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Fondi musicali dell’Archivio Terracini

 di Paolo Cavallo

 

La collana “Cataloghi di fondi musicali del Piemonte”, coordinata dall’Istituto per i Beni Musicali in Piemonte per conto della Regione Piemonte, si arricchisce di un nuovo e ricco capitolo, l’ottavo, con la pubblicazione del catalogo dei fondi musicali conservati presso l’Archivio Terracini della Comunità Ebraica di Torino. Il lavoro, che ben ricostruisce e documenta le non facili fasi di reperimento, censimento, catalogazione ed inquadramento storico-stilistico delle musiche ivi custodite, nasce dopo una serie di progressivi avvicinamenti euristici compiuti in tal senso dall’autrice: ci riferiamo alle schede, di natura eminentemente informativa, intitolate, la prima, Archivio delle Tradizioni e del Costume Ebraici “Benvenuto e Alessandro Terracini” (Archivio Ebraico Terracini), confluita nel volume Le fonti musicali in Piemonte. I - Torino, a cura di Annarita Colturato (Lucca, LIM, 2006, pp. 66-70), e, la seconda, Museo ebraico di Asti, compilata da Chiara Guazzo sulla base delle nuove risultanze nel frattempo emerse dagli studi condotti a Gerusalemme da Rosy Moffa, pubblicata nel recente Le fonti musicali in Piemonte. III-Asti e Provincia, a cura di Paolo Cavallo (Lucca, LIM 2011, pp. 46-48). Il volume in oggetto si apre con un’ampia introduzione dedicata ad alcuni problemi di natura religiosa, storiografica e archivistica. Il primo paragrafo, che potrebbe aprire la strada a più specifici studi semiografici (quali potrebbero essere, nel campo della neumatica gregoriana cristiana, gli incipitari melodici redatti dal prof. Bonifacio Baroffio), schematizza le forme della preghiera ebraica e la presenza della cantillazione al suo interno (la quale, spuria di ogni edonismo esecutivo, si rivela utile a accentuare ed a precisare il significato logico-verbale del testo sacro che le è sotteso). Il secondo paragrafo, dedicato alla presenza di musicisti ebraici in Piemonte fra Sei ed Ottocento, elenca i maggiori autori attivi nel territorio sabaudo in questi tre secoli (da Salomone Rossi, documentato a Casale Monferrato, sino a Michele Bolaffi) per poi trattare dell’emancipazione civile e politica dei membri delle minoranze religiose presenti nello stato dei Savoia (Valdesi ed Ebrei) e del permeamento della Comunità di Torino alle istanze riformatrici di matrice modernista di provenienza centro europea. Tali istanze trovarono adeguata corresponsione nell’ampiezza di vedute dimostrata dal Rabbino Maggiore di Torino Lelio Cantoni al quale spetta il merito, oltre che di aver sovrinteso alla nascita delle Comunità Israelitiche dopo il 1848 (all’epoca definite “Università”), di aver curato e implementato il legame con il potere civile e politico sabaudo di matrice liberale (Cavour, Roberto e Massimo D’Azeglio, Brofferio). Il dibattito interno che ne sortì, fervente, condusse alcune comunità piemontesi a vagliare anche significative ipotesi di innovazioni cultuali molto prossime agli usi del cristianesimo riformato, quali l’abbandono della cantillazione durante le letture e l’uso dell’organo in sinagoga, sostanziato dalla presenza, nel Fondo Saluzzo, di un interessantissimo Parere rituale sull’organo, datato 24 gennaio 1873 e firmato dal Rabbino Maggiore di Modena Salomone Jona: su di esso si appoggiarono probabilmente le Comunità Israelitiche di Torino e Vercelli per commissionare ad Alessandro Mentasti, nel 1878 e nel 1882, i grandi organi per le proprie sinagoghe.

