Israele

 

Un giorno di fuoco
Diario dell'incendio di Haifa

di Arturo Liuzzi

 

Giovedi 25 novembre. Haifa si sveglia sotto il solito sole caldo di questo strano autunno. Spira un forte vento che arriva ad oltre 60 Km l'ora e l'umidità è del 10% (normalmente oltre il 70%). Sono circa le 9,30 del mattino quando la radio dà notizia di un incendio appiccato vicino alla stazione dei pompieri nella parte bassa della città. Si pensa ad un episodio sporadico, anche se da giorni scoppiano in tutta Israele incendi più o meno grandi; l'ultimo ieri a Zikron Yakov. Passa poco più di mezz'ora che mia moglie Miriam mi distoglie dal mio computer per farmi vedere il fumo che sale di fronte al nostro giardino. Accendo la televisione e lì appare l'incendio in tutta la sua gravità: sta bruciando con fiamme altissime e un fumo denso il rione Ramat Sapir. Gli abitanti vengono immediatamente fatti evacuare ed arrivano i primi pompieri. Non riescono a domare l'incendio che, con il forte vento, attacca Ramat Hen. Si fanno evacuare le scuole, trasportando i bambini con autobus in zone sicure, vicino al mare. Si impedisce ai genitori di arrivare alle scuole, per non intralciare il lavoro ed il movimento sulle strade delle squadre di soccorso.

Purtroppo, però, il vento soffia sempre forte e le fiamme e le scintille attraversano le strade e l'incendio si propaga a due rioni densamente popolati, con grattacieli e case di riposo per anziani: la vecchia Romema e la nuova Romema, una di fronte all'altra, su due colline diverse, separate da una delle strade principali di Haifa. Ci sono squadre di pompieri venuti da tutto Israele, ma non bastano, perché altri fuochi divampano in vari posti del Paese. È il momento in cui il premier Beniamin Netanyahu, vista l'impossibilità di far fronte alle fiamme in un territorio ormai vasto e memore dell'incendio del Carmel di sei anni fa che durò circa due settimane e che fece 44 vittime, chiede l'aiuto delle nazioni vicine. I primi a mandare soccorsi sono i ciprioti e subito dopo anche i greci mandano due aerei. Cominciano a bruciare le case sia a Ramat Sapir che a Romema. Tramite la radio e la televisione si fanno evacuare rehov Einstein ed altri rioni vicini, si chiudono le strade, si chiude la galleria del Carmel in uscita verso Nevè Shanan, ma non l'entrata per favorire l'evacuazione, eliminando anche il pedaggio. Mia moglie ed io siamo ancora a casa attaccati alla televisione ed al telefono.

Ad un certo punto vengono da noi i coniugi Servi con le due macchine piene di sifrei Torà: sono i Sifrei Torà del tempio dove pregano quasi tutti gli italiani di Ahuza (la zona cui appartengono parte dei rioni e delle vie che stanno bruciando). Vorrebbero lasciare i sefarim da noi, che siamo più distanti dal fuoco. Nello stesso momento in cui parliamo sul da farsi la radio dà l'ordine di evacuazione anche per il nostro rione. Che fare? Si decide di portarli in Galilea, in un villaggio dove abita una delle loro figlie. Noi ci prepariamo ad andare via, ma telefoniamo a mio figlio Dani, per sapere dove sono i nipoti. Dani è in macchina e sta cercando di andare a prendere Eden che è a casa (il giovedì non studia) in rehov Einstein, dove già stanno bruciando case, tra cui quella del rabbino capo di Ahuza, presidente della Bar Ilan ed ex ministro, Rav Herskovitz. Eden è uscita di casa, ma deve tornarci per prendere l'arma del fratello soldato che, in licenza, non è a casa. Dani non riesce ad arrivare a lei in macchina per cui è costretta a salire a piedi in direzione vietata dalla polizia e dai pompieri, ma è l'unico modo per poter trovare il padre e così avviene. Ci diamo appuntamento per andare insieme all'ufficio di Dani a Nesher, ma è un'impresa difficilissima, perché le strade sono intasate. Altri rioni sono stati evacuati ed in certi casi la gente non sa come uscire dal rione, perché sia a destra che a sinistra c'è pericolo.

