Prima pagina

 

Trump e noi

 

Chiudiamo il giornale in un momento ricco di incognite, pochi giorni dopo l’esito del referendum costituzionale che ha determinato la fine del governo Renzi, con conseguenze che ancora non siamo in grado di valutare, mentre in Europa prendono piede partiti e movimenti populisti, xenofobi, spesso apertamente razzisti (unico sospiro di sollievo: l’esito delle elezioni austriache) e la sinistra appare così lacerata al proprio interno da non essere in grado di contrastarli in modo efficace.

Anche l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America è un fatto recente, ma le poche settimane trascorse ci hanno offerto se non altro il tempo per qualche riflessione e discussione tra di noi. I testi che seguono sono appunto la raccolta di alcune mail che ci siamo scambiati nei giorni immediatamente successivi alla vittoria di Trump. Più complessa, articolata e originale l’analisi del nostro redattore Manuel Disegni, che offre una prospettiva in parte diversa, inquadrando l’esito delle elezioni americane nel contesto di un capitalismo che a livello planetario non ha più rivali se non se stesso.

Agli Stati Uniti è anche dedicata la rubrica “storie di ebrei torinesi”: abbiamo infatti intervistato Susan Finnel Ruff, ebrea americana che vive a Torino, e Andrea Foà, ebreo torinese che vive a New York.

 


 

Sinistre deboli

 

La vittoria di Trump mette a nudo spietatamente le debolezze della sinistra, che appare incapace di elaborare risposte credibili a disagio, impoverimento e insicurezza economica, crescenti nel mondo occidentale; ma preoccupa anche l'atteggiamento suicida di una certa sinistra radicale che non ha sentito come propria la responsabilità di fermare l'elezione di un fascista. Anche all’interno della nostra stessa redazione abbiamo opinioni diverse su quale delle due cose debba farci indignare di più; certamente è gravissima questa conflittualità interna della sinistra anche di fronte a quella che tutti avrebbero dovuto percepire come un'emergenza. E questo fa molta paura pensando a ciò che avverrà nei prossimi mesi in Italia.

Appare anche piuttosto inquietante lo scarto tra le previsioni e l'esito, che dimostra l'incapacità da parte dei mass media di leggere e interpretare la realtà: in particolar gli intellettuali sembrano aver perso la capacità di cogliere i segnali provenienti dalla società in cui vivono.

Inoltre, tra guerre, terrorismo, e la crescente sensazione di insicurezza, pare che le nostre società stiano perdendo gli anticorpi, che si stia smarrendo quel minimo comun denominatore di valori condivisi che consente la civile convivenza. A questo proposito ci sarebbero anche da rilevare le gravi responsabilità dei media che per ragioni di audience danno spazio in modo sproporzionato a chi le spara più grosse; e la presenza continua sui media produce abitudine, diminuisce lo scandalo: se si confronta il modo in cui i giornali e tv parlavano di Trump un anno fa e come ne parlano oggi vengono i brividi.

È un fenomeno preoccupante anche il crescente fascino che ha per molti chi si presenta come antagonista del sistema, con il corollario (per noi ebrei molto preoccupante) di una generale diffidenza verso i "poteri forti", con teorie del complotto e tutto il resto. Viene addirittura da chiedersi se in questo clima avvelenato non rischi di diventare controproducente la presenza costante dell’ebraismo italiano sui mass media e nelle occasioni istituzionali e il meritorio lavoro svolto dai mezzi di informazione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Niente di nuovo: l’ebraismo è sempre stato percepito come “potere forte” anche quando la realtà dei fatti dimostrava con evidenza il contrario, e del resto sarebbe assurdo dover rinunciare a far sentire la nostra voce per paura dell’antisemitismo, ma credo sia necessario tener presente che purtroppo questa sfiducia generalizzata verso tutto ciò che appare troppo istituzionale è un fenomeno in costante crescita e con cui dovremo sempre più frequentemente fare i conti nei prossimi anni.

Naturalmente, non può non preoccuparci l’antisemitismo largamente presente tra i sostenitori di Trump.
Paradossalmente, tuttavia Netanyahu e la destra israeliana hanno gioito per l'elezione di un Presidente Usa percepito come amico di Israele. Questo dal nostro punto di vista è forse ancora più preoccupante, anche alla luce dei segnali di involuzione della democrazia israeliana di cui ci parlano in questo numero i nostri collaboratori da Israele. Un tempo Israele era malvisto nel Medio Oriente perché, in quanto unico stato democratico della regione, era un'anomalia. Oggi giungono segnali di rapporti più distesi con Paesi come l’Arabia Saudita o la Turchia di Erdogan, mentre sono buone le relazioni con la Russia di Putin ed è probabile che Trump farà meno pressioni di quante ne facesse Obama (o di quante ne avrebbe fatte Hillary Clinton) perché si prosegua sulla linea dei due popoli - due stati o per lo meno si ponga un freno all’espansione di insediamenti nei Territori Occupati. Non è certo il contesto di buoni rapporti internazionali che noi ebrei di sinistra avevamo sognato e auspicato per Israele.