Nel terzo paragrafo introduttivo, di più stretta attinenza musicologica, l’autrice si concentra sulle forme liturgiche praticate nel rito ebraico durante la seconda metà dell’Ottocento (lo Shabbat e le Feste) e sulla loro trasposizione nelle più consuete forme musicali di quel periodo storico, documentando la comune prassi del’alternanza fra la cantillazione e l’elaborazione di parti o versetti intonati da un coro a più voci accompagnato dall’organo. Interessante notare che, nel materiale custodito presso l’archivio Terracini, l’Hallel, l’“inno di lode” posto al centro della liturgia delle feste, non appare mai nella sua forma completa, ma solo con i Salmi 114, 117 e 118. Fra le altre specificità dei fondi conservati a Torino compaiono anche le Haqafot della festa di Simkhat Torah (i ‘giri’ con i sefarim all’interno della sinagoga), il Kaddish e, molto più sincrona alla sancita alleanza risorgimentale fra il regnante sabaudo e le emancipate comunità ebraiche, la Benedizione al Sovrano (due in totale, una adespota e l’altra autografata dal compositore vercellese Ezechiello Levi nel 1860). All’ampia sezione introduttiva fanno seguito le preziose note descrittive delle comunità da cui provengono i materiali musicali catalogati: quella di Saluzzo, accorpata a Torino dalla “Legge Falco” del 1930, che versò nel 1965 all’Archivio torinese le composizioni sino ad allora custodite nella piccola sinagoga del ghetto, e quella di Asti, che mediante quel provvedimento conobbe identica sorte, venendo unificata alla comunità di Alessandria. Il “Fondo Alessandria” presta dunque l’intitolazione bibliografica, anche se - come dimostra l’autrice - storicamente apocrifa, alla notevole raccolta musicale collettata dagli ebrei astigiani. Nel 1964 buona parte del materiale originariamente composto per Asti fu versato al Dipartimento Musicale della Biblioteca Nazionale dell’Università di Gerusalemme (dove fu recepito ed ordinato dal suo fondatore Israel Adler), mentre ad Alessandria rimasero solo esemplari singoli di ogni parte corale, che nel 2004 furono affidati alle cure dell’Archivio Terracini. In questi fondi, molto forte è l’impronta culturale di matrice astigiana (sicuramente una delle comunità piemontesi che, nell’Ottocento, seppe fare più cospicuamente tesoro della libertà civile ottenuta): nel “Fondo Alessandria” è di Asti un Hallel a quattro voci a cappella del 1833 di Pietro Bercanovich e Sabbato Errera; degli ebrei astigiani fu l’idea di accorpare al proprio “Collegio pei fanciulli israeliti d’ambo i sessi” una Scuola di Musica affidata alle cure del musicista locale Camillo Pugno (1825-1897) così da poter formare un coro per le celebrazioni; nel “Fondo Asti” di Gerusalemme risiedono poi molte composizioni cosmopolite, che guardano ai più fecondi autori di musica ebraica dell’Ottocento (Giacomo Levi e Gioacchino Mussatti di Firenze, David Garzia di Livorno, Augusto Tivoli e Alberto Zelman di Trieste, Cesare Orefice di Padova). La matrice astigiana della gestione musicale viene confermata anche a Saluzzo: dopo l’installazione in città del rabbino di Asti Beniamino Artom, nel 1859 la Comunità decise di inserire a libro paga il musicista locale Antonio Traglio, cui sarebbe spettata la responsabilità di dirigere il coro israelitico (esperienza che sarebbe proseguita, però, per soli dodici anni). Nel “Fondo Saluzzo”, si notano significative differenze compilative rispetto a quello astigiano: se quest’ultimo era aperto alle istanze italiane e non conteneva brani di autori locali, quello saluzzese ospita circa trenta brani scritti da Traglio, alcune musiche corali di Carlo Pedrotti e una serie di opere dei vercellesi Bonajut Treves e Ezechiello Levi.

Il volume, esaurite le premesse storiche, contenutistiche e di metodo, procede alla descrizione catalografica delle diciotto serie che compongono i Fondi “Saluzzo” ed “Alessandria” (con i relativi incipit musicali), chiudendosi con due utili appendici (oltre ad un fondamentale indice dei nomi): la prima riproduce le concordanze musicali (citandone autori e titoli) tra il “Fondo Saluzzo” e il “Fondo Alessandria”, la seconda è una tavola di concordanza dei Salmi con le versioni latine e la numerazione della Vulgata.

Secondo le Divagazioni di Yankel Balapy, “utilizzare repertori cartacei […] può rilevarsi utile, estremamente utile. La ricerca facile non toglie però il peso della responsabilità; nasconde, anzi, un pericolo. È un tranello per il cuore umano e per la stessa intelligenza: si può arrivare a sapere tutto senza capire nulla, senza conoscere nulla”: questo volume dimostra che cuore ed intelligenza possono procedere appaiati, penetrando e cogliendo con passione l’essenza delle storie che raccontano, oltre che il valore dei materiali su cui, caparbiamente, si sono concentrati.

Paolo Cavallo

 

Rosy Moffa Bosco, Fondi musicali dell’archivio ebraico Terracini, Lucca - Torino, Libreria Italiana Musicale, Regione Piemonte, Soprintendenza ai Beni Librari, 2012, 214 pp., ill.

 

    

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