Prima pagina

 

Trumpolino sul baratro

di Manuel Disegni

 

Come è possibile che in una nazione altamente civile e forte di una solida cultura democratica un uomo volgare e mediocre si impadronisca del potere?

Il 2 dicembre del 1851 l'Europa intera era sotto shock per le notizie che arrivavano da Parigi: Luigi Bonaparte aveva sciolto l'Assemblea nazionale, posto fine alla Seconda Repubblica e si era proclamato Imperatore dei Francesi con il nome Napoleone III. L'avvenimento fu accolto dall'intero mondo politico come “un fulmine a ciel sereno”: nessuno riusciva a capacitarsi di come la Francia - il paese della grande rivoluzione del 1789 e del Code Napoléon (il primo codice civile moderno, modello di quello tuttora vigente in Francia e in gran parte dell'Occidente), il focolare originario delle rivoluzioni democratiche del 1848, insomma il paese socialmente e politicamente più progredito del mondo - avesse potuto consegnare la sovranità politica nelle mani di “un avventuriero qualsiasi venuto dal di fuori, levato sugli scudi da una soldatesca ubriaca, che egli ha comprato con acquavite e salsicce”. Qualcuno reagì con indignazione morale, qualcun altro, fra gli osservatori più raffinati, con il sarcasmo e l'arte dell'invettiva (Victor Hugo scrisse il pamphlet Napoléon le Petit); non mancò naturalmente chi celebrò i fatti come un miracolo che avrebbe salvato la società dal pericolo del disordine sociale e dell'anarchia. Per tutti, comunque, il coup del 2 dicembre rimase oggetto di meraviglia. Chi invece non si fece cogliere di sorpresa fu un giovane cronista politico particolarmente scaltro, il quale, forte di una conoscenza profonda della storia e della società francese, seppe fare una breve esposizione del corso degli eventi alla luce della quale il 2 dicembre perdeva il suo carattere di mistero. Egli destituì in questo modo il carisma provinciale dell'improvvisato uomo di Stato della sua aura magica ricollocandolo nel suo giusto rango di accessorio tanto grottesco quanto secondario, e fornì una spiegazione chiara e lineare della capitolazione della Seconda Repubblica come conseguenza naturale, risultato necessario delle dinamiche interne della società borghese in crisi. Un potere esecutivo forte e “indipendente” che si presenta come, diremmo oggi, anti-establishment, non legato ideologicamente a una singola classe, è il rappresentante politico ideale di tutti i 'declassati'. Intorno a una figura autoritaria che vaneggia idee nazionali inattuali si raccoglie il consenso non tanto di una classe sociale definita, bensì dell'insieme variopinto di tutti coloro che, minacciati dalla discesa sociale, vogliono difendere con tutti i mezzi la loro posizione e la loro proprietà, sia essa contadina, piccolo-, medio- o alto-borghese - tanto 'interclassista' è la compagine sociale della Reazione; la società in crisi, o l'eterogenea parte di essa che ancora ha qualcosa da perdere, consegna il potere politico all'avventuriero di turno nella speranza che il di lui pugno di ferro possa difendere con efficacia il potere sociale che essa ancora può esercitare. Il libro in cui Marx sviluppa questi argomenti s'intitola Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte ed è forse il testo fondativo della storiografia materialista. Esso contiene una vera e propria teoria complessiva della crisi della democrazia politica e precorre le migliori analisi storiche dei fascismi novecenteschi (p.e. Polanyi, La grande trasformazione, Thalheimer, Sul fascismo). Nel dicembre 2016 sembra palesare nuovamente tutta la sua attualità.

“Hegel osserva da qualche parte” - così il celebre incipit del 18 Brumaio - che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”. Il nipote appariva come un surrogato caricaturale dello zio. La riedizione delle idées napoléoniennes (difesa del piccolo appezzamento, governo forte e assoluto, ampliamento della burocrazia, patriottismo e preponderanza dell'esercito) mezzo secolo dopo Napoleone era un controsenso e mostrava la sua funzione sociale divenuta ormai regressiva. Le idee della piccola proprietà in lotta contro il feudalesimo si ribaltavano, nel mutato contesto storico della metà del XIX secolo, in strumenti di oppressione della popolazione contadina e proletaria: l'appezzamento di terra non era più fonte di libertà ma di indebitamento per il contadino, lo Stato centrale e il suo apparato burocratico non più padre e protettore ma implacabile esattore, la patria un grande registro delle ipoteche. A partire da queste considerazioni Marx formulava il suo giudizio storico sulla parodia dell'Impero, le cui idee erano ormai nient'altro che “allucinazioni della sua agonia, parole diventate frasi, spiriti diventati fantasmi”.

