Israele

 

Democrazia a rischio

di Yossi Amitay

 

Mentre i giornalisti di sinistra e la sinistra in generale spesso lamentano che le libertà democratiche in Israele sono minacciate, se non addirittura seriamente compromesse, sotto il governo di “Re Bibi” (che attualmente sta esercitando il suo quarto mandato come Primo Ministro), alcuni commentatori di destra sostengono che è vero il contrario e cioè che lo spazio democratico israeliano è sempre maggiore, paragonato alla situazione passata.

Onestamente questa affermazione della destra non può essere rigettata su due piedi. Israele è fondamentalmente un’entità democratica e lo è stata fin dalla sua nascita nel 1948. La sua “Dichiarazione di Indipendenza” è un modello esemplare di rispetto dei diritti umani e piena di nobili intenzioni. Ma in termini pratici, la democrazia israeliana ha sofferto di alcuni difetti intrinseci. Si può pensare che la causa sia il costante problema della sicurezza, vale a dire la sensazione continua che il nostro stato sia circondato da vicini ostili (il che ha comportato una priorità agli “interessi della sicurezza”, sia reali che immaginari) ma anche lo stato d’animo collettivo che perciò prevale nel dibattito pubblico e attribuisce agli interessi dello Stato maggior peso che agli interessi individuali. Così, i cittadini arabi di Israele (che costituiscono il 20% della popolazione totale) per 18 anni (dal 1948 al 1966) sono stati costretti a subire una dura amministrazione militare che limitava la loro libertà di movimento e praticamente controllava ogni singolo aspetto della loro vita. Allo stesso tempo veniva imposta una rigida “censura culturale” sugli organi di stampa, sugli spettacoli teatrali e sui film sulla base di considerazioni di “morale pubblica” o di “sicurezza”.

Queste erano “malattie infantili”, gradualmente superate non appena la società israeliana ha raggiunto un sempre maggiore senso di fiducia in se stessa, sia a livello culturale che a livello di sicurezza. Le leggi sono state emendate e liberalizzate, il dibattito pubblico è diventato più tollerante e si sono fatti seri passi verso una maggiore equità rispetto alla minoranza araba. Una delle pietre miliari più significative è stata la “Rivoluzione Costituzionale” del sistema giuridico, iniziato e portato avanti dall’allora Presidente della Corte Suprema Aharon Barak il quale stabilì che “Tutto deve essere vagliato”, comprese le leggi emanate dalla Knesset (in questo contesto si deve ricordare che, per vari motivi, Israele non ha finora una costituzione, sostituita da circa una dozzina di “leggi fondamentali”, emanate dalla Knesset che godono della legittimità di “leggi costituzionali”; pertanto le normali leggi emanate dalla Knesset sono soggette alla supervisione della Corte Suprema che potrebbe respingerle nel caso fossero in contrasto con una legge costituzionale).

Questo positivo processo di democratizzazione politico e giuridico ha raggiunto il suo apice durante il secondo mandato di Ytzhak Rabin (1992 - 1995). È mia convinzione che avrebbe potuto essere completamente realizzato con l’attuazione degli Accordi di Oslo. Infatti erano nate molte ottimistiche aspettative sulla loro scia. Comunque, dopo l’assassinio di Rabin e dopo che il Likud (democraticamente eletto) ha avuto la maggioranza, questo processo è stato ribaltato. Vi sono stati molti segnali, e ancora ce ne sono, che lo spazio democratico in Israele corre un rischio sempre maggiore. L’inflessibile politica della coalizione di destra, legata alla sicurezza, che è la maggiore responsabile dell’interruzione dei negoziati di pace israelo-palestinesi, ha portato all’antagonismo già latente tra la maggioranza ebraica e la minoranza araba. Aggiungendo l’insulto al danno, la Knesset ha stabilito (con il pretesto di assicurare governabilità) di aumentare la percentuale minima di voti richiesti per l’ammissione alla Knesset stessa, con l’indubbio intento di ridurre se non di annullare completamente la rappresentanza araba in Parlamento. La conseguenza inevitabile di questa legge arbitraria è stata la creazione di un blocco che ha visto schierati quattro partiti arabi, finora separati da divergenze politiche e ideologiche.

Un altro segnale dell’attacco alla democrazia sono i tentativi ricorrenti dal parte della coalizione di destra di minare l’autorità della Corte Suprema e revocare la “Rivoluzione Costituzionale” del giudice Barak limitando il controllo giuridico della Corte sulle delibere della Knesset, mettendo così a repentaglio il principio democratico della separazione tra il potere politico e il potere giudiziario.

Vi sono molti altri segnali inquietanti, per non parlare del sempre più brutale dibattito pubblico che delegittima gli arabi, le organizzazioni di sinistra e quelle sui diritti umani. Sembra che Netanyahu abbia in mente una sorta di democrazia “stile Erdogan”. Il che è molto preoccupante.

Malgrado questi ostacoli, tuttavia, lo spazio democratico israeliano è ben lungi dall’essere cancellato. Le fondamenta della democrazia israeliana sono solide ma purtroppo non al sicuro. Gli attacchi contro la democrazia librale di Israele non hanno ancora avuto il sopravvento ma la democrazie israeliana corre rischio di essere erosa. Coloro che vogliono proteggerla devono tenere gli occhi ben aperti.

Yossi Amitay
(Traduzione di Anna Maria Fubini)

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