Il nostro tempio è attaccato dal fuoco; viene distrutto il matroneo, la yeshivà e migliaia di libri di preghiere e di studio. La parte degli uomini subisce meno danni, ma è inagibile. Ci vorranno centinaia di migliaia di euro per ricostruire quello che in circa trent’anni gli italiani e gli altri che si erano aggregati a noi avevano creato, con molte difficoltà.

Intanto vengono aumentati gli sforzi per spengere l'incendio di Romema, perché c'è un distributore di benzina che potrebbe saltare in aria, con le conseguenze facilmente prevedibili. C'è anche il Palazzo dello Sport, da poco rinnovato. Gli anziani della casa di riposo vengono trasferiti in posti di accoglienza. Ne vengono aperti vari in varie parti della città, per tutti gli evacuati. Sono evacuati 13 rioni e 75.000 persone circa.

Nel frattempo il fuoco sale anche dall'altro versante del Carmel: dalla zona vicina al mare. Il nostro secondo figlio, Gabriele, lavora in zona ed è uscito dal lavoro anche lui per cercare di raggiungere Eden. Viene fermato alla fine della salita, scende dalla macchina per andare a piedi, ma non lo fanno passare; ritorna verso la macchina e si trova con le fiamme a destra ed a sinistra: stanno bruciando le case di Ramat Eshkol e di rehov Freud. Raggiunge l'auto e torna in ufficio. Per poco tempo, perché le fiamme stanno arrivando anche lì. S'infila in macchina, prende la galleria del Carmel e va a casa a Eshkar in Galilea (un villaggio misto, religiosi e non religiosi, sopra Carmiel e sopra la città araba di Sachnin).

Intanto l'Autorità Palestinese ha proposto il suo aiuto, accettato dal governo, e due squadre son già all'opera, una a Haifa ed una in zona Gerusalemme, dove si sono accesi vari incendi. Arrivano anche aerei dall'Italia, dalla Croazia e, nella notte dalla Russia. Anche l'Egitto parteciperà poi con un elicottero e gli USA con una super-cisterna aerea. Le fiamme a Haifa son sempre più vicine al distributore ed al più grande centro commerciale della città e lì si dirigono gli sforzi maggiori, per fortuna, con buoni risultati. Nessuno dei due luoghi verrà attaccato.

Noi siamo a Nesher, da dove stiamo cercando di tirar fuori dalla zona del fuoco Yael Ascoli, compagna di classe di Eden, mia nipote. Anche lei è a casa sola, anzi da dei vicini che non vogliono evacuare, malgrado le fiamme salgano su dalla zona sud della città e in contemporanea scendano dalla zona dell'Ospedale Carmel. Non sappiamo come arrivarci e lei come venir via. Dio vede e provvede. Telefona da Tel Aviv Ariel, mio nipote, volontario in polizia, per avere nostre notizie, e Miriam ha un lampo di genio: chiede a lui di mettersi in contatto con qualcuno della polizia per poterla liberare. In pochi minuti la chiamano al telefono ed un'auto della polizia la prende portandola via da casa, ma lasciandola al Merkaz Horev dove non può circolare più nessuno. Fugge di lì con un "moto-stop" e poi a piedi, perché le strade sono bloccate, va incontro a Dani che da Nesher sta camminando verso di lei. Ci riuniamo in ufficio da Dani, andiamo tutti a Naharia, dove già ci sono la moglie ed il figlio minore di Dani. Di qui dopo un paio d'ore di sosta, Miriam ed io andiamo da Gabriele a Eshkar. Anche qui ci aspettano altre sorprese. Stiamo per metterci a cena e, via cellulare, arriva l'allarme per un incendio scoppiato nel villaggio. Allarme rientrato poco dopo, perché l'incendio vien presto domato. Ci mettiamo a tavola ed un chiarore rossastro illumina la notte. Il monte Haluz, non lontano da Carmiel, ha preso fuoco e le fiamme sono subito altissime. Lo saranno per tutta la notte, come a Haifa, dove l'incendio durerà, pur se con minore intensità, anche il venerdì.

Per fortuna non ci sono state vittime; solo un centinaio di persone ricoverate in ospedale, in condizioni non gravi, per intossicazione da fumo. 700 case distrutte o danneggiate e 1400 persone senza una dimora. Una parte degli incendi è di origine dolosa; si son trovate tracce di accensione del fuoco, ma, per ora, a Haifa nessun colpevole.

 Arturo Liuzzi

 

 

  

Share |