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Non possiamo tacere

 

di Bruno Contini

 

Nell’ultimo anno si è parlato molto del significato della “società liquida” proposta dal sociologo polacco Bauman. In ambiente ebraico la discussione ha affrontato varie argomentazioni teoriche anche sotto il profilo halachico, ma per quanto riguarda le conseguenze pratiche che dovrebbero derivarne alle Comunità Ebraiche è prevalso un imbarazzante silenzio.

Non che questo mi abbia sorpreso più di tanto. Nella stampa ebraica ufficiale italiana era prevalsa fino dall’anno scorso una deplorevole indifferenza nei confronti delle minoranze barbaramente perseguitate e dell’esodo forzato di intere popolazioni dal Medio Oriente e dall’Africa. Era un pessimo segnale, da cui, forse, ora si sta uscendo. Noi ebrei chiediamo solidarietà quando le cose volgono contro di noi, e giustamente recriminiamo se non ci viene concessa. Ma purtroppo, salvo pochi casi isolati (Firenze, Torino, Milano, dove, peraltro, l’iniziativa non è partita dalla comunità ma dal Hashomer Hatzair e dal Memoriale della Shoah), certamente positivi ma del tutto estemporanei, le nostre comunità sono state restie a offrirne, né l’Unione ha ritenuto opportuno sollecitare un intervento (proposto dalla Commissione Servizi Sociali della passata gestione Gattegna, ma negato dal Consiglio).

Si presenta da vari mesi un’altra occasione per le comunità ebraiche di esprimere la propria solidarietà anche nei confronti delle minoranze cristiane barbaramente perseguitate in Africa e nel Medio Oriente stesso. L’ambasciatore di Israele all’ONU Prosor ha parlato senza mezzi termini dei cristiani del Medio Oriente come “gli ebrei del nuovo millennio”. È opportuno che sia musulmani che cristiani sentano che anche di questi tempi oscuri gli ebrei sappiano trovarsi dalla loro parte quando è giusto che sia così.

Molto belle le parole dell’ex Presidente Gattegna nel suo ultimo intervento a conclusione del mandato “ ...sarebbe un’illusione antistorica, un errore fatale, la perdita di un’occasione unica, e forse irripetibile, se ci sottraessimo all’apertura e al confronto…Per noi (ebrei) è necessario uscire dai porti apparentemente sicuri, …ma non esistono alternative se si vuole continuare a partecipare e contribuire, come protagonisti, all’evoluzione della civiltà contemporanea.” È triste osservare la reazione che l’Assemblea Rabbinica ha voluto riservare a questo nobile e accorato intervento. Sarebbe molto auspicabile che la nuova Presidente Di Segni, di concerto col Consiglio rinnovato, raccogliesse l’invito del suo predecessore, promuovendo una riflessione sul tema dei migranti e proponendo una politica ragionata alle Comunità italiane.

Cosa dire del mondo ebraico al di fuori dei nostri confini? Il World Jewish Congress (WHC) ha tenuto il suo congresso a Buenos Aires in primavera. A detta di Giulio Disegni, delegato italiano che ne ha scritto un resoconto su Ha Keillah, non una parola è stata spesa sulla questione dei migranti, fossero essi per sfuggire ai crimini di guerra o alla morte per fame. È tragico che il WJC non ritenga essere tra i propri compiti quello di riflettere a fare riflettere il mondo ebraico su questi grandi temi. E ritenga invece che la propria voce debba limitarsi a denunciare i pericoli dell’antisemitismo con una generica risoluzione “per individuare strategie per sradicare la campagna di incitamento al razzismo e antisemitismo messa in atto da estremisti nei social media”? Senza un invito a prendere posizione sul tragico esodo biblico a cui stiamo assistendo, né tanto meno suggerire che una delle strategie efficaci potrebbe essere proprio quella di avviare effettive azioni di aiuto/soccorso ai migranti? È vero che il WJC è dominato dai ricchi ebrei americani i quali, a quanto pare, si sentono sufficientemente lontani da queste tragedie di casa nostra e immuni dal pericolo del terrorismo interno di marca islamico-estremista (ai loro occhi potrebbe essersi esaurito con l’11 settembre 2001). Ma al Congresso c’erano molti israeliani e, naturalmente, i delegati di tutte le comunità europee. È mai possibile che nessuno degli europei si sia sentito in dovere di presentare una mozione volta a promuovere la solidarietà degli ebrei nei confronti di questi disgraziati? E chiedere che anche da parte ebraica vengano promosse azioni concrete nei loro confronti senza lasciarle solo ai governi nazionali, sempre più restii di fronte alle pulsioni populiste-demagogiche, e alle meritorie istituzioni umanitarie di tradizione laica, cattolica e protestante?

Nelle istituzioni ebraiche - e al WJC - si parla sempre (e giustamente) di diritto alla memoria. Ma perché solo memoria della Shoah, e non invece memoria degli ebrei scacciati dalle loro dimore prima di essere massacrati - ai tempi dei pogrom, dei crimini nazifascisti, delle campagne di odio nel Nord Africa - e fuggiti in massa, così come oggi fuggono le genti dai paesi devastati dell’Africa, dal Medio Oriente? Allora furono ospitati e assistiti nelle Americhe del Nord e del Sud e nel Regno Unito (talvolta in opposizione alla scarsa disponibilità dei governi nazionali) e financo in Svezia, a volte dalle istituzioni ebraiche, altre volte da famiglie di ebrei e di non ebrei, fino a integrarsi nei nuovi paesi di accoglienza o a trovare rifugio (come in Svizzera) prima di tornare nei luoghi di origine. E non stiamo parlando dell’accoglienza organizzata dall’Agenzia Ebraica nella Palestina mandataria e dal neonato Stato di Israele in nome degli ideali sionisti. Di tutto questo ci si è dimenticati?

Israele non fa eccezione a questa percezione. Un recente rapporto PEW nota che l’80% dei giovani israeliani vedrebbe volentieri l’espulsione di tutti gli arabi da Israele. Il presidente Rivlin ha pubblicamente espresso la sua preoccupazione per la crescente intolleranza della società israeliana. Così hanno fatto molti (i soliti) intellettuali e scrittori impegnati. Nonché il vice-capo di Stato Maggiore dell’IDF, Yair Golan, che ha avuto parole durissime sulla violenza e la crescente intolleranza della società israeliana in occasione dei ripetuti episodi di violenza nei confronti di giovani palestinesi da parte dell’esercito: "there is nothing easier than to simply hate the other, there is nothing easier than to provoke fears and strike terror; there is nothing easier than barbaric behavior, moral corruption and hypocrisy.”

Bruno Contini

Dicembre 2016

Solo i bambini di aprile dovrebbero saltare la corda in una rete da pesca

Disegno di David Ruff

           

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