Storie di ebrei torinesi

 

Stasera andiamo a teatro

Questa volta ci occupiamo di attori. Dopo le interviste a due registi nel numero di HK del luglio 2010, in questo numero due attori ebrei torinesi, in verità provenienti l’una da Milano e l’altro da Alessandria, ma nella nostra Comunità da lunghi anni, si raccontano, parlando delle loro esperienze umane e soprattutto del loro amore per il teatro. Buona lettura.

 

Marina Bassani: il teatro è rischio

 

Lei è un’attrice di teatro, ebrea, a Torino, situazione molto singolare, forse unica. Mi vuole raccontare di sé?

Sono nata a Milano; la mia famiglia paterna è originaria di Ferrara, quella materna di Asti; in casa non ho avuto educazione ebraica, intesa come osservanza delle regole: le uniche occasioni che mi riconducevano all’origine ebraica erano le cene di Pasqua, il Seder in casa di parenti, a Genova, e le feste di Rosh-ha-shanà, oltre che il digiuno di Kippur. In casa non avevo costrizioni: mia madre era molto protettiva nei miei confronti, atteggiamento che forse derivava dal desiderio di ripararmi dalle pesanti esperienze che lei aveva vissuto da adolescente con le leggi razziali.

Come è nata la passione per il teatro?

Aver frequentato la scuola steineriana ha avuto una grande influenza sulle mie scelte di studio e poi di lavoro: la scuola, dove non veniva esercitata alcuna costrizione, era impostata in modo da lasciar esprimere la personalità del bambino e poi dell’adolescente attraverso il canto, la musica, le recite (è lì che ho cominciato ad appassionarmi all’idea di entrare in tanti ruoli), la euritmia, cioè un’arte corporea, in cui si impara a conciliare mente e corpo, per disegnare nell’aria le lettere dell’alfabeto e poi i concetti). Nelle medie ho avuto una professoressa di lettere che era poetessa e ci faceva leggere molti testi di letteratura e teatro ad alta voce, cosa che mi appassionava moltissimo. Facevamo le competizioni tra noi allievi!

È stata quindi naturale la scelta di iscrivermi all’Accademia dei Filodrammatici di Milano, dove mi sono diplomata con lode (ho meritato la medaglia d’oro). Avevo 23/24 anni, e per riempire il vuoto lasciato da quegli anni di studio appassionante mi sono iscritta all’università; mi sono laureata in filosofia, con una tesi sulle donne femministe ebree americane (le donne rabbino). Tesi che si trova ora nella biblioteca della Comunità ebraica di Torino, insieme a tutti i miei libri sul tema. Mi hanno guidato molto in questo lavoro sia mio cugino Paolo De Benedetti sia mio zio Vittorio Tedeschi.

Come mai ha scelto questo argomento?

In famiglia avevo esempi di donne intelligenti, volitive: l’ebraismo porta le donne a mettere in pratica le norme, e quindi a studiare ed essere preparate ad applicare le regole; ho sviluppato la tesi che nell’ebraismo le donne hanno potuto imporsi come uguali. La posizione della donna nell’ebraismo mi interessava molto, e per approfondire l’argomento ho seguito un corso in Israele, con Andrè Neher e il rabbino Leon Askenazi.

E il teatro?

È arrivato più tardi: dopo essermi laureata, avevo ormai 28 anni, ho deciso che dovevo staccarmi dalla famiglia, e sono partita per Roma. Pensavo di aver finito con il teatro. La prima occupazione che ho trovato è stata presso la Guida Monaci, una sgradevole esperienza per il tipo di lavoro burocratico, cui non ero preparata, e per il trattamento che era riservato ai dipendenti. Ho poi lavorato per la RAI, dove ho preparato per Radio Tre un programma elaborando l’argomento della mia tesi di laurea.

Ho poi incontrato mio marito, e mi sono trasferita a Torino; qui ho avuto un incontro, casuale ma determinante, con Petra Nicolicchia, che mi ha spinto a riprendere l’attività in teatro: ho lavorato con lei per tre anni, durante i quali, senza rendermene conto, ho imparato tutto quello che serviva per lanciarmi nell’avventura. Il teatro è rischio, ogni spettacolo è un salto nel buio, perché non si sa quale riscontro avrà sul pubblico, ci vuole del coraggio, ma io mi sono buttata, perché avevo un obiettivo, l’incontro con il pubblico.

Non sono entrata in una compagnia teatrale stabile perché non amo i gruppi dove altri ti impongono ruoli precostituiti, e voglio scegliere io il testo, e il teatro. Dunque ho scelto di percorrere una strada da sola, ma mi ha seguito un pubblico sempre più grande!

Come sceglie i testi?

A volte prendo dalla letteratura, traggo un pezzo dal racconto come in La madre da Vassili Grossman, La Passeggiata da Robert Walser, Nudi e crudi da Alan Bennett, e in questo caso i tanti personaggi del racconto li creo io dando loro la mia voce; posso recitare facendo molte voci, le voci del narratore e dei diversi personaggi.

E sul teatro ebraico, o di argomento ebraico?

All’inizio desideravo trovare testi di teatro ebraico, e i primi testi che ho rappresentato oltre l’Istruttoria di Peter Weiss sono stati Yossi Rakover si rivolge a Dio, La madre. E, cosa strana, il pubblico che affluiva era per lo più non ebraico.

Ma poi ho capito che il teatro ebraico non esiste, esiste il teatro nato nell’Europa orientale che ha molte caratteristiche russe, ed esiste il teatro in ebraico in Israele.

Certo, esiste il teatro israeliano di Hanoch Levin, e ci ho pensato, ma sono costosissimi i suoi diritti d’autore!”

La scorsa estate in Brasile ho ascoltato un monologo recitato e scritto da una brava attrice ebrea, tratto dal testo di un rabbino, che parla di corpo e di anima, e di giudei buddisti. Fa ridere e riflettere. Vedremo!

Se manca un teatro ebraico, trovo invece che in certi rituali dell’ebraismo ci sia una rappresentazione teatrale: lo ho sperimentato per esempio nel Seder di Pesach, condotto secondo le regole a casa di mia cugina, Sandra De Benedetti Bohm, a Torino: mi pare che sia una piccola rappresentazione teatrale.

In chiusura dell’intervista ci chiediamo come mai non ci sono molti attori ebrei; Marina Bassani mi fa rilevare che negli Stati Uniti ce ne sono tanti, e si chiede se questo possa dipendere dalla scarsa considerazione sociale che un tempo avevano i teatranti, sepolti fuori cimitero o, per il fatto che le donne ebree hanno un ruolo forte nelle loro famiglie, o ancora perché l’ebraismo vieta di dissimularsi dietro una maschera.

Io - conclude Marina Bassani - non amo mascherarmi o fingere, e credo che una delle caratteristiche principali del mio essere attrice sia la naturalezza dei miei personaggi.

Intervista a cura di
Paola De Benedetti

   

Share |