corpo”. È una definizione della lingua ebraica estremamente efficace e consolatoria per noi occidentali alle prese con la difficoltà di raccordare fra loro consonanti e nequddot. L’ebraico è un essere pulsante, fatto di corpo e anima come ogni vivente che si rispetti, e come tale va appunto apprezzato!

Credo che nella citazione di R. Bachià si possa identificare e riassumere l’insegnamento linguistico di Giuseppe Tedesco z.l. che ricordiamo ad un anno dalla scomparsa. La sua passione per l’ebraico coinvolgeva i numerosi allievi del suo Ulpan nella percezione di un organismo in costante vitalità, fervido di sorprese e quasi mai identico a se stesso, in perenne evoluzione. Io stesso coltivo il medesimo entusiasmo e ben volentieri mi facevo trascinare dalle sue dotte argomentazioni linguistiche che hanno lasciato ora un vuoto inestimabile.

L’ebraico non ha avuto la storia lineare della maggior parte degli idiomi. Non più parlato per secoli, da poco più di cento anni è stato riportato al livello di una lingua moderna, attraverso un processo di attualizzazione che ha del miracoloso. Ne voglio portare qualche esempio. Ma per far ciò devo richiamare l’attenzione su due strumenti che ogni linguaggio ha per rinnovarsi. Lasciando da parte il neologismo, ovvero quel vocabolo creato ex novo che in linea di massima è privo di storia, l’evoluzione linguistica ama confrontare fra loro esperienze simili in lingue differenti e si serve rispettivamente del prestito e del calco.

Si intende per prestito un vocabolo trasposto da una lingua all’altra mediante accettazione pura e semplice. In italiano un esempio di prestito è tunnel, giunto dall’inglese e documentato nella nostra lingua a partire dal 1839. Anche per calco si intende un vocabolo trasposto da una lingua all’altra, ma per via di imitazione, ovvero traduzione delle sue componenti significative nei termini corrispondenti della lingua ricevente. Per rimanere nell’ambito della viabilità e dei trasporti si può citare il ben noto esempio ferro-via, adattato dal tedesco eisen-bahn e attestato in italiano a partire dal 1852. Quest’ultima lingua non ha più qui un ruolo puramente passivo o quasi, ma assume un ruolo attivo nel passaggio linguistico, “sollecitando” le proprie strutture ad adeguarsi al mutamento e alle nuove necessità di espressione.

Ammettiamo di trovarci per la prima colazione in un celebre caffè-pasticceria nel centro di Gerusalemme. Nel consultare il menu può attirare la nostra attenzione l’offerta speciale denominata kafè u-maafè (caffè con pasta). È evidente che troviamo qui giustapposti due termini ebraici molto diversi per origine l’uno dall’altro. Kafè è evidentemente un prestito relativamente recente (come caffè in italiano, del resto), mentre maafè è un vocabolo biblico dal pedigree ineccepibile. Esso deriva regolarmente dalla radice trilittera ‘.f.h. e si trova infatti in Levitico 2,4, dove si parla di “offerta farinacea cotta in forno”. Ma ancorché profondamente diversi per storia i due termini fanno rima e ciò contribuisce certamente al successo della trovata pubblicitaria. Un esempio linguistico avvincente, nella sua semplicità, di armonizzazione delle differenze.

Nella scelta del maafè ci imbattiamo in un termine affascinante: saharonim. La desinenza ci suggerisce trattarsi del plurale di saharon, composto a sua volta da sahar + il suffisso -on che in ebraico (a differenza dell’italiano) è diminutivo. Anche in questo caso supponiamo una radice trilittera, s.h.r. e andiamo a consultare in proposito il Sefer ha-Shorashim (“Libro delle Radici”) di un altro grande Maestro e grammatico provenzale del Medioevo, R. David Qimchi. Vi troviamo a loro volta ben tre citazioni bibliche: “S.h.r.: “Il tuo ombelico è come il semicerchio della luna” (sahar; Cantico 7,3). Per questo le donne usano monili chiamati saharonim (= “lunette”; Isaia 3,18), in quanto assomigliano alla luna. Così bet sohar (= “prigione”; Genesi 39,20), che è rotonda come la luna”.

Il Profeta Isaia se la prende con le donne gerosolimitane del suo tempo che incedevano altezzose con oltre venti monili diversi, fra i quali i saharonim appunto. Il versetto del Cantico dei Cantici è citato a sua volta a supporto di una celebre Mishnah del trattato Sanhedrin (4,3): “Il Sinedrio era disposto ad emiciclo affinché tutti i membri potessero vedersi in volto”. Commenta R. Ovadià da Bertinoro: “Come dice il versetto: ‘Il tuo ombelico è come il semicerchio della luna (sahar)’. Si riferisce appunto al Sinedrio che assomiglia alla luna, in quanto i membri vi prendevano posto disposti a mezzaluna”.

Insomma, cosa significa saharonim in pasticceria? Confrontiamo la sua storia con quella di un vocabolo della lingua italiana. Mi riferisco a crescente, sinonimo di mezzaluna. Da esso derivano crescentina, un tipo di schiacciata servita in Emilia dalla forma di mezzaluna appunto e crescenza, una varietà di stracchino dalla stessa sagoma. In inglese mezzaluna si dice crescent e in francese… croissant! Scopriamo trattarsi dunque di un calco: il termine saharon è stato infatti creato sulla falsariga di una serie di vocaboli neolatini, ma utilizzando strutture indigene della lingua ebraica. Strutture peraltro antichissime, risalenti alla Bibbia, opportunamente “sollecitate” e dotate di un significato attuale.

Ma se i saharonim appaiono troppo impegnativi sul piano calorico, possiamo pur sempre richiedere una tabella nutrizionale. Qui accanto a prestiti come qaloriyot e energhiya, un termine richiama la nostra attenzione: pachmeymot. Questo è un calco a sua volta, composto da due parole genuinamente ebraiche fuse fra loro approfittando del fatto che la consonante finale della prima coincide con l’iniziale della seconda (come nell’italiano cavalleggeri: un fenomeno chiamato in linguistica aplologia): pechàm (= “carbone”, attestato in Proverbi 26,21) e mayim (= “acqua”). Il suo significato non può essere che: carbo-idrati!

Yehì zikhrò barùkh: Sia il Suo ricordo in benedizione.

Rav Alberto Moshe Somekh