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L’etica al centro della questione ebraica

di Giulio Disegni

 

Amici ebrei: o state uniti, o Stati Uniti”: in questa celebre esortazione di Woody Allen, definito “filosofo ebreo del ventesimo secolo” Luciano Ascoli intravede un po’ l’essenza della Diaspora, o meglio della vicenda ebraica dal 70 d.C. al 1948. Lo fa nel suo recente piccolo libro, quasi un pamphlet, dal titolo L’etica ebraica nel mondo globalizzato (Edizioni Progetto Cultura, 2010), scritto a quarant’anni esatti dal celebre saggio Sinistra e questione ebraica, edito da La Nuova Italia e a suo tempo segnalato come uno dei primi tentativi di un comunista, ebreo, di rompere il muro di ostilità che la sinistra italiana aveva innalzato a partire dalla guerra dei Sei Giorni contro Israele, negandone, tranne qualche eccezione, addirittura il diritto all’esistenza come Stato ebraico su un territorio ritenuto palestinese. L’autore, avvocato e saggista, per lunghi anni collaboratore di Repubblica e dell’Unità, ritorna ora sulla questione arabo-israeliana e sui problemi del sionismo e dell’antisemitismo, ponendo l’accento sull’etica, ossia sugli aspetti e i profili morali che caratterizzano la complessa vicenda mediorientale. Naturalmente l’etica di cui Ascoli tratta è quella laica, pur rendendosi ben conto che nel caso degli ebrei è evidentemente l’aspetto religioso, dettato da regole e comportamenti sociali, a fondare il concetto di etica, per concluderne che comunque gli ebrei amano la libertà guidata dalla ragione e, quindi, da un’etica.

Come cerca di arrivare ad una conclusione della sua visione dell’etica ebraica? Lo fa attraverso Maimonide e Spinoza, con argomentazioni non sempre convincenti, ma che tendono a mettere in luce le differenze tra l’etica ebraica e quella protestante o cristiana.

Ascoli ben si rende conto delle difformità nell’atteggiamento della destra e della sinistra nei confronti degli ebrei e di Israele, ma cade nell’utopia, come lui stesso si accorge di fare, quando abbozza una sorta di piattaforma programmatica della questione israelo-palestinese, sulla base di principi sicuramente nobili, ma di difficile realizzabilità: la nascita di uno Stato unico di Israele-Palestina, democratico e laico, senza religione di stato, con riconoscimento dell’ebraicità a quei cittadini israeliani già abitanti in Israele negli ultimi 50 anni, che provino di non essere né di essere mai stati contrari allo Stato di Israele-Palestina.

Insomma l’obiettivo di Ascoli era quello di “aggiornare”, dopo quarant’anni e dopo varie guerre e mutamenti di scena in Medio Oriente, il suo celebre saggio che tanto in allora fece discutere, obiettivo encomiabile perché cerca di cogliere più da vicino l’essenza dell’ebraismo e di approfondire il concetto di etica ebraica, ma lo stesso autore si rende ben conto che la “ricerca di una specifica etica ebraica è compito assai difficile”, soprattutto quando è effettuata per inquadrare l’etica come una sorta di prerequisito necessario per la pace e la sopravvivenza stessa degli Stati della regione.

In appendice al volumetto le 613 mitzwoth, definite dall’autore “la lista di Maimonide”.

Giulio Disegni

Luciano Ascoli, L’etica ebraica nel mondo globalizzato, Edizioni Progetto Cultura, 2010, pp. 80, 12

 

    

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