Storie di ebrei torinesi

 

Andrea Foà, ebreo torinese in America

 

Andrea Foà, figlio di uno dei nostri parnasim ed ex allievo della Scuola Ebraica torinese vive a New York da una decina di anni

Andrea Foà

 

Perché sei andato negli Stati Uniti?

Ci sono andato perché da ragazzino amavo i film di Woody Allen. L’atmosfera di questi film, i loro colori mi hanno attirato ad abitare a New York! Ci sono andato per Woody.


Però se ho ben capito non sei laggiù a suonare il clarinetto con Woody.

Ahimè no. A New York ci abito e ci lavoro. Il mio impiego in uno studio di commercialista mi richiede di passare tre mesi in USA alternati a due mesi in Italia e questo mi permette di avere un punto di vista privilegiato su ciò che accade sulle due sponde dell’Atlantico.


Come ti sei trovato a passare dal mondo ebraico torinese alle vastità di quello della Grande Mela?

Mi ha subito colpito che l’ebreo italiano risulta incuriosire moltissimo gli ebrei americani. Perché le nostre famiglie possono vantare una storia di diverse centinaia di anni fissi nelle stesse regioni geografiche siamo particolari ed inusuali. Quando racconto che in fondo la mia famiglia è rimasta per quasi quattrocento anni nel Piemonte, cominciano le domande e tutti si risolvono a guardarmi con maggiore interesse. Per molti, l’ebreo italiano è da studiare e un viaggio storico per l’Italia ebraica è qualcosa che attrae e che spesso appare di inatteso grande interesse.

Trovi con facilità punti in comune con il mondo ebraico newyorkese?

No, direi proprio di no. Ho frequentato una sinagoga di rito italiano e loro ci conoscono molto bene ma è un caso isolato. Direi che, dopotutto, gli ebrei di New York in generale e soprattutto quelli di Brooklyn siano piuttosto in maggior vicinanza e sintonia con gli ebrei israeliani. Anche se gli ebrei italiani si definiscono ortodossi, per gli americani ebreo ortodosso ha un altro significato. Gli ortodossi americani sono quelli che noi chiamiamo ultraortodossi, quelli che si vestono da chassidim e che vivono una realtà che a noi appare una tradizione diversa e lontana. Sono comunque molto visibili e quando arrivano a Manhattan i pulmini gialli a riportarli a casa a Brooklyn il venerdì sera è una scena che lascia sempre il suo segno.

Siamo invece più vicini ai conservative anche se i conservative sono parecchio più laici di noi. Ad esempio, non si fanno scrupoli a guidare l’auto di Shabbat o addirittura di Kippur. A Manhattan, però, nessuno gira in macchina e il problema non si pone!


Questo mondo ebraico così sfaccettato ti sembra vivace e vitale? Senti anche lì ogni tanto quell’atmosfera di declino che si respira in molte piccole comunità europee ed italiane?

Per un ebreo a New York è veramente facile rimanere vicino all’ebraismo e sposare un correligionario. Quella pressione di rimanere in un ambito “ristretto” per poter preservare la tradizione a New York non esiste. Per l’ebreo di New York è molto più banale mantenere la propria identità e probabilmente il costruirsi una vita ebraica è vissuto come un automatismo su cui non è necessario dedicare troppe energie. Quindi declino assolutamente no, ma cambiamenti socioculturali invece sono evidenti. Ad esempio, forse, lo stereotipo dell’intellettuale ebreo di New York è appannato dalla concorrenza accademica ormai affermata dell’aggressivo e prorompente Estremo Oriente.

Un altrettanto significativo divario tra New York e Torino è di natura socioeconomica. New York è uscita dalla recente crisi, sebbene abbia vissuto momenti di vero panico, grazie agli investimenti e alla gente che è tornata a spendere. Diversamente quando rientro a Torino mi accorgo che il torinese è arrabbiato, frustrato, lamentoso, è limitato nell’azione e soffre per la percezione di dover lottare per difendere ciò che ha acquisito. In America, invece, resta ancora il sogno che ci sia spazio e lavoro per tutti, nessuno si atteggia sulla difensiva e l’entusiasmo per il sogno americano è nonostante tutto ancora vivo.


Non ti sembra però che queste elezioni abbiano portato un cambiamento radicale? Molti in Europa sono sorpresi e preoccupati per la svolta di Trump.

L’impressione degli europei che vivono negli Stati Uniti, effettivamente, è di una perdita di immagine e di riferimento; ci sembra di aver perso quel padre che seppur aspramente criticato ci avrebbe sempre accolti con benevolenza.


Immagino, ma dopotutto Trump non è, come Reagan e i Bush, un ulteriore rappresentante del conservatorismo americano a cui siamo abituati?

Credo di no. La politica di Bush era quella che tutti ci saremmo aspettati da un repubblicano conservatore, ma Trump l’ha sconvolta. Con Bush c’era ancora la certezza che certi limiti sarebbero stati insuperabili. Ora non è più così: Trump ha ripetuto cose che in bocca ad un qualunque normale candidato avrebbero significato l’esclusione dalla competizione. Questo non è successo ed ha rappresentato la cesura più significativa.


Come si spiega questo repentino e imprevisto cambiamento?

