Germania

 

La colpa tedesca

 di Christoph Miething


È uscito l’anno scorso il libro La colpa tedesca, scritto da Gerhard Keller, storico non-professionista e finora sconosciuto. Riassume estensivamente i crimini del regime nazista e poi, in più di 150 pagine, presenta le biografie di una cinquantina di persone con passato nazista che giocavano un ruolo nella vita politica della Repubblica Federale. Forse è vero che la ricostruzione di uno stato occidentale tedesco che si confrontava con la DDR comunista non era possibile senza la vecchia élite. Questa era sicuramente la convinzione del cancelliere Adenauer. Ma alla lunga, la rimozione diventa bugia. Ci si discolpava attribuendo le colpe esclusivamente al Führer e ai suoi gerarchi. La destra si è sempre valsa di questa logica. Nel 1964, un‘inchiesta sull’opinione pubblica dà il risultato seguente: la metà della popolazione giudica la Germania non-colpevole della Seconda Guerra Mondiale. È questo la bugia. Nel confrontarsi con la DDR, l’anticomunismo era sempre l’ideologia della destra tedesca e creava così una continuità parziale col passato. Tanti rimangono convinti che i disertori della Wehrmacht erano criminali. Sarà solo nel 1992 che questa criminalizzazione dei disertori verrà abolita dal parlamento.

C’erano sempre voci che non accettavano la rimozione. Il primo presidente della Repubblica, Theodor Heuß, vecchio liberale di grande cultura umanistica, rifiutava la tesi della colpa collettiva, ma insisteva sul fatto di una “vergogna collettiva”. Thomas Mann, in diverse occasioni negli anni ‘50 e ‘60, dichiarava che la distinzione tra una “buona” e una “cattiva” parte del popolo tedesco era impossibile e che tutti avrebbero dovuto vergognarsi. Fritz Bauer, ebreo e reimmigrato in Germania, procuratore generale, nominato a questa funzione dai governi socialdemocratici in Bassa Sassonia e in Assia, ha fatto accettare dalla corte di Braunschweig (Brunsvic) nel 1952 la denominazione del regime nazista come “stato criminale”. Era un fatto molto significativo che già in quella data una corte tedesca accettasse una tale definizione. A Francoforte, dal 1959 in poi, Bauer preparava e organizzava i primi “processi su Auschwitz”. Ma nota Bauer nel suo diario: quando esco dal mio ufficio, mi sento in terra nemica.

 

L’autocritica negli ultimi decenni del 900

La generazione del ‘68 resta troppo impigliata nella sua lotta ideologica per tematizzare la colpa tedesca. La politica del cancelliere Brandt postula la riconciliazione con la Russia e i paesi dell’Europa orientale. È questo il suo modo di praticare la responsabilità verso il passato. Ma la presenza subcosciente della colpa ha delle conseguenze identitarie. La generazione nata nel dopoguerra evita la questione della identità nazionale.

Per 5 giorni nel gennaio 1979 la TV tedesca mostrava il film americano “Holocaust”. Tra 10 e 15 milioni di spettatori hanno seguito la trasmissione televisiva in Germania e in Austria. Il film introduceva la parola “Holocaust” nella lingua tedesca e diventava un punto di riferimento per tutti. In questo contesto il discorso dell’8 maggio 1985 del presidente democristiano Weizsäcker nel parlamento federale nel quarantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale fu un punto di svolta. Senza mettersi d’accordo col cancelliere Kohl, il presidente menzionava i crimini del nazismo, e in particolare quelli di guerra, per concludere che la fine della guerra non era una sconfitta, ma una liberazione. Dava implicitamente ragione a Brandt e alla sua politica di riconciliazione. Parlava anche lui della vergogna collettiva e postulava una pratica della responsabilità da parte dei tedeschi.

La reazione all’interno della Repubblica era attraversata da consenso e rifiuto. Diventava molto chiaro che il tema della colpa divideva la sinistra e la destra. Il consenso con Weizsäcker era più forte all’estero che all’interno. Uno dei primi governi a reagire in questo senso è stato il governo di Israele. Ma anche il cancelliere Kohl doveva rendersi conto che il discorso del presidente aveva una dimensione storica e lo obbligava a opporsi al revanscismo territoriale della destra democristiana. La discussione della posizione di Weizsäcker favoriva la stabilizzazione della democrazia critica.

Si è lentamente sviluppato un consenso democratico tra tutti i partiti politici rappresentati nei parlamenti della Repubblica Federale. Inoltre, la struttura federale garantiva un equilibrio del potere e aumentava la solidarietà della popolazione con le strutture istituzionali. E nondimeno rimaneva il problema della colpa. La situazione era complessa. Da un lato, esisteva, ed esiste sempre, la stigmatizzazione del popolo tedesco come incarnazione del male. Questa stigmatizzazione rende impossibile l’atto di accettare e di espiare la colpa. Dall’altro lato, lo scrittore Ralph Giordano aveva ragione dicendo che c’è una seconda colpa: quella di tacere la colpa. Da un lato, riconoscere i valori della libertà democratica e praticarla significava che la lezione dell’autocritica è stata capita. Dall’altro lato, questa disponibilità all’autocritica resta sempre minacciata dagli impulsi della rimozione.

