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di Ruth Mussi

 

Riflessioni generate dalla lettura del testo di Haim F. Cipriani, in occasione della presentazione del libro a Torino

 

Vorrei iniziare ricordando mio nonno, David Sasson, z.l., nato a Bagdad circa 110 anni fa, che fin dalla giovane età era solito recitare ogni mattina le berachot del mattino tra cui “shelo assani isha”, che non mi hai fatto donna, e la diceva a bassa voce, sussurrandola, per rispetto verso mia nonna. Il suo minhag (uso), gentile e corretto, era una tradizione che aveva ricevuto dai suoi antenati. Lo ricordo in questa occasione per dire che la sensibilità e la volontà di risolvere il “problema” della donna nella halakhà e nei minhagim occupa il pensiero, l’intelletto e l’emozione ebraica da tanto tempo e certamente non da ieri.

La spiegazione che la spiritualità dell’uomo sia inferiore a quella della donna e che perciò necessiti più comandamenti attraverso l’esecuzione dei quali si perfeziona e che per questo motivo, ringrazi H, non giustifica la formulazione, da tanti percepita come sessista, di questa berachà. La debolezza di questa spiegazione è evidenziata dalle numerose varianti e soluzioni, tutte in accordo con la tradizione halakhica, che sono state proposte nel corso delle generazioni. Soluzioni al tempo stesso rispettose dell’halakhà ed eleganti, come per esempio quella recente di Rav Shlomo Riskin (un eminente rabbino ortodosso che ha visitato la nostra comunità l’inverno scorso), che propone che gli uomini recitino la benedizione “che non mi hai fatto nascere donna e mi hai fatto secondo la tua volonta`”, mentre le donne recitino la formula “che mi hai fatto secondo la tua volontà e non uomo”. Questa soluzione mantiene la formulazione della benedizione come era stata concepita dai nostri maestri, ma aggiunge per entrambi, uomini e donne, una parte, in modo che riconoscano l’unicità del loro genere e rendano grazie per esso, usando le stesse parole ma al contrario. Altre formule alternative, antiche e recenti, si trovano nel libro Tefilat nashim di Aliza Lavi (Morashà).

 

Kaddish

Un altro esempio di soluzione halakhica che permette alle donne di partecipare alla sfera comunitaria durante una esperienza religiosa, nonostante il minhag lo proibisca, è il Kaddish dell’orfana. L’origine della recita del Kaddish come preghiera specifica per il lutto è piuttosto vaga. Il testo, in aramaico, che non tocca l’argomento della morte né direttamente né con riferimenti ma santifica il nome divino ed esprime la riconoscenza dell’uomo nei confronti di H proprio in un momento di immenso dolore, è significativo e toccante per tutti gli ebrei, uomini e donne, che attraverso di esso esprimono rispetto per la persona defunta: poter portare salvezza all`anima del morto attraverso la recitazione del Kaddish ed incoraggiare quindi tutto il pubblico a lodare H porta un po’ di sollievo per la persona in lutto.

Quindi, non deve stupire affatto quando donne che hanno perso un genitore desiderano recitare il Kaddish insieme ai loro fratelli, o a maggior ragione nel caso non abbiano dei fratelli. La domanda se le donne possono recitare il Kaddish si trova per la prima volta ad Amsterdam nel XVII secolo, dove un uomo senza figli maschi espresse il desiderio che sua figlia recitasse per lui il kaddish. Rav Yair Bachrach, rispondendo a questa domanda, disse che in linea di principio non esiste un problema che una donna reciti il Kaddish, se viene fatto in casa e non al bet hakeneset, ma concludeva consigliando di non farlo per non rischiare di “sfilacciare” gli usi comuni esistenti. Di conseguenza, tutti i poskim (decisori) che non hanno permesso la recita del Kaddish dell’orfana hanno motivato la loro decisione sopratutto con il timore che si intacchi la forza dei minhagim (usi) locali e che questo permesso stimoli “l’appetito” dei riformati di permettere alle donne altre mitzvoth.

Rav Yosef Dov Soloveijchik ricordava che a Vilna le donne entravano dopo Arvit al bet hakeneset per recitare il Kaddish. Secondo lui non è necessario che qualche uomo reciti il Kaddish insieme a loro, perché sia le donne sia gli uomini hanno il dovere di santificare il nome di H.