Un giornalista che ha commentato a caldo le ultime elezioni statunitensi ha titolato il suo pezzo “Diciassette anni dopo, il trionfo dei no global. Da destra”. Il movimento anti-globalizzazione nato negli anni Novanta del secolo scorso era un insieme di gruppi e individui che criticavano l'imperialismo delle multinazionali e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali della Terra. Questo grosso tentativo popolare e internazionale di opporsi alle tendenze distruttive del sistema economico (o come si dice oggi di governance internazionale) neoliberale venne represso manu militari. L'ultimo movimento politico che si proponeva di rappresentare un'alternativa alla globalizzazione capitalistica si infranse fatalmente contro la violenza di quel sistema, e Carlo Giuliani, il manifestante ucciso nelle giornate genovesi del G8 2001, simboleggia (insieme ai suoi compagni torturati dalla polizia italiana nella scuola Diaz e nel carcere di Bolzaneto) la tragedia di quella sconfitta come monito per il futuro - vedete cosa capita a chi si ribella. Le istanze di quell'antagonismo prodotte dalle contraddizioni e dalle tendenze distruttrici insite nel trionfo globale del capitalismo, represse allora nel sangue, si affacciano di nuovo sulla scena politica - figlie delle medesime contraddizioni - quindici anni dopo, modificate però di segno, con i nuovi tratti farseschi, anacronisticamente nazionalisti e fascistoidi di Donald Trump, dei consensi guadagnati dalle destre protezioniste e razziste in tutta Europa e dai numerosi dittatori al potere nel mondo islamico, destinati a crescere di pari passo con la pressione della concorrenza economica e del debito pubblico.

Qual è, dunque, il mondo in cui è possibile che un mediocre agitatore di vecchi fantasmi e pulsioni triviali diventi presidente degli Stati Uniti d'America? È il mondo in ansia per la perdita di potere d'acquisto, in realtà paralizzato dalla paura del suo stesso potenziale distruttivo, che assiste, vittima del proprio destino dichiarato ineluttabile, al trionfo storico del capitalismo globalizzato. Un mondo che a partire da Margaret Thatcher, o al più tardi da Carlo Giuliani, sa che there is no alternative (anche i più duri di comprendonio hanno dovuto convincersi che proprio non c'è verso dopo la farsa, piuttosto che la tragedia, del referendum voluto da Syriza nel 2015 che ha respinto con un vano 61% dei voti il programma finanziario proposto dai creditori internazionali del popolo greco).

È un mondo senza piano B. La caduta del muro di Berlino non ha modificato solo l'equilibrio oggettivo delle potenze. Esso ha prodotto anche un cambiamento soggettivo di carattere epocale. Nei due secoli che hanno preceduto il nostro esistevano almeno due vie aperte e due possibilità di considerare il destino storico del genere umano: quella liberale, per cui la proprietà privata deve essere la chiave dell'organizzazione sociale e il prezzo da pagare per questa organizzazione sono diseguaglianze enormi e crescenti; e quella socialista o comunista, per cui lo scopo principale dell'azione politica è la fine delle disuguaglianze e del dominio di classe, anche a costo di rivoluzioni violente. Invece la fase storica inaugurata dai governi Thatcher e Reagan - ancora risuona “Mr Gorbachev, tear down this wall!” -, che ha nella battaglia di Genova 2001 la sanzione più inoppugnabile e che giunge oggi alla sua crisi forse definitiva, è quella caratterizzata dalla convinzione che non c'è un'altra via. L'ideologia che ha dominato questa fase viene detta neoliberalismo e si differenzia da quella liberale classica per il fatto di non avere più un'ideologia nemica, di non dover 'competere' (verbo per altro a lei caro) con un'altra visione strategica del futuro degli uomini. Il neoliberalismo, cioè, non aveva più bisogno di raccontare, come il liberalismo classico, che il libero mercato è una buona maniera di organizzare la società e il suo lavoro e che una mano invisibile avrebbe ovviato ai suoi più spiacevoli inconvenienti; il punto era che la globalizzazione capitalistica è l'unica maniera possibile di organizzare la società e il suo lavoro; nessuno dice che sia una buona maniera, ma è l'unica. I suoi costi sociali ed ecologici sono sotto gli occhi di tutti ma vanno accettati come una necessità naturale - quasi come se la natura avesse deciso di suicidarsi.

