Storia

 

Firenze 1911

 di Reuven Ravenna

 

Nel 1911 il Regno d’Italia celebrava il cinquantennio della sua fondazione. Da un decennio Giovanni Giolitti governava con mano ferma (anche troppo, a detta di Salvemini), coadiuvato dal piccolo re, che aveva ben impressionato Teodoro Herzl in occasione della storica visita a Roma. L’evento fu ricordato con una serie di iniziative; esposizioni, mostre nelle tre Capitali Torino, Firenze e Roma. Gli ebrei d’Italia potevano guardare al recente passato con soddisfazione. Si sentivano più che mai emancipati, attivi componenti di una Nazione che consideravano Patria a tutti gli effetti, che riservava loro una parità di diritti al confronto di altri Paesi europei, dalla Russia dei pogrom alla Francia dell’”Affaire”. Eppure soprattutto nelle giovani generazioni si percepiva che l’Israelitismo post-unitario si era un po’ fossilizzato in un culto senza vitalità, con un allontanamento crescente dalla Tradizione dei padri, dalla vita comunitaria. Firenze era diventata il centro di una reazione vitale a questo stato di cose già nei primi anni del secolo. La città del Giglio aveva accolto il Collegio Rabbinico Italiano, continuatore dell’Istituto padovano di Shemuel David Luzzatto e Lelio Della Torre, e poi, con risultati non tanto brillanti, romano, sotto la guida di un Rav venuto dalla Galizia, di formazione tedesca, Shemuel Zevì Margulies, direttore, Rabbino Capo, e Maestro carismatico. Qui un gruppo di giovani aveva fondato la “Pro Cultura”, gruppo di studio e di dibattiti intellettuali, a cui si erano aggiunti altri centri nelle Comunità italiane.” La Settimana Israelitica” apparve per iniziativa del Rav Margulies come organo della “Pro Cultura”, giornale che svecchiava la stampa ebraica, assieme al “Corriere Israelitico” triestino, aperto alle novità del mondo ebraico, e all’affermarsi del giovane movimento sionistico. La”Rivista Israelitica” nel contempo l’affiancò come pubblicazione scientifica con saggi e scritti di alto livello. Firenze era senz’altro il centro dell’intellighenzia italiana per la presenza di riviste battagliere, che lasceranno il segno per molti e molti anni avvenire. E intorno al Collegio Rabbinico, dotato di allievi dalle personalità profondamente ebraiche e di intellettualità d’eccezione, si formò un nucleo che si fece promotore di un incontro, trascendente i limiti di un “cenacolo” locale, di una adunata a livello nazionale, per fare il punto sui problemi dell’Italia ebraica cinquantenne, ma soprattutto per un colloquio di anime, senza i limiti di consessi puramente amministrativi o di politica contingente.

Nell’estate del 1911, apparve un appello sulla “Settimana” a coloro che avevano a cuore le sorti dell’ebraismo italiano di riunirsi per uno scambio di idee, in un rinnovato, consapevole, spirito, propulsore di iniziative. La lettura della”Settimana” dall’estate al numero speciale post-Convegno (che si tenne dal 29 al 31 ottobre) ci fa partecipi ad un fermento senza precedenti di vivacità di pensiero, di punti di vista, che si fronteggeranno nelle giornate autunnali.

Le Relazioni su determinati temi richiederebbero una dettagliata disamina, che, a mio avviso, non ha perso. a distanza di un secolo, la sua capitale rilevanza.

Rav Armando Sorani “Sulla nuova apologetica”, esternò l’entusiasmo di una ebraicità prorompente, di un pensiero che non temeva di confrontarsi con la concretezza dello”Spirito del Tempo”, fosse caratterizzato da latenti pregiudizi antisemiti o da inquietudini del cattolicesimo (vedi il fenomeno modernista).

Alfonso Pacifici, il grande protagonista del movimento di rinascita ebraico, trattando delle “pratiche religiose”, trasmise ad un auditorio allargato quanto aveva precedentemente scritto in una lettera indirizzata a tre amici e, riprendendo il discorso, che sintetizzerà nel ’12 negli scritti dell’“Israele, l’Unico”. Edgardo Morpurgo, padovano, espresse il consuntivo della “Pro Cultura” tratteggiandone gli scopi e i fini, per una valorizzazione del retaggio letterario e storico delle nostra collettività. E per una coscienza storica perorò Rav Umberto Cassuto, il futuro autore degli ebrei fiorentini della Rinascenza, e grande biblista, auspicando la fondazione di una Società per la storia degli Ebrei in Italia. E Rav Elia Shemuel Artom, relazionando sulla lingua ebraica, sulla sua funzione dell’ebraico per la nostra identità, tracciò un quadro critico della condizione delle scuole e dell’educazione, in particolare, viziata da condizionamenti di classe, riservando ai ceti più poveri le scuole primarie, e limitando al Bar Mizvà la preparazione culturale dei giovani. E aggiungo che per molti condiscepoli, e poi allievi, di Rav Margulies e dei suoi talmidim, lo studio dell’ivrith, anche individuale fu un potente strumento di costruzione della propria personalità verso un ebraismo integrale.

Sono trascorsi cento anni ed eventi di immensa portata ci dividono da quei giorni. Riandando a questo secolo, rileviamo come il convegno fiorentino, a cui successero altri tre, a Torino (1912), a Roma (1914) fino al “mitico” convegno di Livorno (1924), fu una tappa e un trampolino per un processo storico, che, terribilmente arrestato, in una parentesi tragica (1938-1945), si sviluppò in opere, non sporadico in Italia e da parte degli italkim in Erez Israel. Un insegnamento. Per un ebraismo di vita non basta l’organizzazione, sia pure necessaria, non sono sufficienti i consessi “parlamentari”, ma più che mai si pone la disamina e lo studio dei “contenuti” per rispondere all’eterno quesito “Perché siamo e dobbiamo restare ebrei?”

Reuven Ravenna

Rosh Hodesh Kislev 5772

    

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