 

La situazione attuale

Nel 1998, Joschka Fischer, leader dei verdi, diventato vice-cancelliere e ministro degli esteri nel nuovo governo Schröder, dichiara che la memoria di Auschwitz fa parte della ragione di stato tedesca. Si può concludere che la coscienza pubblica tedesca ha accettato la coscienza della colpa. È stato inaugurato nel 2005, nel centro di Berlino, nelle vicinanze del parlamento e della cancelleria, il Memoriale dell’Olocausto: 19mila metri quadrati di stele in cemento, con un centro di documentazione sotterraneo, il tutto concepito dall’architetto ebreo americano Peter Eisenmann. È oggi un luogo molto frequentato. Ma apparve subito anche la critica che non solo gli ebrei erano le vittime del nazismo. Nello stesso quartiere berlinese sono dunque stati inaugurati due altri monumenti, uno nel 2008, per le vittime dell’eutanasia nazista e per gli omosessuali, un altro nel 2012, per i Sinti e i Rom.

Ci sono quasi 40 luoghi della memoria a Berlino. Uno dei più frequentati è quello chiamato “topografia del terrore. Dal 1987 al 2010, il territorio dell’ufficio nazista centrale di sicurezza (“Reichssicherheitshauptamt”) è stato trasformato in centro di documentazione. Quest’ufficio alloggiava il centro amministrativo della Gestapo e delle SS.

I partiti tradizionali della Germania riunita non sono più divisi nella loro pratica della memoria. Un fatto notevole: il 2 giugno di quest’anno il parlamento tedesco dichiara il massacro degli Armeni in Turchia nella Prima Guerra Mondiale come “genocidio”. Il presidente democristiano del Parlamento, Norbert Lammert, apre la seduta con la costatazione: noi tedeschi siamo con-colpevoli di questo genocidio. Eravamo collaboratori del regime turco. Altro esempio dell’autocritica attuale. Il 22 giugno, sempre di quest’anno, ha avuto luogo per la prima volta una seduta del parlamento per commemorare l’invasione dell’Unione Sovietica 75 anni fa, e per condannarla. In questo contesto il presidente della Repubblica, Joachim Gauck, dichiara la sua vergogna per il fatto che fino a oggi nessun monumento sia stato eretto in Germania per commemorare i 27 milioni di vittime russe della guerra nazista. Lo stesso Gauck è andato a Oradour in Francia, a Lidice in Cechia, e nel marzo 2013, col presidente Napolitano, a Sant’Anna di Stazzema per commemorare i massacri delle SS. Ha anche postulato nel marzo 2015 che la Germania dovrebbe pagare riparazioni alla Grecia, e il 29 settembre di quest’anno è andato a Babyn Jar in Ucrainia per riconoscere una nostra colpa incommensurabile.

Ma si sta formando anche in Germania una nuova destra. L’autocritica non deve limitarsi ai fatti del passato. Si deve fare attenzione che la memoria critica non diventi un rituale vuoto. La responsabilità si pratica nell’attualità. Recentemente, le cifre sono state pubblicate documentando che dal 2014 al 2015 l’esportazione tedesca di armi è raddoppiata in un solo anno. Il successo economico in generale della Germania che si manifesta nel taglio dell’esportazione crea un disequilibrio. Ci vuole la critica del potere. Questa critica si fa nel parlamento e nella stampa critica del mio paese.

L’anno scorso, 900 mila immigrati sono arrivati da noi. Ero in Italia in agosto e mi ricordo il giorno quando il mio amico Stefano Levi Della Torre mi mostrava un titolo della stampa italiana: “Merkel sospende Dublino”. Fino alla fine dell’anno scorso si praticava dappertutto la “Willkommenskultur”, la cultura dell’accoglienza. Poi c’è stata la notte di San Silvestro a Colonia e poi il fallimento della Merkel nel trovare una cooperazione europea sul problema dell’immigrazione. Si vede adesso in tutta l’Europa, e anche da noi, un’oscillazione tra temi dell’accoglienza e l’assunzione di posizioni della destra. Propongo come esempio l’accordo della Merkel con Erdogan. Oggi, un nuovo partito di destra, la AfD, “Alternativa per la Germania”, si è già stabilito in dieci dei sedici parlamenti dei Länder. Questo partito è anti-europeo, parla di stampa bugiarda, di distruzione etno-identitaria, del crollo dell’occidente. Gioca con la paura, pratica la xenofobia. Ritorna al nazionalismo. Contro questo, dobbiamo lottare.

Christoph Miething

Professore emerito dell’università di Münster
Fondatore del centro
Romania Judaica

 

David Ruff, senza titolo