Altri poskim americani della stessa epoca lo permettevano, però sempre alla condizione che le donne recitassero il Kaddish dal matroneo; questo per evitare l’uso di sedersi insieme, uomini e donne, al bet hakeneset, uso che in quegli anni diventava più diffuso. È un fatto che in molti batei keneset in Israele le donne recitano oggi il Kaddish dal matroneo, mentre altri uomini lo recitano contemporaneamente insieme a loro dalla parte degli uomini. Rav Ahron Soloveitjik non temeva la recita delle donne, anzi, al contrario, temeva di zittire la loro voce, sostenendo che “se rabbini haredim proibiscono alle donne di recitare dove invece c’è la possibilita di permettere, si aumenterà l’influenza del riformismo che permette” (Od Israel yosef bni chai,32).

Può essere certamente che esistano tipi di pubblico o anche solo singoli membri in cui l’apparire della donna per dire Kaddish può provocare pensieri inappropriati, ma vorrei ricordare in questo contesto le parole del Rav Ovadia Yosef: “io penso che non si trova lo Yetzer hara (l’instinto maligno) in un momento del genere, sopratutto in questi tempi in cui le donne frequentano la sfera pubblica come gli uomini… in un momento in cui è presente la divinità i nostri maestri non sono preoccupati per i pensieri della gente” (Shu”t Yecheve dea, 4,15).

Ho portato l’esempio del Kaddish per ricordarci che ci sono stati cambiamenti halachici di enorme portata durante la nostra generazione, così come in tutte le generazioni precedenti e che usi e comportamenti, in teoria permessi, ma nella realtà aboliti ed etichettati da alcuni decisori come “fuori luogo” per motivi diversi sono invece oggi permessi in tante comunità ebraiche del mondo ortodosso. La halakhà cambia e si evolve secondo le necessità delle persone.

 

L’onore del pubblico

C’e una frase importante nel Talmud che viene citata molte volte nella letteratura halakhica per descrivere situazioni in cui le usanze sono molto diverse e a volte persino contraddittorie in comunità diverse o in epoche diverse: “nehara nehara upshatye” (Chulin,18, 72): diversi fiumi scorrono in diverse direzioni e sentieri e tutti sono legittimi, giusti ed accettati. Rav Daniel Sperber, talmudista dotto, e vincitore del premio Pras Israel, utilizza proprio il concetto espresso da questa citazione per rintracciare lo sviluppo halakhico della partecipazione delle donne alla lettura pubblica della Torah al Beit hakeneset. La fonte principale che cita è tratta dalla baraità di masechet Meghila’ 23 a: “I nostri Rabbini insegnavano: tutti possono essere chiamati a sefer per le sette chiamate, persino un minore e persino una donna. Ma i Rabbini dicevano: la donna non legge la Torah per il rispetto (onore?) del pubblico”. Cioè, si può capire che in un tempo antico, non specificato, le donne potevano salire a sefer ed anche leggere la Torà per il pubblico, ma nel corso degli anni, per motivi non chiari, fu deciso che non era il caso di farlo per “il rispetto del pubblico”. Una possibile spiegazione è che si trattava di una situazione in cui solo donne sapevano leggere ed il fatto che una donna salisse a sefer evidenziava le lacune degli uomini… però, sottolinea Rav Sperber, non è chiaro se questa proibizione sia una halakhà dichiarata o soltanto raccomandazione. Nella sua ricerca, Rav Sperber dimostra che dare le chiamate a sefer alle donne non era un avvenimento raro in diverse comunità durante le varie epoche.

Ma la cosa più significativa che fa Rav Sperber è di aggiungere all’analisi un altro concetto, non meno halakhico ed importante, che è “il rispetto delle creature”: “grande è il rispetto umano che supera un comandamento negativo (non fare) della Torà” (Berachot, 19, 2). Questo concetto appare in alcuni contesti halachici e consente di facilitare situazioni in cui la halakhà offende la dignità del singolo (un esempio citato nel libro di Cipriani è il permesso di portare di Shabbat un apparecchio acustico elettrico): Sperber porta diversi esempi dove poskim non necesariamente femministi usavano questo concetto per permettere alle donne comportamenti proibiti dai maestri.