Infine, pur con tutti i difetti di Hillary Clinton, ritengo che sulla sua mancata elezione abbia pesato più di quanto si voglia ammettere l’antifemminismo. Sospetto che anche questo possa spiegare in parte lo scarto anomalo tra i sondaggi e il voto reale: forse le persone intervistate non erano disposte ad ammettere pubblicamente di non voler votare una donna. A questo proposito, mi domando se l’antisemitismo e l’antifemminismo non abbiano in fin dei conti qualcosa in comune. Nelle società occidentali le donne e gli ebrei non subiscono discriminazioni, godono di tutti i diritti, occupano tutti i gradi, anche i più elevati, della scala sociale. A causa di tutto ciò non sono percepiti come categorie deboli e bisognose di protezione. Anzi, spesso sono sentiti come privilegiati. Di conseguenza mancano i campanelli d'allarme, e segnali di odio relativamente moderati precipitano in breve tempo verso esiti tragici senza che nessuno si muova per fermarli. È stato vero per l'Europa che andava verso la Shoah e forse in parte è vero nell'Europa di oggi, che ha visto negli ultimi anni molti ebrei uccisi in quanto ebrei senza che l'opinione pubblica si scomponesse più di tanto, ma è forse ancora più vero per quanto riguarda le donne: pensiamo all'inarrestabile catena di femminicidi che continua imperterrita a insanguinare l'Italia. Forse dovremmo tornare a considerare la questione dell’uguaglianza delle donne come una priorità.

Anna Segre

 


Applausi al buffone incolto

 

La figura di Hillary Clinton era controversa e discussa e certamente rappresentava non un potere progressista, che era Sanders, ma le grandi lobbies e la finanza.

La situazione economica, per quanto riguarda gli operai e la middle class, era peggiorata anziché migliorata, il potere d’acquisto era diminuito, il miglioramento della economia e il superamento della crisi avevano arricchito i ricchi piuttosto che i poveri, l’aumento dell’occupazione aveva interessato prestazioni con salari bassi e lavori non qualificati. Il lavoro bassamente retribuito era occupato da lavoratori ispanici o neri. Il malessere sociale era palpabile.

Sul piano internazionale il prestigio americano era certamente, calante gli insuccessi visibili ovunque dalla Siria, alla Libia, all’estremo Oriente. Quanto alla democrazia americana, esistono fieri dubbi sulla sua portata e realtà. La provincia, la cosiddetta classe operaia, e la classe media, è di vista corta e razzista, le carceri sono rigurgitanti di neri ed ispanici, 2.500.000 sono i detenuti, e assai più quelli a piede libero con limitazioni della loro libertà (per capirci, In Italia sono 50000: fatte le debite proporzioni, dovrebbero essere 300.000 per essere simili a noi).

La paura dello straniero immigrato e dell’Isis ha giocato un ruolo importante.

Non sono così stupito del successo di una sorta di Berlusconi locale, che promette ad una società frustrata, infelice e insicura un futuro radioso e irreale: riaprire miniere improduttive, creazione di muri di contenimento dello straniero, politiche protezionistiche in un mondo globalizzato e così via. In una società maschilista e profondamente razzista nei confronti di persone razziate in Africa e rese schiave e poi solo apparentemente rese uguali, un milionario bianco che parla a questo ventre molle del paese solleticando il suo egoismo deteriore non è affatto stupefacente.

Ma così va il mondo, nelle macerie degli stati ex comunisti, dove si alzano muri e prevale una destra xenofoba e talvolta nazista, nella Francia che rischia di divantare lepenista, nella Turchia ormai nelle mani di un dittatore islamista, nella Russia, tornata a sogni panslavisti e religiosi. È chiaro che tutti plaudono a questo buffone incolto. Ma Reagan o Bush erano tanto diversi?

Aggiungo infine che sarebbero anche da meditare e da mettere a confronto le grandi speranze che la nomina di Obama otto anni fa aveva suscitato - e che resta quanto di meglio aveva l’America, in sé e a avanti a sé - e il messaggio che questo cialtrone di successo - condensazione di ciò che noi tutti umanamente e politicamente detestiamo - è riuscito a far passare e che rappresenta però l’umore e il pensiero di metà degli americani.

Emilio Jona

 


La rivincita dei fagnani

 

La mia sensazione è che in Italia ci sia una pericolosissima maggioranza silenziosa complottista e anti-sistema, altrettanto maggioranza e silenziosa di quella americana, che ha fregato i sondaggisti. Questa ideologia (si tratta di un’ideologia, anche se i suoi sostenitori lo negano) è propria dei ceti meno colti, e si manifesta come un odio viscerale a volte omicida nei confronti di chi ha studiato (o tale si dichiara). Questo odio oggi si manifesta nella difesa cieca dei figli fagnani [per i non piemontesi: lavativi] davanti alle lamentele degli insegnanti, nell’odio preconcetto nei confronti dell’autorità politica o manageriale, nei confronti della stampa e dei mezzi di comunicazione non giullareschi. E siccome noi ebrei abbiamo da millenni l’istruzione come medaglia e tabe, orgoglio e condanna, siamo stati, siamo e saremo il tiro a segno di tutti i populismi e di tutti i fascismi. Le prospettive dunque a livello mondiale sono tutt’altro che rosee.

Secondo me Trump è filosionista e antisemita. Si può esserlo nello stesso tempo? Certo, Eichmann lo era: odiava gli ebrei e voleva che emigrassero tutti in Palestina. Poi ha cambiato idea (se Rommel non fosse stato bloccato in Africa, degli ebrei della Palestina non ci sarebbe più traccia). Di conseguenza c’è da aspettarsi un rifiorire di antisemitismo americano di massa, bianco e nero, e contemporaneamente una politica estera americana filo-israeliana. Chi vivrà vedrà.

David Terracini

 


 

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