La conseguenza politica principale del dominio di questa ideologia è che non è stato più possibile governare un paese senza sottoscriverla, che le differenze fra le 'proposte' politiche si sono ridotte nel migliore dei casi a sfumature. Il governo socialista francese, la dittatura comunista cinese, la Casa bianca e il Cremlino, i governi israeliano e palestinese, i governi Berlusconi, Monti e Renzi, Merkel e Tsipras... tutti accettano parimenti, come presupposto e linea guida della loro azione di governo, che non c'è altra via che la globalizzazione capitalistica, e tutti hanno come funzione primaria quella di imporre ai loro cittadini i costi sociali ed ecologici che essa comporta. Questo ha prodotto una classe dirigente globale relativamente omogenea - quando non negli intenti certo nell'esercizio pratico del potere esecutivo - e nello stesso tempo un'inimicizia diffusa contro di essa, priva, però, di una qualche pensabile alternativa, quindi strategicamente cieca e politicamente non organizzata. Ha prodotto cioè, tutti gli ingredienti della ricetta classica della torta fascista, con tanto di tradizionali ornamenti quali figure delinquenti, maschiliste e razziste, caratterizzate spesso da un atteggiamento di sufficienza nei confronti della logica. Il vento reazionario che oggi spira in tutto il mondo (sia pur in forme diverse, rispettoso, ça va sans dire, delle differenze e delle tradizioni locali) ha con il bonapartismo del XIX e il fascismo del XX secolo davvero molti elementi in comune, non solo ideologici o retorici. Su tutti la base sociale: non una vera e propria classe, bensì l'insieme eterogeneo e, si fa per dire, senza classi, di coloro che vedono il proprio patrimonio e i propri privilegi sociali minacciati dal corso del mondo. (Occorre sfatare il mito che Trump sia stato eletto dalla working class: gli 'ultimi' della società americana hanno votato Clinton o non hanno votato. La parte “proletaria” dell'elettorato di Trump - il quale, va ricordato, si oppone al salario minimo per rendere competitivo il mercato del lavoro statunitense - è composta in realtà da bianchi, famiglie patriarcali radicate sul territorio e impiegate in settori tradizionali del mondo del lavoro che sono vieppiù marginalizzati dalla globalizzazione. Che costoro siano la working class presuppone un concetto di working class tanto più discutibile, in quanto il consenso elettorale di Trump cresce con il crescere del reddito e si attesta al 50% in tutte le fasce di reddito superiori a 50.000 dollari. Tale concetto di working class dovrebbe escludere tutti gli ispanici, i neri, gli immigrati, ma anche gli studenti indebitati, e i lavoratori del terziario e della conoscenza, madri single e altri diseredati del genere - i quali nei giorni successivi l'elezione hanno dato vita a manifestazioni di protesta.

Scrive Valentina Fulginiti: “Quella che ha spinto alla vittoria prima la Brexit e oggi Trump è un feticcio di working class: depurata di ogni diversità, non inclusiva ma esclusiva, fondata non su un comune ideale di solidarietà ma sulla comune appartenenza razziale; una comunità che rimpiange i tempi in cui si dormiva senza il chiavistello alla porta, ma che sogna muri, cancelli e divieti d’ingresso. È, soprattutto, un’immagine prevalentemente maschile, virile, di una classe che si vorrebbe operaia o artigiana... È una classe che rimpiange i tempi in cui studiare non serviva o comunque non era richiesto… Se non interamente maschile, è comunque una classe rigidamente «eterosessuale», i maschi nelle fabbriche o al fronte e le donne al loro posto, in pochi ruoli codificati e rassicuranti. È, infine, un’immagine di un bianco uniforme e monocromatico. Così definita, questa non è una classe sociale, ma un mito delle origini”). Inoltre, proprio come il vecchio fascismo, anche quello nuovo dichiara guerra all'oligarchia politica dominante, rimanendo però saldamente vincolato al medesimo principio, la proprietà privata come chiave dell'organizzazione sociale.

La vera peculiarità della destra che vediamo affermarsi oggi ovunque, ciò che la distingue dal fascismo 'classico', è la mancanza di un vero avversario. Marx spiegava il fenomeno Napoleone III come una reazione della piccola borghesia francese minacciata dall'imminenza di una rivoluzione proletaria che avrebbe minato le fondamenta della società borghese. Il fascismo novecentesco nacque come reazione delle piccole borghesie e degli eserciti contro le pressioni del movimento operaio europeo. Anche Trump esprime l'ansia di chi sente minacciati i propri privilegi. La minaccia però, questa volta, non viene dal comunismo, ma dalle contraddizioni interne alla globalizzazione capitalistica, dalla concorrenza e dalla contestuale automazione del processo produttivo. L'ordine mondiale in crisi non conosce, in realtà, alcuna opposizione che metta in discussione il dogma della proprietà privata come elemento cardine dell'organizzazione e della divisione sociale del lavoro a livello globale e che abbia una diversa visione strategica del futuro degli uomini, delle macchine e della natura, alternativa alla concorrenza e all'accumulazione di capitale in un numero di mani sempre più esiguo.

Sembra che nel mondo di oggi, almeno fin quando crederemo che la questione del nostro tempo sia “democratico o repubblicano?”, o “bicameralismo perfetto o imperfetto?”, il fascismo abbia gioco facile a far breccia nei cuori delle nazioni. Esso si troverà però impreparato di fronte al difficile compito, che si accinge ad affrontare per la prima volta da solo, di 'rappresentare' un'alternativa a un ordine sociale mondiale che, per propria natura, “non ha alternativa”.

Il trionfo del capitalismo globalizzato consiste nel fatto che esso è ormai minacciato solamente da se stesso. Eppure non sa trovare altra maniera per difendere il suo principio centrale - la proprietà privata (quale elemento decisivo dell'organizzazione sociale e della divisione globale del lavoro) - che quella vecchia delle armi e dei muri.

Manuel Disegni

 

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