Gli americani sono abituati a doversi confrontare con un avversario, vero o immaginario che sia. Quando arrivai negli USA alla fine degli anni novanta, mi ricordo che il nemico numero uno era un’isoletta caraibica: Cuba. Mi sembrava di essere finito negli anni sessanta nella crisi dei missili. Questo è durato per qualche mese e poi di nemici ne sono arrivati di nuovi. È comparso Bin Laden, poi Saddam. Ora il nemico contro cui Trump è riuscito a coalizzare l’America è il sistema politico stesso. Qui sta la novità più imprevista: l’americano medio è “contro il sistema”, fatto che non è mai emerso in precedenza con questa furia. Alcuni commentatori statunitensi ipotizzano che ai tempi della guerra del Vietnam l’America abbia vissuto un analogo periodo di contestazione radicale al sistema. Tuttavia, mi pare di poter affermare che allora i giovani americani si ribellassero al governo e non tanto al “sistema”. Trump, invece, evoca una combinazione di elementi contro cui combattere che sono essi stessi l’essenza della società americana.


Tuttavia Trump, come Berlusconi, appare l’emblema del “sistema”. Ne è vissuto dentro con agio e ne ha sfruttato tutti i meccanismi. Come è possibile che gli Americani si siano fatti convincere altrimenti?

Sì noi abbiamo avuto l’esperienza di Berlusconi, ma Berlusconi possedeva i media e Trump no. Trump ha avuto durante la campagna elettorale tutti contro e questo ha immediatamente fatto di lui un apparente estraneo, quasi osteggiato, appunto, dai meccanismi del “sistema”. Giornali, televisione, blogger, intellettuali, finanzieri e miliardari si sono tutti schierati contro, anche se non è mai uscito niente di scandaloso sui suoi conti. Bloomberg, un po’ come Agnelli giudicava Berlusconi, ha dichiarato più volte che Trump non era uno di loro, che era indebitato e che molti dei suoi affari erano falliti. Lo stesso Partito Repubblicano, per lo meno in superficie, ha fatto di tutto per osteggiarlo. I Bush, il governatore dell’Ohio suo competitore non hanno dato alla fine il loro sostegno.


Anche chi ha tutti contro riesce lo stesso? Ma questo è un segno di democrazia?

Chi ha vissuto da italiano l’esperienza di Berlusconi sa bene che questo è possibile e che però è pericoloso per la stessa democrazia. È una tragedia che le grandi testate dell’informazione giornalistica non abbiano capito tutto questo e si siano lasciati ingannare con grande ingenuità. Le firme e i mezzobusti più autorevoli ed intelligenti, con il meritevole obiettivo di trovare il giusto tallone di Achille, di costruire la trappola più geniale per spiazzare Trump, alla fine ne sono stati complici e gli hanno dato una pubblicità immeritata. Questa sua continua messa sotto accusa non ha fatto altro che aiutare il volgo ad immedesimarsi con il bersaglio. Gli abitanti impoveriti del Midwest, che hanno perso il lavoro, si sentono vessati dalle tasse e non vedono prospettive future di miglioramento, hanno trovato nell’ordalia a cui Trump sembrava essere sottoposto un’analogia di condizione. Hanno deciso di votare per Trump perché pur sottoposto alle vessazioni di chi stava meglio di loro era in grado di resistere e di ritornare sulle prime pagine e nei talk show apparentemente sempre uguale ed agguerrito. È incredibile notare che questi elettori hanno adorato in Trump la possibilità di esprimersi apertamente, di poter finalmente esternare la loro ignoranza ed aggressività. La società americana ha molte ipocrisie ma prima di Trump affermare in pubblico certe cose era da sempre ritenuto sconveniente. Era inconcepibile in pubblico dire bugie, vantarsi di non pagare le tasse o maltrattare una donna. Tuttavia l’atteggiamento opposto di Trump ha lasciato nei culturalmente più deboli un’impressione di maggior libertà. Forse l’unico modo che avrebbe fatto perdere Trump sarebbe stato non parlare più di Trump. Sentire le sue sceneggiate faceva audience ed è stato questo che, come da noi con Berlusconi, ha permesso la vittoria.


Ora che Trump è presidente non ti attendi una moderazione perlomeno nel linguaggio?

Sì, ne sono convinto. Ho l’impressione che Trump stesso non pensasse di vincere perché è evidente che da Presidente, le sue sparate non sono più permesse. Esiste l’impeachment ed un presidente che mente provatamente non ha speranze di rimanere in carica. Anche dal punto di vista politico, nonostante la pericolosità delle persone con cui si sta circondando, è difficile che possa realizzare quanto ha promesso. Chi lavorerà nei suoi alberghi quando avrà bloccato l’immigrazione dal Messico?


Qual è in generale il punto di vista degli ebrei di New York?

Molti sono in fase di “denial”, cercano di dimenticare e di non pensarci. Certamente molti condividono che probabilmente Sanders sarebbe stato capace di contrastare Trump e di batterlo sullo stesso terreno di opposizione all’establishment. Sono certo, però, che fuori da New York, gli ebrei abbiano altre sensazioni e che molti al sud siano decisamente contenti. All’interno degli Stati Uniti, un ebreo su quattro, secondo quanto si legge nelle stime del New York Times, ha votato per Trump.


E per Israele cosa si prospetta?

Trump non ha mai esplicitato un vero programma politico. Nemmeno in politica estera ha dimostrato una linea precisa, tranne una generica esternazione sul fatto che gli Stati Uniti si devono ritirare dall’Europa e dal Medio Oriente. Ha accennato che riconoscerà Gerusalemme come capitale di Israele e questo sembra accendere gli entusiasmi, ma il fatto è che in un contesto dove mancano indicazioni strategiche chiare, tutti si sentiranno liberi di tastare il terreno per identificare i nuovi limiti. Non so se questo possa essere favorevole o meno ad Israele, non ci resta che aspettare.

andrea.foa@yahoo.com

Intervista di
Emilio Hirsch