Rav Sperber sottolinea dunque che nella questione della salita delle donne alla Torà vengono in contrasto il principio del rispetto del pubblico (se davvero esiste…) e il principio del rispetto delle creature. Secondo lui, oggi, in cui le donne ricoprono incarichi pubblici anche di grande importanza come giudice della Corte Suprema (Edna Arbel), ministro dell’istruzione e anche primo ministro, è giusto presumere che il pubblico non si sentirà offeso se una donna leggesse per lui la Torà. Insieme a questo, vediamo che c’è un desiderio sincero e ardente da parte di tante donne di prendere parte spirituale attiva nella vita comunitaria e che essere escluse da questa sfera crea loro molto dispiacere e tristezza, tanto che possiamo certamente sostenere che il divieto offende il “rispetto delle creature”.

 

E noi?

Ci sono migliaia di donne che studiano la Torà con amore e devozione in tutto il mondo, ci sono Toanot rabbaniyot e poskot nidda (ruoli analoghi a quelli rabbinici); le donne diventano ogni giorno più coinvolte nella vita religiosa. Secondo Rav Sperber, in quelle comunità dove il pubblico concorda sul fatto che è necessario un cambiamento, ovviamente dentro i limiti dell’halakhà, e che la mancanza di un tale cambiamento creerà tristezza e dispiacere ad una importante parte della comunità, il concetto del “rispetto delle creature” è più forte del concetto del “rispetto del pubblico”. Per questo motivo le donne possono salire a sefer.

In Israele e nel mondo ci sono ormai diversi minianim ortodossi dove donne vanno a sefer e leggono la Torà, dicono parole di Torà al Kiddush e durante la tefillà, leggono le haftarot e le meghillot, e sono parte attiva della vita religiosa della comunità. È vero che non sono accettati da tutti i rabbini ed è vero che questo cambiamento, secondo alcuni, non è organico alla composizione ed agli equilibri delle comunità ortodosse; ma è un fatto che ci sono comunque comunità certamente ortodosse dove le donne partecipano attivamente alla sfera religiosa pubblica.

Bisogna vedere se questo è il desiderio di tutte le donne.

È inutile proporre un tale cambiamento per tutte le donne in tutte le comunità in generale. Le opinioni esposte qui sopra riguardano alcune comunità specifiche che hanno dimostrato dispiacere e sofferenza per la situazione esistente.

Il cambiamento deve partire dal basso, da noi pubblico, da noi donne, e non dai rabbini. L’halakhà, come abbiamo visto, è sempre attenta al pubblico ed alle sue esigenze e cambiamenti del corso del fiume sono sempre avvenuti, ma in maniera naturale, non aggressiva, adattandosi alle richieste e necessità autentiche della gente. Per essere sinceri con noi stessi, e non accettare ogni cambiamento solo in apparenza illuminato che ci viene proposto e che si adegua alle idee umanistiche che si diffondono nei nostri tempi, potremmo fare un’indagine dentro le nostre comunità italiane e chiedere alle donne, e anche agli uomini, se veramente il fatto che per esempio le donne non salgano alla lettura della Torà è vissuto come un’offesa, come una ferita alla loro dignità, come un insulto, come un pericolo al “rispetto delle creature”.

Io penso che il nostro obiettivo come comunità ebraica, prima di proporre un tale cambiamento al bet hakeneset, sia di incoraggiare le donne a studiare la Torà e l’alakhà, a conoscere la lingua dei poskim (non solo l’ebraico ma anche la lingua mentale con cui vengono prese le decisioni).

Sono fiduciosa che se più donne vivranno l’amore dello studio della Torà, se più persone vorranno capire e conoscere la storia dell’halakhà per comprendere la nostra vita religiosa e non solo vivere le leggi come decreti imposti senza spiegazione, la partecipazione della donna al bet hakeneset aumenterà naturalmente, delicatamente, senza rompere nessun tessuto ed equilibrio comunitario ed halakhico.

Ruth Mussi 

Haim F. Cipriani, Ascolta la sua voce - La donna nella legge ebraica, Giuntina 2011, pp. 187, 14

    

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